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"Tralummescuro, ballata per un paese al tramonto"

La voce di Francesco Guccini torna fra le pagine di un libro che si nutre di poesia. Risultato? Una testimonianza da raccogliere, in attesa di una nuova aurora del giorno. Con Loriano Macchiavelli a disquisire su un rapporto di amicizia e scrittura che dura da 25 anni


07/10/2019

di Massimo Mistero


Precisiamo subito che non si tratta di una recensione, quella che stiamo proponendo al lettore e relativa a Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto (Giunti, pagg. 282, euro 19,00), un lavoro scritto da Francesco Guccini. Semmai di una sorta di compromesso all’: quello fra le note editoriali, arricchite da spizzichi di un contenuto ricco quanto variegato, e quanto ha avuto modo di raccontare Loriano Macchiavelli sul suo storico compagno di viaggio. 
Confesso di aver scritto una mail al papà del sergente Sarti Antonio dicendogli: ti farebbe piacere recensire (e credo farebbe molto piacere anche all’) l’ libro di Guccini? Questa la risposta onesta sino al midollo, come peraltro si conviene a un maestro, un signore di altri tempi: “ me la sento. Non è il mio mestiere e partire con il collega e amico di scrittura, mi sembrerebbe poco corretto. Mi aveva chiesto una cosa analoga Ventavoli di Tuttolibri. Me la sono cavata con una carrellata sul lavoro in comune che abbiamo fatto dal 1997 fino ad oggi. Ti allego il brano uscito qualche sabato fa. Se c’è qualcosa che può esserti utile, è a tua disposizione”. 
Già, “ la sono cavata”, ha tenuto a precisare il Macchia (così come lo chiama la moglie Franca) visto che la modestia rientra nelle sue corde. In realtà si tratta di parole che si propongono alla stregua di musica per le orecchie quelle dedicate all’ cantautore, a partire dal titolo: “Quando uno scrittore, anzi, due. Considerazioni minime sul perché Francesco e io”. E allora riteniamo fare cosa gradita al lettore riportando l’ pari pari, visto che rappresenta il cuore di un rapporto nato per caso e diventato virale nel corso degli anni. Forse perché, fra grandi vecchi contrassegnati dalla genialità, ci si intende a meraviglia. 
E allora, via con il testo di Macchiavelli: Ho saputo che stava scrivendo “” quando mi ha letto il brano dal computer. «Senti se ti piace» mi fa e comincia a leggere: “E i pozzi eran quelli del fiume o, a volte, ce li costruivamo allargando un bónzo naturale, costruendo dighe per notarci dentro. Dicano poi: “ come nuoti male!”. Nuoto male, figlio d’ cane? Te nuoti bene perché tuo babbo ti ha mandato a scuola di nuoto, noi ce la siamo cavata da soli, al terzo ripescaggio sbalotavi alla cagnolina e intanto stavi a galla…” È stato a questo punto della lettura che mi sono rivisto con i piedi nel Reno. Lui li aveva nel Limentra. «È un romanzo?» gli avevo poi chiesto. Si era stretto nelle spalle. Il brano è tratto dal suo Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto. Titolo e sottotitolo molto belli. Li invidio. 
Sto scrivendo dell’ e sodale di crimini e nefandezze letterarie, Francesco Guccini. Imparo sempre così, quando mi legge un brano, che sta lavorando in solitaria a un nuovo libro. Probabilmente meditato nei ritagli di tempo che gli lascia il nostro lavorare a un romanzo in comune. 
Con Cròniche epafàniche (Feltrinelli, 1989) abbiamo conosciuto un Francesco Guccini che non era solamente il cant(aut)ore indimenticabile e indimenticato del nostro tempo. Lo ha confermato con Vacca d’ cane (Feltrinellli, 1994) e con Cittanòva blues (Mondadori, 2003). Con Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto (Giunti, 2019), appena uscito, è tornato al linguaggio dei suoi due primi romanzi. 
«Come mai?» gli ho chiesto. 
«Quel linguaggio, quelle parole io li ho dentro, hanno riempito la mia vita e adesso premono per uscire.» 
Ha ripreso anche alcuni temi che gli stanno a cuore. Il finale dei due romanzi, Cittanòva blues e Tralummescuro, sono dedicati agli amici che se ne sono andati e agli amici che se ne andranno. Ma non c’è tristezza. Anzi, c’è l’ di chi sa come stanno le cose e non si lascia fóttre dalle apparenze. 
Da Cittanòva: Tutto regolare, natura, stagioni, ciclo che va, ritorna e rianda, come una ruota che ha cominciato a girare tanto tempo fa e che ormai ha fatto tutto il giro, a trecentosessanta gradi, ed è finalmente tornata al punto di partenza. Stai e vivi in quest’. Incipit Vita Nova. Ora c’è in cielo una nuvola color di rosa dentro la quale ti perdi e qui il tuo cuore s’, come nel rimasuglio di un sogno forse rimasto impigliato, da sempre, da qualche parte della tua mente.” 
