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"Tikkun o la vendetta di Mende Speismann per mano della sorella Fanny"

Con leggerezza e intensità d’azione l’israeliano Yaniv Iczkovits dà voce a una storia d’avventura che ha pochi riscontri nella letteratura ebraica


18/06/2018

di Valentina Zirpoli


Il titolo, Tikkun o la vendetta di Mende Speismann per mano della sorella Fanny (Neri Pozza, pagg. 490, euro 19,00, traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi), non è di quelli che attizzano più di tanto. In quanto sa di “giravolte” vecchia maniera, quelle stesse che tenevano banco a fine Ottocento o ai primi del Novecento. E in effetti la storia raccontata si rifà appunto al 1894, sulle terre al confine dell’Impero russo, in un periodo in cui le comunità ebraiche iniziavano a mostrare segni di insofferenza sia ai luoghi che al potere. Quindi un lavoro di sostanza, se vogliamo attentamente documentato, che richiama un ben determinato periodo storico. 
Di fatto i contenuti di questo romanzo, scritto dal quarantatreenne Yaniv Iczkovits, rappresentano un invito alla lettura a fronte di una scrittura che ha intrigato non solo il pubblico, ma anche la critica. Tanto è vero che Tikkun, oltre al Premio Agnon (istituito in onore dell’unico Nobel israeliano, Shmuel Yosef Agnon, e assegnato per l’occasione dopo dieci anni) si è portato a casa anche il Premio Ramat Gan per l’eccellenza letteraria ed è stato selezionato per il Premio Sapir. Il che vorrà pur dire qualcosa. Se poi aggiungiamo una capacità di maneggiare la penna fuori dal comune, il risultato è assicurato. 
Che altro? La capacità e il coraggio di entrare con leggerezza nella profondità delle cose, senza temerne la complessità. Giocando in maniera articolata nei rapporti emotivi e psicologici dei suoi personaggi. Dando voce a un periodo storico per molti aspetti complesso, cercando di analizzarne i risvolti dalla prospettiva migliore. 
Per la cronaca questo autore dal cognome impronunciabile (ma dobbiamo farcene una ragione, visto che è il suo) è nato nel 1975 a Rihon Le Zion, in Israele; ha svolto il servizio militare nel corpo scelto dei paracadutisti come ufficiale combattente; risulta portatore di un dottorato in Filosofia conseguito presso l’Università di Columbia di New York; ha insegnato otto anni presso l’ateneo di Tel Aviv; ha viaggiato molto (in India, Tibet e anche in Italia) e nel 2002 è stato tra i primi firmatari della “combatant letter”, con la quale dichiarava il suo coraggioso rifiuto, in abbinata a quello di molti altri riservisti, di “servire” nei territori occupati (per questo ha trascorso 30 giorni in un carcere militare). 
E per quanto riguarda la scrittura? Ha debuttato nel 2007 con Batticuore (“Si tratta del primo libro che ho pubblicato, ma non il primo che ho scritto. Fermo restando che i tentativi iniziali mi sono serviti per imboccare la strada giusta”), seguito tre anni dopo da Adam and Sophie e quindi da The Laws of Succession, oltre a un libro basato sul lavoro accademico intitolato Wittgenstein’s Etichal Thought
Detto questo spazio alla sinossi. Come accennato, la storia si rifà ai primi fermenti delle comunità ebraiche in essere sulle terre di confine dell’Impero russo. “I pogrom divampano e gli uomini partono. C’è chi raggiunge l’America per aprire la strada alla famiglia a New York; chi finisce a baciare le mezuzot, gli astucci affissi sulle porte delle case degli ebrei, nei bordelli di Kiev; chi si trasferisce in Palestina dove lo aspetta un colpo di sole. In parallelo, abbandonate tra false promesse e seduzioni ingannevoli, le donne sguinzagliano investigatori alla ricerca dei fedifraghi, per carpire loro almeno una pergamena di divorzio firmata e convalidata secondo la legge religiosa. Mende Speismann no. Rassegnata al suo triste destino di moglie senza marito, si lascia cadere nel fiume Yaselda. Zvi-Meir Speismann, il consorte, strambo venditore ambulante che non ha mai mosso un dito per convincere i passanti ad accostarsi al carro delle sue merci, è infatti sparito nel nulla”. 
Prima della sua partenza “Mende credeva di aver toccato il fondo, visto che in casa mangiavano soltanto pane nero e patate non sbucciate. Ora, però, è precipitata in un abisso senza fine. Per sua fortuna, una volta alla settimana Fanny Keismann, la sorella minore, la viene a trovare. In gioventù Fanny era una shochetet, una macellala rituale. Aveva ricevuto in dono, ancora giovanissima, il suo primo coltello da macellazione dal padre, dimostrando un talento raro in quell’arte che si tramandava in famiglia da generazioni. Ma da tempo ha ormai riposto i coltelli per dedicarsi al marito e ai cinque figli. Tuttavia, davanti alla fuga del cognato e alla triste rassegnazione della sorella, Fanny capisce che non può restare con le mani in mano”. 
E l’unica cosa che può fare per la sorella è partire alla ricerca del cognato, per costringerlo a tornare a casa o a concederle il divorzio, liberandola dalla condizione di donna legata a un uomo che non c’è. Così, nel bel mezzo della notte, bacia i figli e il marito e si mette in viaggio verso la grande città di Minsk, dove si dice che Zvi-Meir Speismann sia fuggito. Sarà, questo, il primo assaggio di una drammatica ricerca. Sta di fatto che, in un crescendo di rocambolesche avventure - con i suoi riccioli biondi e sul volto lo sguardo da wilde chayeb, da bestia selvaggia - Fanny “finirà col minare le fondamenta stesse dell’Impero russo...”.

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