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"Visto che i cervelli generano benessere, perché allora non si fa nulla per farli restare?"

A domandarselo è Roberto Coppari, il luminare che in terra svizzera sta regalando nuove speranze ai malati di diabete.  Sostenendo che questa fuga di talenti dall'Italia si porta al seguito anche una parte dei finanziamenti erogati dall’Europa. Euro che verranno spesi nei Paesi d’accoglienza, i quali ne sfrutteranno poi le loro scoperte


21/01/2019

di Giuseppe Marasti


Un altro cervello in fuga le cui scoperte, nel campo del diabete, hanno avuto eco mondiale. Si tratta di Roberto Coppari, un famoso diabetologo originario di Senigallia, un piccolo comune in provincia di Ancona, che nel 2000 era emigrato negli Stati Uniti per proseguire i suoi studi nel campo delle Neuroscienze attraverso un dottorato e un post-dottorato presso la Harvard Medical School di Boston. 
Dopo undici anni trascorsi negli States, Coppari si sarebbe trasferito presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra, dove attualmente si propone - oltre che come docente - nel ruolo di prima guida del Centro di Ricerca sul diabete. Ruolo che lo vede coordinare un gruppo di scienziati alle prese con nuovi metodi per trattare questa pericolosa malattia, e non solo, attraverso una ricerca finanziata sia dalla Comunità europea che dalla Lega Svizzera contro il cancro e il Fondo Nazionale Svizzero per la ricerca scientifica. 
E appunto al professor Coppari abbiamo rivolto una serie di domande per cercare di fare il punto sullo stato dell’arte di queste ricerche, ma anche per tentare di capire come mai tanti nostri cervelli scelgano la via della fuga senza che il Governo muova un dito per fermarli. Una emorragia peraltro grave sotto diversi punti di vista.

Professor Coppari, il diabete colpisce nel mondo centinaia di milioni di persone. Pare che lei abbia scoperto il meccanismo per fermarlo: la Leptina. Ce ne può parlare? 
Vorrei rispondere a questa domanda in tre tappe, menzionando prima i numeri, poi l’eterogeneità e, di conseguenza, la complessità dell’approccio al problema diabete. Partiamo dai numeri: il numero di persone che soffrono di diabete è molto alta, ma purtroppo questa è una sottostima del problema reale. Infatti, ci sono molte persone diabetiche o pre-diabetiche che non sono al corrente della loro condizione. Comunque, rimane il fatto che le stime ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono allarmanti non solo per l’enorme numero di persone che soffrono di questa patologia ma anche per altri due fattori:

  1. Il “trend” è molto preoccupante perché negli ultimi 35 anni il numero dei pazienti diabetici è quadruplicato passando da 100 a circa 450 milioni. Quindi la prevalenza di questa patologia sta aumentando in modo molto preoccupante;
  2. Il diabete colpisce l’età pediatrica in modo allarmante. Per gran parte del 1900 solo pochi bambini soffrivano di diabete e questi erano principalmente affetti dal diabete di tipo 1 (una patologia scatenata da una distruzione delle cellule che producono l’ormone insulina). Purtroppo il numero di bambini affetti da diabete di tipo 1 e di tipo 2 (una patologia causata dalla riduzione dell’azione dell’insulina) è in crescita costante.

