Share |

"Un calcio da ridere": una piacevole quanto intrigante scorribanda nel mondo del pallone dei tempi andati

A raccontarci il come, il quando e il perché di questo libro è lo stesso autore. Pronto a ripercorrere, a fronte di una buona dose di ironia, le sue memorie di giornalista sportivo nei più importanti quotidiani italiani


27/02/2019

di Gino Franchetti*


Questo mio piccolo libro - Un calcio da ridere (Prospero Editore, pagg. 131, euro 14,00) - che spero possa far sorridere anche quelli che il gioco del pallone lo prendono troppo sul serio, ha visto la luce in questi giorni in cui dobbiamo ricordare con nostalgia Nereo Rocco, detto “el paròn”, che ci ha lasciato quarant’anni fa; ma in realtà era nato da molto tempo. Mi era venuta un’idea, quando lavoravo alla Gazzetta di Candido Cannavò: raccontarlo non con una biografia tradizionale, dalla nascita alle sue squadre, alle imprese compiute, infine all’inesorabile declino, ma con un ritratto che uscisse spontaneo dal ricordo delle sue battute di spirito, quelle che ne facevano un personaggio tutto da godere anche lontano dal campo di gioco. 
“Che cosa ne pensi, Candido? - avevo chiesto - Secondo te potrebbe interessare alla Rizzoli?”. “Mah, non so - aveva risposto lui - Tu scrivi, poi vediamo”. Non mi era parso convinto, così mi ero tirato indietro: “Eh no. Sono un professionista, se scrivo è per essere pubblicato”. Anche perché, pur avendo io allora un orario di lavoro piuttosto flessibile, la stesura di un libro al di fuori dell’impegno al giornale sarebbe stata una fatica in più. 
Si era fra il 1994 e il 1995. Qualche anno più tardi quella stessa idea l’avrebbe sviluppata l’amico Gigi Garanzini, credo con un certo successo. I miei appunti nel frattempo non li avevo buttati, benché il destino, sotto le sembianze di Massimo Moratti, mi avesse portato da tutt’altra parte, ad assumere il ruolo di responsabile delle Relazioni Esterne all’Inter. Certo di Rocco soltanto non avrei potuto parlare, dovevo cambiare formula: così cominciai ad annotarmi quel che ricordavo di altri personaggi spiritosi che avevo avuto modo di incontrare nei miei trascorsi di cronista sportivo, proprio mentre toccavo con mano lo scivolare del mondo del pallone verso una seriosità altezzosa, uno snobismo sempre più astioso. 
Ecco, ora che Riccardo Burgazzi, sull’onda del mio romanzo La ragazza che parlava italiano, uscito sotto l’égida di Calibano, ha trovato degno di un qualche interesse per Prospero Editore il mio progetto di allora, anch’io me ne sono davvero innamorato, ritenendo meritevole di un affettuoso ricordo il calcio più ruspante dei miei anni di gioventù, quando allenatori e giocatori non erano esseri alieni, inavvicinabili come ora sono, circondati da fiumi di denaro che troppo spesso fanno passare in secondo piano il rapporto affettivo, entusiastico, che dovrebbe legare le squadre e i loro campioni al grande pubblico che ne segue le gesta. 
Non Rocco soltanto faceva parte dell’allegra compagnia di chi sapeva ridere e far ridere persino in mezzo ai guai, ma anche lo svedese di ghiaccio Nils Liedholm e i due H.H. (Accaccone e Accacchino, volle definirli Gianni Brera), loro rivali sulla ribalta milanese; e l’argentino Luis Carniglia, che ebbe un interregno milanista in contrapposizione a don Helenio; e poi altri uomini con cui era piacevole stare, al di là dei momenti di lavoro e nonostante quelli, come Manlio Scopigno (soprattutto all’epoca del suo Cagliari vittorioso) e Bruno Pesaola detto “el Petisso”, Massimo Giacomini, Gustavo Giagnoni, Oronzo Pugliese, per rimanere a quelli di cui, avendoli più spesso frequentati, ho potuto ricordare qualcosa. 
Questo non sarà un grande libro, ma forse farà nascere nei tifosi di oggi un legame nostalgico con il gioco del pallone di anni ormai lontani. Lo dico con un pizzico di umiltà, un po’ come faceva Rocco, quando prima di una partita gli dicevano “E ora vinca il migliore”, lui immancabilmente rispondeva: “Ciò, sperémo de no!”. Io devo confessare, ora che nessuno potrebbe chiedermi di restituire parte dei miei stipendi di allora, che negli anni di lavoro spesso faticoso attorno al calcio mi sono anche molto divertito.

*Gino Franchetti, nato a Milano il 7 marzo 1943, ha lavorato alla Gazzetta dello Sport (in due riprese, redattore, inviato, capo della Redazione Calcio, caporedattore), a Stadio (capo servizio e inviato speciale), al Giorno (da redattore a vicecaporedattore), prima di assumere le funzioni (1995-1999) di responsabile delle relazioni esterne e dell’attività editoriale del F.C. Internazionale (e direttore del mensile del club) e concludere la carriera collaborando (1999-2007) come inviato alle pagine sportive del Corriere della Sera. Nel suo carnet di scrittore figurano un libro di poesie, un instant book su Mark Hateley, un romanzo per le scuole medie (Senza paura) sulla violenza attorno al calcio e i più recenti L’oro di Kakà, in occasione dell’assegnazione del Pallone d’Oro al brasiliano del Milan, Il mio amico Nils, affettuoso ricordo di Nils Liedholm scomparso nel novembre del 2007, Ibra, mattane e magìe dell’antipatico che incanta sul campione svedese dell’Inter Zlatan Ibrahimovic prima del suo trasferimento a Barcellona (libro poi “rinfrescato” col titolo Il guerriero del Milan per il suo ritorno in Italia sulla sponda rossonera). Infine una nuova raccolta di poesie, Le Muse d’autunno, premiata nel concorso letterario Memorial Fanny Bufalini Baroni, e il romanzo Il calciatore stanco.

(riproduzione riservata)