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«Il mio rapporto speciale con Johnny Lo Zingaro che, senza volerlo, mi ha fatto un inaspettato regalo»

Fra le pieghe de Il criminale, un romanzo che si sposa con la cronaca e che sta andando a ruba, raccontato con piacevole ironia dal suo autore, Massimo Lugli, recente finalista al Premio Strega. Il quale ha attinto dalle sue esperienze di cronista di nera per dare voce a una storia imbastita all’insegna di una considerazione: la realtà, per quanto incredibile possa sembrare, spesso supera la fantasia


11/09/2017

di Massimo Lugli


Scena uno: un commando di incappucciati sequestra il figlio di un elicotterista, lo ammanetta a un termosifone e costringe il padre a decollare sotto la minaccia delle armi. Scena due: atterraggio sul tetto del carcere romano di Rebibbia, sparatoria con le guardie, tre evasi che si aggrappano ai pattini, uno cade, gli altri due volano via coi complici. Scena tre: campo di calcio sulla Tuscolana, l’elicottero si posa, gli incappucciati sparano, fuggi fuggi generale, il commando ferma una macchina, ammanetta a un albero il conducente, si dilegua a tutto gas. Scena quattro, Francia: una villetta accerchiata dai poliziotti, blitz delle forze speciali, evasi e complici in manette, scoperta di un arsenale di armi automatiche e bombe a mano e di un tesoro in banconote e lingotti d’oro. Ciak, si gira.
Sembra un film, vero? Un B movie di quelli tosti, tutto inseguimenti ed esplosioni, che al massimo passano in seconda serata televisiva d’agosto. O magari la trama di un romanzaccio da bancarella. Di sicuro se avessi proposto un canovaccio del genere al mio editore m’avrebbe consigliato di cambiare spacciatore. Eppure…
Eppure è successo, punto per punto, nel novembre del 1986. Uno dei tanti episodi assurdi, incredibili, mozzafiato, che ho raccontato assieme all’ex funzionario di polizia Antonio Del Greco nel mio penultimo libro Città a mano armata. L’ultimo, invece, si intitola Il Criminale (pagg. 378, euro 9,90) ed è tutta un’altra storia, ma il concetto di base è lo stesso: la realtà, molto spesso, supera la fantasia e di realtà, per quanto incredibile possa sembrare, ne ho vista parecchia in 40 anni di cronaca nera e continuo a vederne anche adesso che sono in pensione visto che La Repubblica mi chiede ancora qualche collaborazione e non faccio altro che andare in televisione a parlare di delitti, omicidi, rapimenti, persone scomparse e malavita varia.
Strano, per un giornalista, scrivere in prima persona, eppure questa è la sede adatta. Raccontare la genesi de Il Criminale vuol dire rispolverare una vicenda di nera che, nel lontano 1987, ha tenuto lettori e spettatori col fiato sospeso: quella di Giuseppe Mastini, alias Johnny Lo Zingaro, raro esempio italiano di bandito solitario, una vita di fughe, omicidi, sparatorie (ha tre morti ammazzati sulla coscienza) finita con una cattura ingloriosa e una impensabile rissa tra poliziotti e carabinieri che si contendevano l’arrestato come la palla ovale di una partita di football americano. La storia di Johnny è il primo capitolo del saggio che ho firmato con Del Greco. Appena ho finito, ho deciso che sarebbe diventata un romanzo. Non avevo bisogno di grandi sforzi di fantasia: la trama era lì, bella e scritta, nei pezzi di giornale, nella mia memoria e in quella del mio coautore, nei verbali di polizia che abbiamo ritrovato insieme, nelle foto in bianco e nero che comparvero su tutti i quotidiani.
Con Johnny Lo Zingaro ho sempre avuto un rapporto un po’ speciale: giovanissimo cronista, scrissi del suo primo omicidio quando lui aveva 14 anni e io 21. Nell’87 seguii passo passo tutte le sue peripezie, quando ancora non era stato identificato e Doppia Vela 21 (la radio delle volanti che gracchiava ininterrottamente da mattina a sera in tutte le redazioni di cronaca locale) lo chiamava “Il bandito del terzo turno”, perché entrava in azione durante il terzo turno di servizio delle volanti. Dieci anni dopo andai a intervistarlo in carcere a Badu e’ Carros per un’inchiesta dal titolo che era tutto in programma, Desaparecidos. Lo trovai bolso, patetico, lagnoso e non mi suscitò neanche un briciolo di empatia.
Eppure pochi giorni prima dell’uscita del romanzo Johnny mi ha fatto un regalo inaspettato: è evaso durante un permesso premio che qualche magistrato di dubbia accortezza aveva pensato bene di accordargli. Pochi giorni dopo si è fatto beccare come un idiota a casa della sua spasimante, ma intanto m’aveva assicurato un bel po’ di pubblicità gratuita e il libro, uscito a metà luglio, è andato esaurito prima che la Newton Compton chiudesse per ferie. Grazie, Johnny.
Tutto questo per dire che spesso la cronaca nera è un’ottima fonte di ispirazione per uno scrittore noir. Ovviamente, da sola non basta. Consiglio Spada detto Sbrego, il protagonista de Il Criminale, ha poco a che vedere con Mastini così come la sua donna, Zoe, è accumunata a Zaira Pochetti, la fuggiasca complice di Johnny Lo Zingaro, solo da un destino tragico: moriranno entrambe di anoressia, Zoe nella fiction, Zaira, purtroppo, nella realtà. Anche il finale, che è allo stesso tempo l’inizio del libro, è diverso. Mastini è vivo (e lotta insieme a noi, si sarebbe detto negli anni ‘70). Sbrego muore suicida in cella e non ho svelato alcun colpo di scena perché il lettore lo apprende fin dalla prima pagina. La realtà va infiocchettata, addolcita, ingentilita? Non è detto: può essere stravolta, incrudelita, imbruttita. A uno scrittore tutto è permesso. Forse per questo, a un certo punto della mia vita, ho deciso che la cronaca non mi bastava più, che volevo far volare la fantasia, che avevo bisogno di spazi più ampi, di orizzonti più vasti, di una sconfinata libertà di linguaggio. Se tiro le somme e faccio i calcoli, dopo aver pubblicato due saggi e quattordici romanzi, posso dire che qualche soddisfazione, in questo senso, me la sono presa.

Diventare uno scrittore, per un cronista di nera, è sempre un rischio. Il primo è quello di montarsi la testa, ma ci pensano gli editori e le classifiche a darti una regolata. Il secondo è quello di credere di essere arrivati e inserire il pilota automatico. Niente di più sbagliato: ogni nuovo romanzo va affrontato con l’umiltà e la trepidazione dell’esordiente. Io immagino sempre un editore che scaraventa il manoscritto (ma perché diavolo li chiamano ancora così?) fuori dalla finestra e mi dice che fa schifo e di non farmi più vedere, anche se ho già firmato un contratto con data di consegna e tutto il resto. Mi aiuta a mantenere la tensione creativa.
Il prossimo, comunque, è già scritto e ho l’onore di firmarlo con un autore “vero”, riconosciuto e stimato come Andrea Frediani, mio narratore di culto. Quello successivo è a metà strada: il coautore, ancora una volta, è Antonio Del Greco e la trama, indovinate un po’? La storia del Canaro della Magliana. Che bisogno c’è di lambiccarsi il cervello con tante trame a disposizione?

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