Quindi un numero altissimo di persone (inclusi i bambini) soffre di diabete e le proiezioni per il futuro sono molto preoccupanti. 
Procediamo con l’eterogeneità. Le faccio un’analogia semplice con la febbre. Prima che si scoprissero i virus e i batteri una persona che aveva la febbre veniva trattata per eliminare o ridurre il sintomo (la febbre) ma non la causa (all’epoca sconosciuta). Per quanto riguarda il diabete di tipo 2 (che rappresenta circa il 90% dei casi di diabete) siamo ancora nel periodo in cui noi non ne conosciamo le cause e quindi ci focalizziamo sul ridurne il sintomo (principalmente l’elevato livello di glucosio nel sangue o iperglicemia). 
Come nel caso della febbre, le cause possono essere molteplici, sebbene il sintomo sia lo stesso. Per esempio, difetti a livello dei neuroni che regolano la glicemia, o a livello del tessuto adiposo, o del fegato possono indurre allo stesso sintomo (l’iperglicemia). Ovviamente, il trattamento dovrebbe essere mirato alla causa e quindi un difetto a livello del sistema nervoso centrale non potrà essere trattato allo stesso modo di un difetto a livello periferico. Per quanto riguarda il diabete di tipo 2, le terapie farmacologiche sono principalmente mirate a ridurne il sintomo ma non ad eliminarne le cause, che purtroppo sono molto probabilmente diverse da individuo ad individuo. 
Quindi, il diabete di tipo 2 è una malattia eterogenea con cause primarie che possono variare da difetti ipotalamici (diabete neurogenico) a resistenza insulinica periferica (per esempio a livello delle cellule epatiche e/o muscolari). Nel caso del diabete di tipo 1, le cause sono da attribuire alla distruzione delle cellule che producono insulina. Ma anche in questo caso, il fattore, o i fattori, che scatenano l’autodistruzione di queste cellule non è stato ancora chiarito. 
Considerato che le cause possono essere variegate e diverse da individuo ad individuo, è molto improbabile che il diabete possa essere eradicato con un unico farmaco. Questo vale anche per la leptina, che è un ormone prodotto dalle cellule adipose e che ha tra le tante altre azioni anche quella di ridurre l’iperglicemia. Il mio gruppo ha scoperto alcuni dei meccanismi tramite i quali la leptina riduce la glicemia (ed altri parametri importanti) in modelli di diabete di tipo 1 o di tipo 2. Questi meccanismi sono al centro di un intenso studio a livello mondiale perché, a seconda del tipo di diabete, l’utilizzo della leptina ed in modo particolare dei meccanismi molecolari da lei indotti potrebbero essere molto utili a livello terapeutico. Le faccio un esempio concreto che riguarda principalmente le scoperte fatte nel mio laboratorio. Circa 100 milioni di persone soffrono di deficienza insulinica, che è una condizione letale se non è trattata. Di deficienza insulinica ne soffrono tutti i pazienti con il diabete di tipo 1 e circa il 20% dei pazienti che hanno il diabete di tipo 2. L’unico trattamento possibile per questi pazienti è basato sulla somministrazione giornaliera di insulina (via iniezioni, insulinpump). 
Purtroppo ci sono molti problemi associati con questo trattamento: se dosata male, l’insulina può causare ipoglicemia (che mette a rischio la vita di un individuo). L’insulina promuove la sintesi dei lipidi e colesterolo e quindi potrebbe contribuire agli eventi cardiovascolari che purtroppo sono la causa più frequente di morte o d’invalidità in questi pazienti. Quindi da un lato l’insulina salva la vita a questi pazienti ma dall’altro non ne permette una vita normale e di qualità e durata simile a quella di individui sani. 
Le nostre scoperte sono mirate a migliorare questo trattamento. Infatti, abbiamo identificato nuove molecole che hanno come obbiettivo quello di ridurre la quantità di insulina terapeutica senza compromettere il quadro metabolico o addirittura migliorandolo. In questo modo puntiamo a ridurre la frequenza di eventi ipoglicemici e cardiovascolari con enormi benefici per i pazienti (migliore qualità e durata di vita) ed i sistemi sanitari nazionali (riduzione dei costi per trattamento delle malattie croniche associate al diabete). Le nostre molecole sono state brevettate e stiamo proprio in questi giorni cercando di sviluppare una biotech che le possa lanciare a livello terapeutico. Da italiano, sarei molto contento se questa biotech possa essere sviluppata in Italia. Quindi, nel caso ci siano investitori che siano interessati sarei ben lieto di discuterne.

La sperimentazione è avvenuta sui topi. Come? 
Vorrei esordire con il ricordare che a nessuno di noi piace far soffrire gli animali e che se vogliamo trovare rimedi a delle patologie complesse gli studi sugli animali sono purtroppo necessari. Nel nostro caso, gli studi preclinici prevedono esperimenti in modelli murini, cioè i topi. Utilizziamo questi piccoli mammiferi perché hanno moltissimo in comune con l’uomo, e quindi rappresentano un modello per studiare patologie umane. Nel caso del diabete tipo 1, noi manipoliamo il genoma murino, o trattiamo gli animali con alcune sostanze chimiche, in modo da distruggere in maniera selettiva le cellule che producono l’insulina. 
Nel caso del diabete tipo 2, alimentiamo i topi con una dieta ricca in grassi e zuccheri in modo da simulare la dieta poco salutare che purtroppo troppe persone consumano in maniera cronica. Una volta indotta la malattia, gli animali vengono poi trattati con la leptina (o altre molecole) per testarne gli effetti e capirne il meccanismo d’azione. In alcuni casi il trattamento è ristretto solo al sistema nervoso centrale per testare la rilevanza di alcuni tipi di neuroni nel mediare l’effetto del trattamento stesso. In questo modo abbiamo scoperto dei nuovi meccanismi che sono ora il bersaglio terapeutico di queste molecole da noi brevettate.

Questa malattia quindi ha diverse origini... 
Per quanto riguarda il diabete di tipo 2, come detto prima, le cause sono molteplici e quindi i difetti primari si possono trovare sia a livello del fegato, come nell’ipotalamo, nel tessuto adiposo, e/o a livello del pancreas endocrino.