Da Tralummescuro: “, guardano un po’ di televisione, si addormentano sul divano e vanno a letto a dormire, aspettando quel lungo sonno che, bene o male, aspettano tutti i giorni, lassù, dove tutti andremo a dormire, lassù in Vignale, a raggiungere quelli che ci sono già, a fare due chiacchiere con loro, tutti della stessa età, tutti giovani, belli, sani, a sentirsi dire «Oh, tò, sei rivato anche tè-e a giocare a bocce, a bere il fiasco, a guardare ‘ tanta quaggiù di sotta», e dire: «Pòri bischeri, noi il nostro l’ già fatto, adessa son proprio fatti vostri»”. 
Come si evince dagli anni di stampa, Francesco ci pensa due e anche tre volte prima di mettersi a scrivere. Poi, nel 1995, nella sua calma di scrittore, sono piombato io. Grazie (o malauguratamente, dipende dalle opinioni) alla pazza idea di Antonio Franchini con l’ famosa frase: «Perché non lo scrivete assieme?». Al momento non ottenne risposta né da Francesco né dal sottoscritto. Non so perché Francesco non si sbilanciasse. Posso spiegare il mio silenzio: scrivere assieme a un mito non è da tutti i giorni e molti interrogativi mi ballavano nella testa: ascolterà le mie idee; mi lascerà spazio; avrà rispetto della mia carriera letteraria e del mio passato; cosa penseranno i lettori… Insomma, una decisione che poteva incidere positivamente nel mio lavoro ma molto più in negativo. 
Qualche giorno dopo, al telefono, gli chiesi: «Cosa ne pensi?» Aspettò qualche secondo prima di rispondere: «Possiamo provare». Abbiamo provato e nel 1997 è uscito Macaronì, in libreria ancora oggi, dopo non so quante ristampe. 
Come tutte le cose nate per caso, la coppia ha funzionato. Con il maresciallo Bendetto Santovito abbiamo raccontato come eravamo. Cioè i mutamenti sociali e ambientali del nostro Appennino dal 1938, vigilia della Seconda guerra mondiale, al 1970. Con il forestale Marco Gherardini detto Poiana, l’ disastrato dei nostri giorni. Poi, chissà perché, ci hanno tolto il forestale e nel romanzo che dovremmo cominciare a giorni torneremo al maresciallo Santovito. Con un prequel, come va di moda dire oggi. 
Qualcuno ha scritto che abbiamo inventato il noir appenninico. Non c’è un noir della valle, della pianura, della collina o della spiaggia. C’è il romanzo noir
Fino a oggi abbiamo scritto otto romanzi e non so quanti racconti. Nel 2020, quando, se tutto andrà come al solito, pubblicheremo il nostro nono romanzo, saranno 25 gli anni che proviamo. Non sappiamo ancora se festeggeremo le nozze d’ del nostro sodalizio. Dipenderà da Raffaella e da Franca. 
Ma torno a Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto: è l’ “” che Francesco ha scritto dopo il nostro Tempo da elfi che è di due anni fa. Nel frattempo io ho pubblicato Delitti senza castigo
La bellezza del nostro rapporto letterario sta proprio in questo essere due scrittori in uno, senza rinunciare a essere l’. Voglio dire che nessuno di noi due ha cessato di essere lo scrittore autonomo che è sempre stato. Com’è possibile? Chiedetelo a Francesco. Magari dopo che avrete letto Tralummescuro in modo che possiate disporre di più elementi per giudicare la nostra meravigliosa esperienza. E magari vi chiederete: “ ci sta a fare Francesco con Loriano?” E magari, ancora, chiedetevelo dopo aver letto anche il mio Delitti senza castigo. Per equità. 
Dopo che ho letto Tralummescuro ho richiesto a Francesco: «È un romanzo?”. Non si è stretto nelle spalle e non ci ha pensato su. Ha detto: «Ho scritto storie che raccontano di una gente e di un luogo, quindi, sì, è un romanzo». 
A volte caro Franzesc, penso alla sera del 29 settembre 1995, in quel di Calderino, ristorante la Torretta, davanti ai piatti di Arturo: non immaginavo certo che, dopo 25 anni, mi sarei ritrovato in quel di Pàvana, caciosteria Ai due ponti, davanti ai piatti di Mimmo, a ragionar con te sul prossimo romanzo. 
Detto questo - dicevo forse bugie? - spazio a questo curioso titolo, Tralummescuro appunto, che lo stesso Guccini ha tenuto a chiarire: “ mie parti abbiamo un nome per quest’, un’ che è di tutti, un’ che è pace e presagio. La chiamiamo appunto tralummescuro: tra luce e notte. Lungo la montagna vedi la linea d’ che sale lenta lenta, e poi vien buio. Tralummesciro era dialetto, quando tutti parlavano dialetto, e lo traduci con un all’, ma senti che non è la stessa cosa. Perché faceva parte di un mondo, di una civiltà che non esistono più. Di gente che non c’è più”. 
