Share |

A Napoli, sulla "strada degli americani", può succedere di tutto

Giuseppe Miale di Mauro si ispira a una storia vera per dare voce a quei giovani che vivono all’ombra della camorra, in bilico sul sottile crinale che separa il bene dal male. Magari continuando a sperare


16/10/2017

di Catone Assori


Diciamo subito che La strada degli americani (Frassinelli, pagg. 200, euro 18,50) è un romanzo forte, di quelli che lasciano il segno. A fronte di personaggi così ben tratteggiati che sembrano far parte del nostro quotidiano. La qual cosa non deve stupire in quanto, per scriverlo, Giuseppe Miale di Mauro (un doppio cognome che rifà a quelli paterno e materno, “al fine di evitare omonimie con un parente che a sua volta lavora nel mondo del teatro da quasi vent’anni”) si è ispirato a una storia vera successa nel 2013.
“A raccontarmela sono state due ragazze, che mi hanno parlato di un altro inseguimento - con la stessa auto che ci aveva provato con loro - finito però nel sangue (con una coetanea morta e l’altra ferita). Il fattaccio, approdato agli onori della cronaca, avrebbe beneficiato di un effetto valanga al seguito: nel senso che in men che non si dica un’altra settantina di persone avrebbero denunciato analoghi episodi. Ma dei colpevoli nemmeno l’ombra”. Da qui l’idea di ricamarci sopra un romanzo utilizzando nomi fittizi, anche “per volere di chi l’ha vissuta”.
Una storia, quella di Miale di Mauro (attore, regista e drammaturgo), che ha come palcoscenico la circumvallazione esterna di Napoli, una striscia di strada lunga una quarantina di chilometri che parte da Casoria per arrivare al Lago Patria, dove ne succedono di tutti i colori e che i napoletani hanno battezzato, appunto, la strada degli americani. Forse perché conduce alla base Nato di Lago Patria, forse perché a costruirla in prima battuta, nell’immediato Dopoguerra, erano stati proprio gli americani per collegare la Domitiana con via Nazionale delle Puglie e quindi con il centro cittadino. Ma questo poco importa.
Importa invece che siano la città e il suo hinterland a essere raccontati con raffinata perizia da Giuseppe Miale di Mauro, una penna quanto mai abile nell’addentrarsi, con il dovuto garbo (senza peraltro eccedere in espressioni gergali e dialettali), nei meandri di una Napoli inedita, “quella dei piccoli aspiranti criminali che vivono ai margini della camorra, senza mai arrivare a farne parte. Di quei ragazzi che potremmo considerare normali se solo non fossero nati nella parte sbagliata della città, quella che ti mette a contatto con un inferno fatto di violenza insensata e soprusi, ma dove forse, nonostante tutto, riesce ancora a sopravvivere e a resistere la speranza della normalità”.
E lo ha fatto, questo autore, con accortezza e senso della misura. “Durante la stesura del romanzo andavo spesso in giro in macchina per trovare ispirazione e rendermi conto dei luoghi che dovevo raccontare. In quanto ritenevo fondamentale descrivere al meglio il mondo che circonda i personaggi della storia, dal momento che è proprio quel mondo a modificare in maniera ineluttabile il loro destino”. D’altra parte “tutto il mio lavoro risulta strettamente legato alla città dove vivo; è il punto di partenza per arrivare lontano, per provare a far diventare Napoli parte del mondo. Un ruolo che oggi merita nuovamente, in quanto ritengo stia vivendo una ventata di aria fresca dal punto di vista artistico e culturale. Un bel salto in avanti rispetto ad alcuni anni fa, che purtroppo non tutti sono riusciti ancora a cogliere”.
Venendo al dunque, il canovaccio del libro che stiamo proponendo ha inizio proprio sulla “strada degli americani”, quella che Martina e Giulia stanno percorrendo per caso. Purtroppo per loro, arrivate all’altezza di Villaricca, una Fiat Tipo grigia comincia a lampeggiare insistentemente. Da quel momento parte un inseguimento senza un apparente motivo, fatto di tamponamenti, speronamenti, vetri spaccati e fiancate distrutte dall’impatto con il guardrail. Un inseguimento che dura per 14 chilometri all’insegna del terrore”. Ma chi c’è in quell’auto pirata e perché questo comportamento delinquenziale?
Facciamo il punto. “Ciruzzo Buttigliella è un tossico che si guadagna i soldi per il crack facendo lavori di bassa manovalanza criminale per il boss Centogrammi, un camorrista che come animale domestico ha un cucciolo di leone. Carmine Scognamiglio, invece, è un operaio della Petrone Porte. Un ragazzo semplice che finisce nella lista nera del suo capo e viene licenziato. Per la prima volta in un’esistenza da succube, Carmine ha un moto di reazione. Così, in cerca d’aiuto, si affida a suo fratello Sasà, ritrovandosi però sulla strada degli americani, nella macchina di Ciruzzo, all’inseguimento insensato di una Citroën con due ragazze a bordo”.