La rivista Nature Communications riferisce di una sua importante scoperta. Significa anche che quanto prima potrà uscire un farmaco in grado di sconfiggere il diabete? 
I risultati cui lei si riferisce riguardano i nostri risultati sperimentali che chiariscono, in parte, il perché molti pazienti obesi sviluppano anche il diabete di tipo 2. Nel caso specifico, abbiamo scoperto che l’obesità induce uno stato infiammatorio che induce l’espressione di una proteina (proteintyrosinephosphasereceptor gamma) a livello epatico (cioè nel fegato). Abbiamo poi scoperto che in molti pazienti affetti da resistenza all’insulina l’espressione di questa proteina aumenta e utilizzando i nostri modelli animali abbiamo dimostrato che questa proteina interferisce negativamente con l’azione dell’insulina. 
In altre parole, i nostri risultati indicano che quando una persona diventa obesa il rischio che questa proteina aumenti a livello epatico aumenta e se questo avviene si sviluppa una resistenza insulinica che favorisce l’insorgenza del diabete. In questo momento stiamo cercando di sviluppare delle molecole che riducano l’attività di questa proteina in modo da “scollegare” l’obesità dal diabete. Per il momento, su questo fronte non abbiamo ancora sviluppato queste molecole e quindi un trattamento basato sulla nostra scoperta (pubblicata poco più di un anno fa) non sarà possibile nell’immediato futuro.

Lei ha spiegato all’Ansa: “Stavamo studiando gli effetti di una dieta ricca di grassi sulla crescita del tumore e ci siamo accorti che se la molecola FKBP10 viene spenta, la crescita del tumore si riduce moltissimo”. Cos’è e quali funzioni ha questa molecola? 
Questo lo stiamo studiando in questo momento e i dati di questo lavoro saranno pubblicati presto. FKBP10 è una proteina che viene prodotta in modo abbondante durante la normale crescita dell’organismo. Si pensa che la sua funzione principale sia quella di aiutare altre proteina a trovare la loro forma tridimensionale corretta. Le posso anticipare che la funzione con cui questa proteina aiuta il tumore a crescere è diversa da quella che pensavamo quando iniziammo a studiarla. Inoltre, gli studi preclinici sono molto incoraggianti perché quando eliminiamo FKBP10 dopo che il tumore si è formato, le cellule tumorali muoiono e il tumore sparisce quasi del tutto (in topi). 
Quindi, stiamo lavorando molto intensamente su questa molecola utilizzando dei tessuti e campioni umani e stiamo scoprendo che la sua espressione è ristretta a livello delle cellule tumorali del polmone. In pratica, dopo il normale sviluppo il polmone sano non sembra averne più bisogno mentre il tumore inizia a produrla perché è necessaria alla sua crescita. Stiamo lavorando molto intensamente per capire la componente molecolare di FKBP10 che è necessaria al tumore per poi produrre un farmaco che ne inibisca la sua azione. Questo farmaco non dovrebbe causare danni al tessuto sano mentre dovrebbe ridurre il tumore o perfino eradicarlo se la terapia fosse combinata con altri farmaci anti-tumorali. Speriamo di riuscire in questa missione.

E questo vale anche oltre che per i tumori ai polmoni anche per quelli al pancreas e al seno? 
Per il momento abbiamo concentrato i nostri sforzi su un tipo di tumore al polmone. Per fare studi molto dettagliati e di alta qualità ci vogliono molte risorse e del tempo. Quindi, mi auguro che altri scienziati siano interessati in questa proteina e che ne testino la rilevanza in altri tipi di tumore.

Lei è uno scienziato italiano che lavora in Svizzera. Perché non in Italia? 
Questa è una bella domanda che a volte mi faccio anch’io. L’Italia è un Paese meraviglioso ed eterogeneo dove ci sono centri in cui la ricerca scientifica è condotta da scienziati di eccellenza. La Svizzera (attualmente) e gli Stati Uniti d’America (in passato) mi hanno dato delle opportunità che in Italia non ho avuto. Negli Usa sono stato nominato professore all’età di 37 anni e in Svizzera ho iniziato a dirigere un Centro di Ricerca all’età di 45. Probabilmente, se fossi rimasto in Italia non avrei avuto queste opportunità. Quindi, la mia è stata una scelta obbligata.

