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"Tirar mattina", un piacevole affresco firmato da Umberto Simonetta

Il rimpianto scrittore, giornalista e autore teatrale, radiofonico e televisivo ci propone un accattivante scavezzacollo deciso a voltare pagina


23/04/2018

di Valentina Zirpoli


Prima o poi succede quasi a tutti, ovvero di dover mettere la testa a posto, lasciar perdere le mattane notturne, “evadere dal disordine nell’ordine” e trovarsi un lavoro. Ad Aldino, il protagonista di Tirar mattina (Baldini+Castoldi, pagg. 208, euro 16,00), successe nel 1959, quando aveva trentatré anni. E soltanto quattro di più ne aveva Umberto Simonetta quando gli regalò voce e spessore, lui che si stava avviando a diventare un grande protagonista del nostro recente passato. Di fatto una penna allegra e amara al tempo stesso, ironica e graffiante quanto basta, che proprio in quel periodo stava iniziando a percorrere una carriera che ancora oggi, a due decenni dalla sua scomparsa, tiene banco per le sue vitali creazioni e per le sue ingegnose trovate artistiche e letterarie. 
Un autore capace di consegnarci, quasi senza darlo a vedere, il piacevole affresco di un periodo ruggente del nostro Paese, quando il miracolo economico si proponeva travolgente, quando per i giovani il futuro era dietro l’angolo, quando la speranza aveva lasciato spazio alla concretezza di un domani migliore. Peraltro giocando sulla poca voglia di fare di alcuni, come appunto Aldino, che peraltro piacevolmente ci avvelena con le sue considerazioni controcorrente. Magari ironizzando: “Quando vedo che incomincia a far chiaro è come se mi arrivassero delle gran sberle in faccia: che malinconia schifosa, che vomito le edicole che si spalancano, i bar che si aprono per i cappucci, la gente, quella gente che aspetta un tram alle cinque e mezza con una espressione da Vado a fare il mio dovere”. 
Già, Aldino, un uomo in bilico fra giovinezza ed età adulta che ha deciso di mettere la testa a posto trovando finalmente un posto fisso, dopo essersi arrabattato con mille lavori diversi, il più delle volte discutibili, per scampare dalla vita da operaio del padre. 
Ma prima di intraprendere la sua nuova strada da cittadino adulto e responsabile vuole festeggiare e decide di farsi un ultimo bicchiere in uno dei tanti bar milanesi in cui, in quel periodo, era possibile rifugiarsi a ogni ora del giorno e della notte. E poi a nanna, o meglio a slòffen. Sì, perché la storia è raccontata all’insegna di “uno slang a metà tra il dialetto meneghino e il gergo della strada, miscelando passato e presente con superba maestria in quello che, a oltre cinquant’anni di distanza, ha ancora tutta la freschezza di un classico modernissimo e senza tempo”. 
L’ultimo bicchiere, si diceva. Anche se poi i bicchieri diventeranno parecchi e Aldino, che è un animale notturno, “non ce la farà a sottrarsi agli incontri che Milano, bella come non mai in questo romanzo, gli offrirà, finendo immancabilmente per tirar mattina”. 
Che altro?  La forza del romanzo sta ovviamente nei suoi contenuti. Perché Aldino “si trova a vivere un’epoca di passaggio, esattamente come di passaggio si sente lui, testimone consapevole (o inconsapevole?) della Milano che fu. E l’ultima notte di… libertà sarà una notte sfrenata, nel corso della quale si intuisce che la società sta cambiando, che il boom sta arrivando, che le illusioni ubriacano e che le disillusioni sono lì pronte a mordere l’esistenza”. 
Di fatto, ripubblicare Tirar mattina da parte della Baldini+Castoldi rappresenta un piacevole omaggio a coloro che Simonetta non l’hanno conosciuto, un’occasione per scoprire o recuperare la sua vena comica e satirica, ma anche malinconica e amara: quella di “un appassionato narratore della nostra storia, dell’epopea di una Milano da trani (e non ancora da bere, per carità), di gente che sbarcava il lunario, di giovani ribelli, di quartieri sentinella del mondo che cambiava. E poi di tanti amori, naturalmente”. All’insegna di un’ultima notte di libertà che rappresenterà una specie di sintesi dei cambiamenti in essere. 
E per quanto riguarda l’autore? Umberto Simonetta era nato a Milano il 4 aprile 1926 e in questa città sarebbe morto di cancro il 15 agosto 1998. Lui figlio di un esule antifascista che faceva il rappresentante di commercio; lui che aveva studiato in Svizzera e che strada facendo si era proposto geniale scrittore, giornalista, autore teatrale, radiofonico e televisivo, nonché produttore e regista. Lui collaboratore - oltre che di Paolo Villaggio e Roberto Benigni - di Giorgio Gaber, per il quale scrisse alcuni testi di storiche canzoni, come Trani a gogò, La ballata del Cerutti, Barbera e champagne e Il Riccardo. Testi che si ispiravano, come d’altronde i suoi libri, al sottofondo dei balordi presenti nelle periferie milanesi, quelle che peraltro amava davvero tanto. 
Ma queste, è bene ricordarlo, sono soltanto briciole della sua immensa creatività.

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