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"Via Della Seta", Luigi Di Maio respinge l'altolà Usa

Secondo il vicepremier non si tratta di un accordo politico, ma di una intesa per aiutare il Made in Italy


11/03/2019

di Artemisia


«Io rispetto le preoccupazioni del nostro alleato, ma se stiamo guardando alla Via per la Seta non è per fare accordi politici con la Cina, è solo per aiutare le nostre aziende a portare il made in Italy, il nostro know-how, in un mercato che ce lo chiede». Il vicepremier Luigi Di Maio risponde in questo modo agli Stati Uniti che avevano "richiamato" Roma rispetto al progetto italiano di firmare gli accordi commerciali per la Via della Seta. 
È questa l’ultima tappa di un botta e risposta tra il Governo e la Casa Bianca sul gigantesco progetto di interconnessione con cui Pechino vorrebbe avvicinarsi a Europa, Asia Centrale e Africa. L’Italia si trova in una posizione strategica perché al centro di questa scacchiera commerciale. La Belt and Road Initiative, detta anche Via della Seta, è un gigantesco piano di infrastrutture con cui la Cina vuole accorciare le distanze con Europa, Asia centrale e Africa. 
Strade, ferrovie, porti con cui far viaggiare merci e persone. Ma anche reti energetiche e fibra ottica, per accelerare la trasmissione del nuovo petrolio, i dati. Un progetto che sul piano della geopolitica rappresenta una sorta di “colonizzazione economica”. Il dossier della BRI prevede 173 progetti, per un controvalore di mille miliardi di dollari (circa sette volte il piano Marshall). 
Gli Stati Uniti temono che questo progetto sia una sorta di colonizzazione della Cina che espanderebbe la zona d’influenza. Ecco quindi che Garrett Marquis, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha rilasciato sul Financial Times, un avvertimento all’Italia. «La Via della seta è un’iniziativa fatta dalla Cina, per la Cina», ha detto Garrett Marquis al quotidiano finanziario. «Siamo scettici che l’adesione del governo possa portare benefici economici durevoli al popolo italiano e nel lungo periodo potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale del Paese». 
Il punto di arrivo più significativo della BRI in Europa al momento è a Duisburg, in Germania, scelta dai cinesi come hub per l’arrivo della ferrovia dall’Est cinese. Arrivano circa 30 treni cinesi la settimana carichi di container: trasportano prodotti che vengono distribuiti in Europa. Duisburg sta costruendo magazzini per 20 mila metri quadrati. 
Il gruppo di Stato cinese Cosco, ha investito nel 2016 un miliardo di dollari nell’acquisizione dell’uso del porto del Pireo, ad Atene, e nel suo ammodernamento. Nel 2017 ha comprato per 203 milioni di euro Noatum Port Holdings che gestisce le operazioni di container nei porti di Valencia e Bilbao, mentre in Italia controlla il 40% del porto di Vado Ligure, terminale per container. 
Il presidente cinese, Xi Jinping, sarà il 22 marzo in visita ufficiale in Italia e in questa occasione potrebbe essere firmato il memorandum di intesa sulla Via della Seta. Questo spiega le parole irritate del portavoce della Casa Bianca sul quotidiano più letto dalla comunità finanziaria mondiale, che suonano come un altolà al nostro Paese. 
Il governo Conte però intende andare avanti comunque. Nella sua visita in Cina a ottobre, il vice premier Luigi Di Maio ha detto di voler chiudere a breve, invitando Xi Jinping a firmare il memorandum in Sicilia. Il Presidente cinese dopo l’incontro con il Presidente Mattarella e il premier Conte potrebbe recarsi in Sicilia per siglare l’intesa. Poi si recherebbe in Francia e successivamente negli USA per l’atteso incontro con Donald Trump. 
Finora quasi tutti i Paesi europei sono rimasti alla finestra. Solo Grecia e Ungheria hanno aderito. L’Italia quindi sarebbe il primo Paese del G7 e il primo membro fondatore dell’Europa ad aderire al grande piano cinese. 
Mentre le capitali della UE guardano con perplessità al piano infrastrutturale di Pechino e cercano di capire cosa si possa celare dietro il progetto, per il governo, come ha detto il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Michele Geraci, è un’occasione per intensificare gli scambi commerciali con un Paese in grande crescita e creare le basi per l’arrivo di investimenti.
Secondo il Centro studi per le imprese della Fondazione Italia Cina, “tramite Bri la Cina sta promuovendo una propria versione di globalizzazione, con l’obiettivo di sostenere la produttività interna. Questa iniziativa comporta la creazione di una stretta cooperazione fra i Paesi coinvolti per coordinare le politiche economiche di tutti i soggetti. È un’iniziativa che crea consenso sugli investimenti cinesi all’estero”. Si colloca sulla scia del piano per lo sviluppo tecnologico “Made in China 2025”. Quindi non solo infrastrutture.

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