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«Accidenti, si vota in Italia!» dev'essersi detto Juncker

Il presidente della Commissione europea prende lucciole per lanterne. E la finta sinistra - è una storia vecchia - evoca fantasmi


26/02/2018

di Sandro Vacchi


In quel di Bruxelles c’è un lussemburghese che ha da poco superato la sessantina. Ha i capelli bianchi, porta gli occhiali e incassa un discreto stipendio: 1.500 euro. No, non al mese, ma al giorno. Per certe professioni, d’altronde, va bene così, non siate invidiosi, e lui di mestiere fa il presidente della Commissione Europea, vale a dire che è il capo del governo dell’Unione, un organismo che domina sui destini di alcune centinaia di milioni di persone. 
Ha alle proprie dipendenze un esercito di commissari (sono i ministri), funzionari, consulenti, commessi e di tutto un po’ fra Bruxelles e Strasburgo. Sono di fatto ai suoi ordini anche diversi esecutivi europei, esclusi quello francese e soprattutto quello tedesco, che gli ordini, anzi, glieli danno. L’Italia, invece, sarà per una innata propensione a servire e omaggiare i forti, o forse perché è alla frutta e deve dire sì a ogni imposizione, è fra le più solerti esecutrici dei diktat di Bruxelles. 
In Italia, come si sa anche sul pianeta Saturno, domenica 4 marzo si andrà a votare, nella speranza che possa formarsi un governo eletto dopo l’ultimo di tal fatta, quello di Berlusconi mandato al macero dall’Europa e da Giorgio Napolitano nel novembre 2011. I sondaggi forniscono però notizie nient’affatto rassicuranti al signore di cui sopra e al suo munitissimo e ricchissimo esercito; infatti il solo partito dichiaratamente e totalmente europeista è da noi quello che governa, o almeno finge di farlo, cioè il Pd, che è dato in discesa libera meglio di Sofia Goggia. 
Gli altri partiti, quale più e quale meno, l’Unione Europea la contestano, dal morbido e possibilista Berlusconi fino all’oltranzista Salvini, che minaccia di mollare baracca e burattini. Il panico si è dunque diffuso a Bruxelles, dove questi partiti e i Cinque Stelle sono definiti populisti con tono di supponenza. 
I sondaggi noi comuni mortali non li vediamo da qualche giorno, è vietato per non influenzarci alle urne, ma i boss sanno benissimo chi è in testa, come andranno probabilmente le cose e chi governerà. 
Accidenti, si vota! dev’essersi detto Jean-Claude Juncker, il signore di cui sopra, abituato a un’Italia controllabile, anche se schifata da governi imposti e mai votati. 
Così si è bevuto qualche bicchiere di cognac, come è uso fare, e ha ammonito che, se vinceranno i “populisti”, l’Italia non avrà un governo: «Dobbiamo prepararci per lo scenario peggiore». Risultato: è aumentato lo spread, cioè il differenziale, fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, la Borsa di Milano ha perso più di tutte le altre, e quindi gli azionisti italiani. Nessuno si è preso la briga di mandare al diavolo l’irresponsabile che ha in mano le sorti dell’Europa: un buffetto di Paolo Gentiloni e niente più. 
Signori, quanto ha combinato Juncker è una vera e propria intromissione negli affari di uno Stato; domandiamoci se avrebbe mai avuto l’ardire di fare la stessa cosa con la Germania: la Merkel l’avrebbe ridotto a polpette. 
Questa è l’Europa che ci governa, questa la considerazione che ha di noi: Italia immatura, populista, inaffidabile e nevrastenica. Dopo quello che ci ha combinato con l’euro e che continua a procurarci con direttive assurde e politiche omicide per i nostri imprenditori. 
Alla faccia di Juncker e dei suoi damerini, sarebbe bene dargli una bella lezione elettorale. E, una volta smaltiti i fumi dell’alcol, sua eccellenza il presidente dovrebbe interrogarsi su chi sono i veri populisti in Italia. 
L’antifascismo di casa nostra è talmente surreale che comincia a far diventare meno ributtante il fascismo. Dirsi oggi antifascisti equivale a definirsi contrari alla conquista romana delle Gallie, al colonialismo britannico, francese, spagnolo e portoghese, allo schiavismo statunitense. Ebbè? Ci trovate qualcosa di strano a essere contrari ad avvenimenti storici morti e sepolti dei quali si è scritto tutto e più di tutto? Esattamente come del fascismo, i cui maggiori esponenti furono fucilati senza processo e appesi a testa in giù a piazzale Loreto nel corso di una simpatica festa popolare. E naturalmente antifascista. 
Nei due anni precedenti e nei due successivi, gli italiani che recisamente e con orgoglio si proclamavano antifascisti uccisero centinaia di altri partigiani non comunisti, gettarono nelle foibe istriane ragazze violentate, preti evirati, militari, bambini, perfino cani, fecero sparire nel nulla intere famiglie nel triangolo della morte, massacrarono soldati che non si erano dati alla macchia. Tutti italiani, tutti quanti eliminati in nome dell’antifascismo. 
Ci fu molta differenza fra questi “eroici” giustizieri e colui che invece, in nome della gloria del fascismo, dell’impero e del reuccio traditore e fuggiasco mandò a morire centinaia di migliaia di italiani in Grecia, in Russia e in Africa? Per inciso, il padre della patria e della Repubblica Palmiro Togliatti, comunista e partigiano senza mai essere stato in montagna durante il conflitto, fu forse meno crudele di Benito Mussolini? Il duce entrò in guerra a fianco del pazzo tedesco per ottenere i benefici di una vittoria che non ci fu affatto. «Mi serve qualche migliaio di morti», spiegò cinico. A sua volta il cameriere di Stalin non intervenne presso il terrifico dittatore del Cremlino per salvare la vita a decine di migliaia di alpini dell’Armir imprigionati nei Gulag, la cui morte secondo lui avrebbe messo gli italiani, tutti fascisti negli anni Trenta, contro il regime. Insomma, una caccia di consensi come quella dei politicuzzi di oggi. 
