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A braccetto con un gruppo di amici i cui destini si intrecciano nel tempo

Romolo Bugaro, due volte finalista al Campiello, dà voce a una storia che si dipana, lieve e graffiante, fra crisi familiari e fallimenti, passi falsi e delusioni


20/05/2019

di Valentina Zirpoli


La penna del padovano Romolo Bugaro, classe 1962, non è di quelle che passano inosservate. Sia per una scrittura che si impone nel segno di una finta semplicità che per la bravura con la quale riesce a intrecciare storie di vita, accompagnando i protagonisti su sentieri segnati da pochi sogni realizzati e molti desideri delusi, successi e passi falsi, amicizie perse e a volte ritrovate. 
Di professione avvocato (“Ma non utilizzerei mai per le mie storie - ha avuto modo di precisare - i tanti drammi umani dei miei assistiti. Semmai mi sono fatto carico del respiro più profondo della realtà con la quale mi sono dovuto confrontare: una particolare forma di ferocia sottesa a moltissimi rapporti, che sono riuscito a mettere a fuoco e sulla quale credo lavorerò a lungo”), Bugaro - dopo gli studi in Giurisprudenza e Scienze Politiche e aver iniziato la professione - a 29 anni aveva debuttato in libreria con una antologia di racconti intitolata Indianapolis
Cinque anni dopo sarebbe tornato sugli scaffali con il suo primo romanzo, La buona e brava gente della nazione, pubblicato dalla Baldini & Castoldi e finalista del Premio Campiello (peraltro di prossima ripubblicazione da parte della Marsilio). A seguire, nel 2000, si sarebbe accasato con la Rizzoli e avrebbe dato alle stampe i romanzi Il venditore di libri usati di fantascienza, Dalla parte del fuoco e Il labirinto delle passioni perdute, nuovamente selezionato tra i finalisti del premio Campiello. 
Che altro? Dopo la parentesi dei due libri scritti a quattro mani con Marco Franzoso (I nuovi sentimenti e Ragazze del Nordest) nonché l’uscita di Effetto domino per i tipi della Einaudi, eccolo riproporsi con un romanzo segnato dalla nostalgia, Non c’è stata nessuna battaglia (Marsilio, pagg. 218, euro 16,00). Un intrigante affresco di vita legato a un gruppo di amici che strada facendo si perderanno e si ritroveranno nell’arco di alcuni decenni. 
A tenere la scena, inizialmente, è un gruppo di liceali quindicenni (della parte bene della città) che, in un pomeriggio d’estate del 1976, si danno appuntamento nella solita piazza del centro di Padova, il luogo deputato ai loro incontri. Come qualcuno ricorderà, quel periodo era caratterizzato dai cortei e dalle occupazioni, dagli scontri fra i manifestanti e la polizia. Loro, però, non fanno politica, né sono interessati alle ideologie che infiammano gli altri giovani. Si muovono in Vespa e in motorino di qua e di là, in mezzo a una folla di ragazzi in perenne movimento, animati soltanto dalla voglia di andare, di incontrarsi, di parlare del più e del meno. Fumano Chesterfield e Marlboro, le ragazze dai lunghi capelli si vestono con abitini a fiori, i maschi atteggiano le loro capigliature alla Jiimi Hendrix e non si separano mai dai loro occhiali da sole. 
Succede che nel corso della giornata uno di loro, Nick The Best One, venga presentato a una ragazza bionda, bella, amata da tutti: la Canova. E che fra i due scatti un autentico colpo di fulmine. Un altro, Tod, litiga invece con un coetaneo e dà il via a una violenta scazzottata. Un altro ancora, GMT, spera di rivedere l’ex fidanzatina, che la famiglia ha allontanato dalla città dopo un grave incidente stradale da lui causato. L’ultimo del gruppo, il vecchio Andrea, si esibisce invece in lunghe impennate con il motorino per far colpo sugli amici. 
Tuttavia “quel pomeriggio, come un lampo di luce intensa, è destinato a restare nella memoria dei protagonisti: li terrà segretamente uniti nel corso del tempo, nonostante i silenzi e le distanze che, inevitabilmente, si frapporranno alle loro esistenze”. Tra crisi familiari e riavvicinamenti, cadute nel crimine e nella tossicodipendenza, ma anche sogni persi per strada, il romanzo di Romolo Bugaro “segue il percorso del gruppo anche nei decenni successivi, intrecciando i destini personali alle trasformazioni del Paese. E in tutti i protagonisti rimarrà vivo il ricordo della musica e delle voci di quel pomeriggio ormai lontano nel tempo, pieno di sole e gente”. Insomma, quella giornata resterà “il centro nascosto, il fondamento segreto delle loro vite”. 
Che dire: la bravura di Bugaro è nel riuscire a coinvolgere il lettore nello scorrere degli anni, e quindi raccontando un pezzo di storia della sua terra, partendo da un periodo che stava facendo da sponda all’avvento del terrorismo sino a trasportarci ai nostri giorni, quando attraverso una trasmissione tv e la potenza della Rete, Tod e la Canova si ritroveranno per raccontarsi delle strade intraprese dalle loro vite, ma anche per ricordare quelle giornate “indolenti, inconcludenti, dolorose e indimenticabili” trascorse insieme in quel mitico 1976. 
In sintesi: un lavoro - Non c’è stata nessuna battaglia - che, fatta salva la stonatura contenuta nel titolo (quel nessuna sta infatti per alcuna, in quanto in italiano due negazioni si elidono. Eppure la lingua - incalzante e imprestata ai periodi, ai rapporti, agli oggetti e alle mode - rappresenta uno dei punti di forza dell’autore), merita una attenta quanto approfondita lettura. Vuoi per la bravura di Bugaro nel caratterizzare i personaggi, ritratti con maestrìa nelle rispettive dimensioni (nel bene o nel male poco importa) e quasi mai chiamati con il loro vero nome, vuoi per far affiorare il sottile senso di appartenenza a una certa classe sociale. 
Sì, come da titolo non c’è stata battaglia. Anche se in realtà la battaglia vera, quella per la felicità, è stata persa da tutti. Nel ricordo della giovinezza e degli incontri e scontri che hanno caratterizzato il loro trascorrere degli anni. Vivendo peraltro una stagione che agli occhi della loro giovinezza sembrava esaltante, ma che in seguito sarebbe risultata portatrice soltanto di delusioni e fallimenti. Come per molti, d’altronde.  

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