Chi comanda la ricerca in Italia? 
Sinceramente non ne ho idea. Mi auguro che il nuovo Governo riesca a dar valore a tutto il talento che l’Italia riesce a generare. Mi auguro che le persone capiscano fino in fondo che il lavoro del ricercatore è un lavoro che ha degli effetti concreti sulla vita reale di un Paese. Anche a livello economico. 
Le faccio un esempio: se un ricercatore brevetta una scoperta e poi questa si sviluppa in un prodotto, non solo l’impresa che lo produrrebbe darebbe lavoro a delle persone nel territorio, ma genererebbe delle risorse economiche che verrebbero poi spese nel paese in cui essa opera. Per non parlare del fatto che se il prodotto è un nuovo farmaco, i malati che vivono in quel territorio saranno i primi a trarne vantaggio. 
Nel mio caso, le nostre scoperte che vengono brevettate sono di proprietà dell’Università di Ginevra e molto probabilmente gli investimenti verranno fatti in Svizzera. Quindi, se i nostri prodotti verranno commercializzati chi ne beneficerà di più saranno gli svizzeri e non di certo gli italiani.

Solo quest’anno pare che oltre 150.000 “cervelli” siano usciti dal nostro Paese per lavorare in altri… 
Questo è veramente un peccato. Le ragioni principali penso siano il disagio di trovare un lavoro e la necessità di scovare delle opportunità migliori, come lo è stato per me. In fondo, forse, tutte le migrazioni sono frutto di un disagio nel posto da cui si parte e della speranza di trovare delle opportunità migliori nel posto in cui ci si dirige. Nel caso specifico, i “cervelli” generano benessere e quindi se non hanno la possibilità di esprimersi in un Paese andranno in un altro che gli darà questa possibilità. Ovviamente, il Paese che li accoglie non lo fa per pura simpatia ma principalmente per interesse, perché, come detto sopra, i “cervelli” generano ricchezza. Fortunatamente, l’Italia, che di “cervelli” ne esporta moltissimi, dovrebbe fare “solo” delle riforme per tenerseli stretti. Sono certo che la stragrande maggioranza di questi “cervelli” in migrazione tornerebbe in Italia se ci fossero le condizioni giuste.

Il merito non è adeguatamente valutato? 
In Italia, sia i concorsi che gli avanzamenti di carriera sono dettati da regole non chiare. Quindi, il “barone” di turno sfrutta queste incertezze per introdurre in posti nevralgici le persone che fanno comodo a lui o a lei perdendo di vista che le persone dovrebbero fare comodo all’Istituzione per cui il “barone” lavora e di conseguenza agli italiani. Forse la riforma principale che un paese come l’Italia dovrebbe fare è quella di sviluppare un miglior senso di appartenenza. Se un “barone” universitario mette una persona incompetente al comando di un reparto, quel reparto poi non funziona e le spese le faranno i pazienti di quel reparto. Sorprendentemente, nessuno sembra importarsene. Ma le domande che una persona che vive in quel territorio si dovrebbe porre sono le seguenti: l’incompetente era l’unica opzione oppure c’erano altre scelte? E le altre scelte erano migliori? E se lo erano, il barone dovrebbe spiegare la sua scelta e dovrebbe essere reso responsabile della scelta irresponsabile. 

Il libro Un Paese di Baroni mette a nudo lo stato dell’università italiana. Forse, per la sua esperienza, può aggiungere dell’altro... 
Non ho letto questo libro. Comunque, per mia esperienza personale posso dire che se il “barone” universitario (che di solito è un professore ordinario) ostacola una giovane o un giovane talentuoso il danno al Paese è enorme. Il “barone” universitario pensa che le posizioni accademiche a cui a lui o a lei è stata riposta la fiducia di gestire siano di sua proprietà. Al contrario, queste posizioni sono pagate con le tasse degli italiani e quindi sono di proprietà degli italiani. Questo concetto molto semplice non credo sia ben chiaro ai “baroni” e agli italiani.

Lei cosa cambierebbe? E chi potrebbe farlo? 
Occorre incentivare il senso di appartenenza e questo lo possono fare solo gli italiani. La politica può aiutare creando un sistema accademico in cui i contratti siano a tempo determinato e rinnovabili. Il rinnovo del contratto deve basarsi sulla qualità del lavoro svolto, tenendo ovviamente conto anche del fatto che siamo essere umani e che quindi possiamo avere dei periodi di difficoltà. Questo deve essere valido per tutti, compresi i professori ordinari. Se questo non avverrà, le persone “precarie” e più talentuose migreranno in numero sempre maggiore e l’Italia diventerà sempre meno competitiva. Guardi, basta osservare un dato molto semplice. 
L’Italia contribuisce a finanziare il Consiglio Europeo della Ricerca che elargisce finanziamenti cospicui principalmente basandosi sulla meritocrazia. Nel mio settore, gli italiani sono secondi solo alla Germania per quanto riguarda il numero di scienziati che ottengono questi finanziamenti. Il dato preoccupante è che purtroppo più di 2 italiani su 3 non lavorano in Italia e quindi “spendono” questi soldi in un altro Paese che poi sfrutterà le loro (nostre) scoperte.

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