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900mila bambini in attesa di cittadinanza: c’è sempre una buona ragione per non darla

La materia è diventata merce di scambio fra i partiti, non essendo considerata una priorità. E non solo. In questo modo la sinistra abbraccia, per un voto in più, una perdente rincorsa elettorale


21/10/2019

di Antonio Sciortino*


Ancora un altro vergognoso balletto. Di irresponsabilità. E sempre sulla pelle di migliaia di figli di immigrati, nati in Italia. Sono novecentomila i bambini in attesa della cittadinanza. Un diritto, il loro, divenuto merce di scambio o di ricatto tra i partiti. Paralizzati dalle variazioni dei sondaggi e dei consensi. «Non è il momento opportuno per deliberare», dicono. Oppure: «Oggi, non è una priorità». E ancora: «Non vogliamo fare un regalo a Salvini». C’è sempre una “buona ragione” per non decidere. Penosi alibi, a camuffare l’assenza di coraggio. Soprattutto da parte del Pd, che ha smarrito l’identità. E tradisce una tradizionale sensibilità verso i diritti sociali, a difesa degli ultimi della società e della Terra. Più che governare fenomeni difficili, come l’immigrazione, la sinistra s’abbandona a una folle e perdente rincorsa elettorale, scimmiottando chi specula sulle paure e sul malessere degli italiani. Per un voto in più. Eppure, quella della cittadinanza, sarebbe una riforma a costo zero. 
Mancanza di coraggio, che si manifesta anche al governo di cui il Pd fa parte, assieme ai grillini di Di Maio. Timidezza istituzionale che impedisce di abrogare o modificare, subito, i “decreti sicurezza” di infausta memoria salviniana. L’avevano promesso quand’erano all’opposizione. Ora che governano, hanno pure paura a parlarne. Così, di fronte alla recente tragedia in mare, con tredici vittime tra donne e bambini, il “capitano” della Lega può, cinicamente, sbeffeggiarli: “La cronaca torna a regalarci altri morti a Lampedusa, figli del buonismo, della riapertura dei porti, del rinnovato entusiasmo degli scafisti”. E, rincarando la dose, aggiungere: “Se c’è un governo che lascia intendere che c’è posto per tutti, che c’è cittadinanza e ius soli per tutti, è chiaro che il messaggio è devastante nell’era di Internet. Questi morti chi li piange?”. 
Poche le voci a contrastarlo. Tra queste, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. “L’ex ministro Salvini”, ha detto, “politicamente responsabile di una cultura di genocidio, dovrebbe tacere e vergognarsi. Quanto avvenuto a Lampedusa è la conferma che la criminalizzazione delle Ong, che salvano vite in mare, produce l’ennesima tragedia”. Ad appoggiarlo, soltanto un tweet di Matteo Orsini del Pd, caustico anche coi compagni di partito: “Altri trenta tra morti e dispersi al largo di Lampedusa, tra loro otto bambini”, ha cinguettato. “La colpa non è del buonismo, come dice Salvini, ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite. E di chi ha paura di abrogarli. Quindi, anche nostra, del nostro governo e del mio partito”. 
Eppure, solo quattro anni fa, una legge di buon senso sulla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia raccoglieva il consenso del 70 per cento dei cittadini. E aveva superato l’approvazione di una delle due Camere del Parlamento. Consenso volatizzatosi, in tempi rapidi, sotto i colpi di una propaganda sovranista, che scaricava sugli immigrati i mali della società. E paventava che l’Italia divenisse terra d’approdo ambita per migliaia di migranti. Senza alcun freno e controllo. 
Rispetto al passato, solo negli Usa vige, oggi, lo ius soli, cioè la cittadinanza automatica alla nascita sul suolo d’una nazione. Gli altri Paesi, quasi tutti, hanno adottato un sistema misto, “temperato”. Come lo ius sanguinis, oppure lo ius culturae. Quello che si vorrebbe approvare in Italia. Vale a dire, la cittadinanza a conclusione di un ciclo scolastico. Senza dover attendere il compimento del diciottesimo anno d’età.  L’attuale legge fa crescere questi “italiani di fatto” con sentimenti ostili verso il Paese dove sono nati e dove vogliono vivere. E che amano.  Un sacrosanto diritto, quello della cittadinanza, svilito e sacrificato sull’altare dei calcoli politici e delle convenienze elettorali. E’ una scelta di civiltà, non un premio per atti di eroismo. Com’è stato il riconoscimento per Adam e Ramy, i due ragazzi di Crema che hanno sventato il dirottamento dello scuolabus. 