A guardar bene una nota poetica che finisce per avvolgere tutto il racconto, che peraltro si rifà ad antiche radici. Non a caso Radici è stato il titolo di uno dei suoi primi albi, e radici è la parola che forse più di tutte rappresenta il cuore della sua ispirazione artistica”. Perché radici sono quelle che lo legano a Pàvana e radici sono quelle che sa rintracciare dentro le parole, giocando con le etimologie come da sempre sa fare. Ricordiamo che, strada facendo, Guccini non si è fatto mancare nulla. È stato infatti docente universitario (ha insegnato a lungo Lingua italiana presso il Dickinson College di Bologna, una scuola off-campus dell’à della Pennsylvania), oltre a occuparsi di lessicologia, lessicografia, glottologia, etimologia appunto, dialettologia e teatro. 
Ma torniamo al dunque. Pàvana, si diceva. Un luogo ormai quasi disabitato, dove i tetti delle case non fumano più. È in questo silenzio che il narratore evoca per noi i suoni di un tempo lontano, in cui la montagna era luogo laborioso e vivo, terra dura ma accogliente per chi la sapeva rispettare. 
Rinascono così personaggi, mestieri, suoni, speranze: gli artigiani all’ in paese o lungo il fiume, dove i ragazzotti non fanno più il bagno d’, dove non trovano più concretezza i primi sguardi scambiati con le patòzze in vacanza (bolognesi o, meglio ancora, feraresi, che erano più sladinate, ovvero ammorbidite), ma nemmeno i giochi, gli animali e i frutti della terra. Un orizzonte piccolo, ma proprio per questo aperto all’ della fantasia. Sì, perché qui non ci sono più i vilegianti, presenza quasi assidua negli anni lontani. E, di riflesso, non ci sono più fornelli in cantina per permettere alla famiglia di afitare per un mese il piano di sopra. Ora la villeggiatura da queste parti viene considerata da poveri pezenti, da vili paltonieri. Ora vanno a morire di caldo a Maracaibo o alla Tortuga… 
Che altro? Eccolo inframmezzare momenti di vita che non c’è più con il degrado del territorio (mulattiere, sentieri, viottoli, passaggi per andare di qua e di là, in un continuo brulicare di gente, sono infatti spariti); a domandarsi cosa guardava la gente quando la televisione non c’ a ricordare quando venivano due dita di neve e passava la poiana, due assi di ferro atacate sul davanti a un càmmio, che richiamava il becco di un rapace. E quando venivano nevicate bibliche tutto si fermava anche per giorni. E poi eccolo assicurare che il sole sorgeva e tramontava sempre come succede oggi, ma se guardi bene - annota l’ - è cambiato quasi tutto. È cambiata una civiltà. 
Insomma, un racconto infarcito di espressioni dialettali, da pòri strascini montanari. Un dialetto povero, senza letteratura, che non è mai stato scritto. Soprattutto fra gente che, un tempo, sapeva a malapena scrivere il proprio nome. Un dialetto povero per gente povera, usato quotidianamente per comunicare notizie, emozioni, dichiarazioni d’, odio, liti. Ma quel dialetto ti fasciava, ti avvolgeva… 
E poi via a parlare di galline che non ce ne sono più e nemmeno di galletti, che si castravano per trasformarli in natalizi capponi; di conigli fatti fuori con un colpo alla nuca; di vacche che sono volate via, disperse nel cielo del nuovo mondo. E anche di farfalle sparite, mentre di mosche ce ne sono meno, ma sempre troppe, “ e noiose come un cardo (il riccio delle castagne) nel culo”. E che dire delle mele dure, e immangiabili se non cotte, che tenevano banco dietro il Mulino di casa Guccini? E l’ di andare a radicchi nei campi? Anche questa tradizione, per via del benessere, si è persa per strada. 
Che dire: “ elegia e ballata, queste pagine sono percorse da una continua ricerca delle parole giuste per nominare ricordi, cose e persone del tempo perduto; la malinconia è sempre temperata dalla capacità di sorridere delle umane cose e dalla precisione con cui vengono rievocati gesti, atmosfere, vite non illustri eppure piene di significato. Francesco Guccini non canta più, ma la sua voce si leva di nuovo per noi, alta, forte, piena di poesia, per consegnarci un’ che è testamento e testimone da raccogliere, in attesa di una nuova aurora del giorno”.

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