Ma i compagni sono fatti così: se sono in difficoltà politica – cioè quasi sempre – perdono la trebisonda. E se non hanno un nemico devono crearselo, perché l’ideologia comunista è fondata sulla presenza del nemico, da Marx in poi: il nemico di classe, i kulaki in Russia, gli ebrei ricchi, i capitalisti, i plutocrati. 
I comunisti italiani, nel loro piccolo, si sono dati parecchio da fare, basti guardare la guerriglia senza esclusione di colpi ai fascisti rimasti, nell’immediato dopoguerra; il sostegno al vuoto mentale del Sessantotto che provoca danni ancora adesso; i “compagni che sbagliano” delle Brigate Rosse, spesso giustificati dal vecchio Pci; infine il ventennio di Silvio Berlusconi, il Caimano sul quale s’è focalizzata la politica della sinistra  che, in Italia, un nemico ce l’ha di sicuro, visto come lo tratta da decenni: il popolo. 
Ha scritto sul “Corriere della Sera” Ernesto Galli della Loggia, politologo che non va contro il saluto romano: «L’antifascismo (insieme alla vittoria degli Alleati) ha dato al nostro Paese la democrazia, e ciò resta a suo merito. Ma oggi dei suoi emuli violenti della venticinquesima ora non c’è alcun bisogno: per guardarsi dai pericoli, la democrazia italiana basta a se stessa». 
E siamo al Carnevale appena concluso in mezz’Italia, ottimamente riuscito a cura dei centri sociali (che nessuno sa bene cosa facciano né a che cosa servano), dei figli di papà, degli sfaccendati e dei Boia chi molla l’idiozia. Bombe carta, altre bombe coi chiodi che hanno colpito i poliziotti, immigrati nel corteo, chissà che cosa c’entrano e soprattutto se sanno cosa sarà mai stato il fascismo in Italia. 
Un altro inciso. Nel corteo dei Cobas a Roma campeggiava uno striscione evidentemente riesumato dalla cantina, con tanto di immagine classica di Che Guevara. Un criminale. Per chi non lo sapesse, il “barbudo” che continua a mandare in estasi le damazze con la Erre moscia e il conto in banca solidissimo, nel carcere cubano di Cabana fece uccidere, e a volte provvide in prima persona, oppositori del regime, piccoli imprenditori, omosessuali e via dicendo: proprio come era avvenuto nei Gulag, nei campi di sterminio nazisti, nell’Italia “democratica e antifascista” che si trascina le ossa dal 1943 fino a oggi e non si vergogna. 
Una curiosità dovrebbe sorgere spontanea. Come mai non sono quasi mai i fascistoni, i catenacci in camicia nera, le teste rasate, le braccia tese nel saluto romano a contestare comizi e adunate dell’ultrasinistra, ma succede sistematicamente l’opposto? Vale a dire che i “sinceri democratici” antifascisti prendono a sputi e coltellate i poliziotti, tentano di impedire le adunate di Casa Pound e di Forza Nuova, tirano pietre sull’automobile di Matteo Salvini, infamano sistematicamente Berlusconi. Non sarà che in Italia gli autentici fascisti sono gli antifascisti? D’altronde, uno scrittore col cervello funzionante, Ennio Flaiano, lo spiegò meglio di tutti: «I fascisti si distinguono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti». Laura Boldrini si domanda chi sovvenziona l’ultradestra: non ci sarebbe da domandarsi chi trae vantaggio dalle baraonde di antagonisti & company in un momento di estrema difficoltà della sinistra di governo? 
I sedicenti progressisti farebbero meglio a non nominare ministro dell’istruzione una semianalfabeta, in nome delle “quote rosa”, e invece a studiare. Già Ludwig von Mises, liberale, non certo picchiatore naziskin, sosteneva che il comunismo affondasse le radici nell’invidia sociale. Uno studioso tedesco, Helmut Schoeck, già direttore dell’Istituto di sociologia dell’università di Mainz, ha scritto “L’invidia e la società”. Dice: «Gli aderenti al socialismo non sanno che la loro concezione è esistita dappertutto, ed esiste tuttora, fin dalle fasi più primitive della vita sociale, né si rendono conto che l’uomo sente una fortissima invidia quando tutti sono pressoché uguali. Quando non c’è quasi nulla da distribuire, l’uomo grida alla ridistribuzione». Si comincia a intuire che cosa bolle nelle menti di certi “rivoluzionari”? 
Se non è abbastanza chiaro, Schoeck prosegue: «L’idea che sta alla base delle dottrine economiche socialiste – e, in genere, “progressiste di sinistra” – rassomiglia perciò a quella dei popoli primitivi, nei quali l’invidia svolge un’azione particolarmente frenante. Ciò che da oltre un secolo è stato presentato come “spirito progressista” è piuttosto un ritorno al livello infantile del pensiero economico». Chiaro, adesso, che cosa si maschera il più delle volte sotto la cappa dell’antifascismo all’italiana? E chiaro perché certi eroi all’amatriciana fanno i coraggiosi soltanto con gli inermi, i morti e i sepolti, ma – tanto per fare un nome – a gente come Juncker e Soros non dicono nemmeno “beo”? Eppure assomiglia a un belato, dovrebbero saperlo pronunciare con facilità.

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