Sullo ius culturae la valutazione dei vescovi italiani, da sempre, è stata positiva. L’Italia, come emerge dal recente Rapporto Caritas e Migrantes sull’immigrazione, ha oltre cinque milioni di stranieri che risiedono regolarmente nel nostro territorio. La loro presenza è pari all’8,7 per cento dell’intera popolazione. Siamo terzi in Europa per migranti regolari, dopo Germania e Inghilterra. A fine 2018, erano due milioni e mezzo i lavoratori stranieri in Italia, il 10,6 per cento degli occupati. Oggi, gli immigrati concorrono per il 9 per cento al Prodotto interno lordo (Pil), pari a 139 miliardi di euro. Un vantaggio per il Paese, comunque la si pensi. Il saldo è a loro favore. “Chi ne ostacola l’integrazione”, scrive Michele Ainis su la Repubblica, “favorisce la disintegrazione del Paese”. Così come fa notare un evidente paradosso: “Gli italiani residenti all’estero votano (e dal 2000 eleggono diciotto parlamentari), però non pagano le tasse; gli immigrati regolari non votano, però pagano dazio. Mentre i loro figli crescono come esiliati”. 
«Accogliere è un dovere fondamentale», ha detto il presidente Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, «ma se poi non si integra, non si forma e non si porta una persona alla cittadinanza, resta un guscio vuoto». I “nuovi italiani” sono una risorsa, sia economica che demografica. L’Italia è esangue, non genera più figli. Tra vent’anni più di un terzo della popolazione sarà composta da ultra sessantacinquenni. Manca una politica familiare, che sia organica e strutturale. Tutti i governi, finora, hanno preferito “pannicelli caldi” e “provvedimenti tampone”. Ancora oggi si dibatte di assegno unico per i figli fino a diciott’anni, asili nido gratuiti e maggiore sostegno ai congedi dei padri. Ma, scrive il direttore del Cisf, Francesco Belletti, “nel turbolento dibattito sui provvedimenti economici del nuovo governo, rimettere al centro le politiche di sostegno e promozione della famiglia, sembra sempre più difficile”. Nel frattempo, migliaia di giovani fuggono all’estero, in cerca di speranza e futuro. Negli ultimi dieci anni, secondo il Rapporto della Fondazione Moressa, hanno lasciato l’Italia in 500 mila, in età dai 15 ai 34 anni. Una quota potenziale di Pil pari a circa 16 miliardi di euro. 
Ma alla politica, dell’esodo giovanile, poco importa. Né fa nulla per impedirlo. Si diletta a disquisire sul voto ai sedicenni. Pur non credendoci. Greta Thunberg, la ragazzina svedese che manifestava per la difesa del pianeta, è stata ridicolizzata. Anche con accenti sessisti. Eppure, poneva un tema molto serio. Lo stesso del Sinodo panamazzonico, che si svolge a Roma, per la salvaguardia del “polmone verde” della terra, devastato da immensi incendi dolosi. L’ha denunciato papa Francesco, all’apertura del Sinodo: «Quando senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture, non è il fuoco di Dio, ma del mondo. Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi». 
Ma ci preservi pure da inutili e stucchevoli polemiche. Matteo Salvini, in perenne campagna elettorale, ha preso di mira la diocesi di Bologna. L’accusa è d’aver proposto il tradizionale tortellino col pollo al posto del maiale, per aggregare i fratelli musulmani, in occasione della festa di san Petronio, patrono della città. Ma il “tortellino dell’accoglienza” – così era stato definito - non scalzava quello classico. “Stanno cercando di cancellare la nostra storia, cultura e identità”, ha urlato il leader leghista, appoggiato da tutta la destra. Pura demagogia e strumentalizzazione. 
Un’altra polemica ha tirato in ballo, ancora una volta, il crocifisso. L’ha accesa il ministro grillino dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che voleva togliere dalle aule scolastiche il simbolo cristiano per sostituirlo con cartine geografiche e brani della Costituzione. Al ministro, ma non solo a lui, andrebbero rispolverate le parole della scrittrice ebrea Natalia Ginzburg: “Non togliete quel crocifisso. C’è sempre stato. E’ il segno del dolore umano, della solitudine della morte, dell’ingiustizia. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo”. 
Il Paese non merita un livello così basso di polemiche. Sursum corda: eleviamo i cuori!

*Antonio Sciortino già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale

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