Share |

"Un Paese senza leader", oppure ce ne sono troppi ma di modesta levatura?

Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, si rapporta con i protagonisti e i retroscena di una classe politica in crisi


19/03/2018

di Catone Assori


La vignetta di Giannelli nella prima di copertina di Un Paese senza leader (Longanesi, pagg. 224, euro 16,90) la dice lunga: una carrozza zeppa di protagonisti della scena politica italiana che si distinguono a fatica e che rappresentano la metafora di una situazione al collasso, peraltro ben delineata dal risultato uscito dalle urne. Urne che dovevano regalarci un leader e che, invece, ne hanno evidenziati due a mezzo servizio (Di Maio e Salvini) che, difficilmente, potranno farsi carico dei nostri problemi. A meno che… 
Già, a meno che. Ma noi non siamo la grande Germania dove, sia pure dopo quasi sei mesi di batti e ribatti, si è arrivati a mettere d’accordo le due anime contrapposte della nazione per il bene di tutti. Noi, si sa, siamo litigiosi e arroganti, bastian contrari per eccellenza, legati a filo stretto alle poltrone che contano. È quindi possibile ipotizzare un argine che ci difenda dal burrone dove stiamo precipitando, attuando quelle serie di riforme che da decenni vengono regolarmente disattese? Crederci è lecito, ritenerlo fattibile molto meno, soprattutto in considerazione della rapida ascesa, seguita a tamburo battente da una rovinosa caduta, da parte di tutti i tradizionali fronti politici. 
Per poter avere quanto meno barlumi di speranza in tal senso Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera e autore del libro del quale stiamo parlando, ritiene indispensabile poter contare su una politica forte, unica via per affrontare una traversata impervia fra gli alti e bassi del complicato tracciato che fa capo all’economia internazionale. Ma è una strada difficile da percorrere visto che nei venticinque anni di quella che viene considerata come la Seconda Repubblica non si è concretizzata l’idea di due poli vincenti, ovvero una sinistra riformista e una destra conservatrice, come peraltro avviene in altri grandi Paesi. Dove, se i vincenti sbagliano, alle successive elezioni vengono bastonati. Per contro ci dobbiamo rapportare con una sistema farraginoso che, complice la disgregazione dei partiti, non ha saputo generare una nuova, vera classe dirigente. 
Da qui la decisione di Fontana di dare voce a “storie, protagonisti e retroscena di una classe politica in crisi”, basandosi sulle sue lunghe frequentazioni nel mondo della politica (21 anni non sono pochi). Con la speranza “di coinvolgere i lettori più distratti” utilizzando un linguaggio semplice, accessibile a tutti, che fa leva “su ricordi e aneddoti”. Quindi una lettura facile, comprensibile, di piacevole impatto. Che punta alla concretezza: quella di lasciare da parte le promesse irrealizzabili e mettersi a percorrere la strada di un ragionevole compromesso da gestire in comunione d’intenti. 
Insomma, Fontana (nato l’11 gennaio 1959 a Frosinone e laureato in Filosofia del Linguaggio a Roma con una tesi discussa con Tullio De Mauro) si muove nei meandri della politica in maniera equidistante, forse plasmato dai suoi lunghi trascorsi in via Solferino, sebbene lui provenisse dalle pagine battagliere dell’Unità, dove aveva lavorato per undici anni. In effetti, dopo aver collaborato con l’Ansa dalla sua città natale, era stato assunto da Emanuele Macaluso nell’organo del Pci, guadagnandosi, per mano di Walter Veltroni, i galloni di capo dell’ufficio centrale. Quindi la carriera, a partire dal 1977, al Corriere, arrivando alla vicedirezione nel 2003 con Stefano Folli e, sei anni dopo, alla condirezione con il ritorno di Ferruccio de Bortoli, per poi succedergli - nel maggio 2015 -  come prima guida. 
Ma torniamo al dunque. Di fatto, la situazione non lascia grandi spiragli di ottimismo, tanto da indurre l’autore a una amara riflessione: “'Diciamocelo con franchezza: anche se all’orizzonte spuntasse un leader, e al momento non se ne vedono, sarebbe subito neutralizzato da un sistema politico e istituzionale che sembra confezionato su misura per impedire l’ascesa di una nuova personalità e l’affermazione di una nuova prospettiva. Il compito di far sorgere o cadere i leader è assegnato a tutti fuorché all’unico soggetto che ne avrebbe la legittimità: il popolo italiano nella sua veste di elettore”. Salvo poi, come da risultato… 
In ogni caso Fontana coglie con il giusto garbo, supportato dalle irriverenti vignette di Giannelli, i volti stereotipati della nostra politica: da Silvio Berlusconi, colui che non muore mai, a Matteo Renzi, il ragazzino che si è autodistrutto nella “'tempesta perfetta”' del referendum e che da simpatico è diventato antipatico senza saperne neppure il perché; da Matteo Salvini, con il suo piglio di capo e la sua svolta nazionalistica, a Beppe Grillo, Luigi Di Maio e agli altri della democrazia social dei Cinque stelle, le cui alterne vicende “ne fanno il movimento più liquido e più gerarchico che sia apparso sulla scena politica”. E poi via ironizzare sulla mozzarella del Professore (Romano Prodi) e a cucire un ritrattino come si deve su Massimo D’Alema (clamorosamente lasciato fuori dai giochi il 4 marzo), l’ex premier ed ex segretario dei Democratici di sinistra che ha rappresentato tutto quello contro cui Berlusconi ha combattuto e che lo aveva portato a scendere in campo. 
Insomma, tanti mali collaterali. Fermo restando che, alla radice vera dei nostri problemi, per Fontana c’è un sistema elettorale sbagliato: “Penso infatti che, alla fine, un sistema maggioritario a doppio turno, che ha dato buona prova fino a oggi nell’elezione diretta dei sindaci, sia ancora il migliore. In ogni caso, se all’orizzonte spuntasse un leader, diciamocelo con franchezza, sarebbe subito neutralizzato da un contesto politico e istituzionale che sembra confezionato su misura per impedire l’ascesa di una nuova personalità e l’affermazione di una nuova prospettiva”. Di Maio e Salvini se ne saranno resi conto nell’euforia dell’ultimo successo elettorale?

(riproduzione riservata)