Ma questa strada, è bene sottolinearlo, non è una semplice strada. “È anche un crocevia di destini, e sulla strada si compirà il destino di tutti i protagonisti del romanzo. E i nodi del degrado, della follia legata alla droga, della disperazione e della violenza verranno al pettine tutti insieme, costringendo Carmine, per la prima volta nella sua vita, a prendere una decisione”. In altre parole a scegliere.  
Fermo restando il fatto che la criminalità è sempre pronta a tendere la mano ai giovani, “menti acerbe in bilico sul sottile crinale che separa il bene dal male. E lo fa illudendoli che tutto sia possibile. Basta un attimo e il gioco è fatto. Ma La strada degli americani non è un libro sulla camorra, in quanto in questa vicenda di periferia ho messo in scena una tipologia di persone che vive ai margini all’insegna della sofferenza e le cui scelte condizioneranno ovviamente la loro vita in quanto ritengono di non averne altre”.
Risultato? Una storia ben raccontata, che trasuda il colore e il sapore di Napoli, che cattura e al tempo stesso intriga il lettore per sapere come le cose andranno a finire. Con un autore che ama giocare di sponda alla sua attività teatrale: “In effetti, quando va in scena un mio spettacolo, amo guardare la reazione del pubblico, in quanto rappresenta la cartina di tornasole del lavoro fatto. L’attenzione e il coinvolgimento dei presenti in sala raffigurano infatti il frutto del lavoro svolto. Un concetto che, ovviamente, vale anche per la stesura di un libro. In altre parole occorre prestare rispetto a chi ripone fiducia nel tuo lavoro, accompagnandolo anche per poco in un’altra dimensione”.
Detto questo brevi note sull’autore, napoletano verace: “Sono nato a Ponticelli, nella periferia Est della città, il 14 dicembre 1975, per poi crescere a San Giovanni a Teduccio, luogo dove criminalità e violenza erano il pane quotidiano. San Giovanni, Barra e Ponticelli rappresentavano infatti il cosiddetto triangolo della morte, in quanto ci scappava un omicidio al giorno. Gran parte dei miei compagni di scuola lì sono morti o sono finiti in galera o sono diventati eroinomani. Io fortunatamente ho avuto la possibilità di scegliere, di avere alternative grazie al ruolo dei miei genitori (mio padre Pasquale un militare dell’aeronautica, mia madre Adriana attiva in Corte d’appello). Altrimenti…”.
Sta di fatto che dopo aver frequentato il liceo scientifico, Giuseppe (un uomo dal carattere accomodante, che si lascia scivolare le cose addosso, almeno sin quando il vaso non trabocca) si sarebbe iscritto alla facoltà di Lettere, per poi lasciare a pochi esami dalla laurea. “In effetti decisi di intraprendere la strada del teatro, iscrivendomi all’Accademia d’arte drammatica del Bellini”. Una scelta che gli avrebbe regalato robuste soddisfazioni da regista e anche da scrittore.
Come nel caso della trasposizione a quattro mani, insieme a Mario Gelardi (a sua volta drammaturgo e regista), di un episodio di nera intitolato Quattro (quello di Annalisa Durante morta a 14 anni dopo essere stata usata come scudo umano) vincitore, fra gli altri, del premio Scenario. “E, sempre con Duranti, avrei scritto Santos, tratto da un racconto di Roberto Saviano. Mentre con Nicolai Lilin avrei rielaborato per il teatro il suo libro Educazione siberiana. Fermi restando diversi altri testi firmati in prima persona”.
E per quanto riguarda la narrativa? “La strada degli americani è il mio secondo lavoro, dopo L’ultima volta che mi sono emozionato, pubblicato con la casa editrice Caracò di Bologna. Ma ora sto cercando di recuperare. Sono infatti a metà stesura di un nuovo libro, anche in questo caso ambientato a Napoli, ma nella zona ricca fra Posillipo e Chiaia. Protagonista un ginecologo e la sua famiglia, che si danno da fare illegalmente nel campo delle adozioni. A fin di bene, secondo il mio protagonista, anche se in realtà i frutti di questa attività clandestina risulteranno impregnati di sofferenze…”.
Detto questo, un salto nell’operatività teatrale e nel privato di Giuseppe Miale di Mauro, in questi giorni in scena al Bellini di Napoli con l’Otello di Shakespeare, ma anche con prove in corso (il debutto è previsto per il 4 novembre al Mercadante) di uno spettacolo sul tema della ludopatia. Un personaggio senza hobby (“Sono troppo impegnato”), ma con una passione sviscerata per il mare. Per non parlare di quella per il calcio. “Giocavo da professionista, ma a vent’anni l’amore per il teatro mi travolse. Così oggi mi limito a fare il tifo”. Per il Napoli, ci mancherebbe.

(riproduzione riservata)