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"Un bambino nel cassetto", che non avrebbe mai dovuto nascere

L’autore di Gerusalemme mai si racconta, facendo riferimento al padre ebreo e alla madre ariana. Fra scoperte, prese di coscienza e senso dell’appartenenza


08/03/2019

di Gino Franchetti


Gerusalemme mai. Il bambino nel cassetto (Umberto Soletti Editore, pagg. 160, euro 15,00), ultima mia fatica letteraria a vedere la luce della pubblicazione, è un libro che parla di me, ma non di me soltanto. Parla di me perché sono io il “bambino nel cassetto” cui si riferisce il sottotitolo: è lì che ha inizio la storia che voglio raccontare. Un cassetto era il rifugio di me neonato, perché negli anni fra il 1943 e il ’45 non avevo il diritto di esistere. Un ebreo quale era mio padre e una giovane “ariana” non potevano contrarre matrimonio (e forse per la conversione di lui al cattolicesimo il parroco di San Francesco da Paola in via Manzoni a Milano aveva dato nel ’42 il consenso alla celebrazione del rito religioso), figurarsi se potevano permettersi di dare alla luce un figlio. 
Un figlio che non doveva dunque essere visto da nazifascisti per non fare una brutta fine. Ma la mia storia personale, a ben guardare anche bizzarra, conduce come attraverso ampliamenti concentrici a una panoramica sempre più estesa sulla storia di mio padre perduto quando avevo sette anni e a quella della sua famiglia, inaspettatamente (per me) degna di un certo rilievo in Italia e nel mondo, agli eventi che attorno a essa e con essa si succedevano in pace e in guerra, infine anche alle vicende di volta in volta gloriose e tragiche di un popolo, quello ebraico, al quale seppure per metà scoprivo a poco a poco di appartenere anch’io. 
Una scoperta per me graduale alla quale saranno chiamati anche i lettori, suppongo con un certo stupore. Perché vedranno come io ci abbia messo del tempo, prima di prenderne coscienza, con tutto lo straniamento e la sorpresa possibili per un ragazzo che aveva frequentato la scuola elementare delle suore di via Goldoni a Milano e poi le medie nel collegio dei Salesiani a Varazze, diventando il più cristiano possibile: presidente (si fa per dire) di un gruppo di approfondimento religioso al collegio, poi iscritto all’Azione Cattolica, delegato (quindi educatore) degli Juniores, seguace sia pure un po’ disincantato di Don Giussani e quindi frequentatore del “raggio” di Gioventù Studentesca, poco lontano dal mio milanese Liceo Parini. 
Racconto di come la presa di coscienza sia probabilmente iniziata con un dossier sulla storia e i relativi massacri ovunque nel mondo della diaspora ebraica, dopo la distruzione di Gerusalemme voluta nel 70 dopo Cristo dalle truppe romane del futuro imperatore Tito, “croce e delizia del genere umano”, dossier da me realizzato in accordo con la professoressa di Lettere del Ginnasio. Al liceo, per una ingenua poesia intitolata “Stella di Sion” dalla quale traspariva la mia innocente nostalgia per un’appartenenza che non conoscevo prima, poesia pubblicata sul giornale del Parini, la famosa “Zanzara”, finivo per alcuni giorni sotto il fuoco concentrico degli antisionisti di destra e di sinistra. 
Più avanti, nel mio lavoro di giornalista, pur sfiorando soltanto la possibilità di andare a Gerusalemme, dove sentivo di dover collocare almeno simbolicamente le mie origini, avevo la… fortuna di visitare Auschwitz, passando per l’ingresso coronato dal beffardo raggelante motto “Arbeit macht frei”, cioè “Il lavoro rende liberi”. Scoprivo fra i documenti rimasti di mio padre la lettera con la quale la Siemens, dove lavorava come capo dell’Ufficio Propaganda, gli comunicava il suo licenziamento nel rispetto delle leggi razziali (delle quali nel libro ho poi dato ampia documentazione); e quella in cui lui invece chiedeva rispetto per il suo ruolo di “capo manipolo”, in calce alla quale il famoso capitano Valerio prometteva ben poco velate minacce. 
Impossibile era dunque non raccontare come moltissimi ebrei, più o meno importanti nei rispettivi ambiti politici o lavorativi, sentendosi come gli altri italiani, avessero entusiasticamente aderito al riscatto dell’orgoglio patrio che il Fascismo prometteva. 
Ecco, la parte storica (che comprende anche la vicenda eccezionale di Massimo Della Pergola, inventore del Totocalcio), si avvia qui a conclusione, con la fine delle persecuzioni e il ritorno di molti ebrei dall’Europa e dal mondo alla loro Terra Promessa, che magari sarebbe anche la mia, benché per me il tempo utile per il ritorno sia probabilmente ormai chiuso. Resta l’auspicio per una giusta pace fra due popoli che potrebbero vantaggiosamente essere fratelli, se solo volessero rispettare reciprocamente le loro esigenze vitali e il loro diritto a esistere.

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