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A cent'anni dalla vittoria la nuova guerra del Veneto

A mettere in ginocchio gli stessi luoghi una natura che da sempre non sappiamo controllare


05/11/2018

di Sandro Vacchi


Cento anni fa finiva la Grande Guerra con il decisivo trionfo di Vittorio Veneto. Oggi, in quegli stessi luoghi, l'Italia rivive una nuova Caporetto e si prevede che passerà un altro secolo prima che tutto ritorni com'era. Questa volta ci hanno messi in ginocchio non le armate austro-ungariche, ma una natura che da sempre non sappiamo controllare: per incapacità, menefreghismo, ignoranza, sciupio, malgoverno, vale a dire le preclare “virtù” italiche, da sempre. Dalla cosiddetta vittoria mutilata del 1918 nacque il fascismo; dalla sconfitta annunciata di oggi rischia di nascere un disastro generazionale, economico e demografico senza precedenti. 
L'unica cosa che consente di sperare in qualcosa è il carattere di veneti, trentini e friulani. Gente che nel 1963 subì la tragedia del Vajont e nel 1976 il terremoto del Friuli. L'ondata su Longarone uccise 1917 persone, i crolli a Gemona e nelle zone circostanti si portarono via 990 vite, distrussero o danneggiarono 90 mila abitazioni, costrinsero centomila persone a sfollare. Soltanto il terremoto dell'Irpinia, con quasi tremila morti, fu più devastante di quello del Friuli, nell'ultimo secolo. All'Aquila le vittime furono 309, nel Belice 300, in Umbria nel '97 una ventina, in Emilia 17, in Italia centrale di recente 303. 
Eppure del Friuli non ci si ricorda mai, e del Vajont soltanto nei decennali. Sapete perché? Perché pochi mesi dopo quelle tragedie immani tutto era stato ricostruito, tutto era tornato come prima, grazie agli sforzi, alla fatica, al lavoro, ai risparmi di gente silenziosa abituata a stare in prima linea, a non piangersi addosso, ma a rimboccarsi le maniche se nessuno l'aiuta. 
Gente alla quale Luigi Di Maio non ha certo promesso il reddito di cittadinanza, né il decreto dignità, né il blocco delle grandi opere: lo avrebbero mandato a spazzare il mare. L'Italia è fra i primi dieci Paesi al mondo – ripeto: al mondo, non in Europa – a maggior rischio di alluvioni, frane e terremoti. Sarà casuale, ma l'alluvione di Firenze del 1966 avvenne il 4 novembre. La Coldiretti calcola che sette milioni di persone, pari al 12 per cento della popolazione, nel Bel Paese vivono in zone a rischio idrogeologico. 
A chi ha perso tutto la raccontate voi o Di Maio e i suoi amici citrulli la favola della “decrescita felice”, delle opere da non fare per non snaturare il territorio, in nome di un ecologismo da strapazzo che sa tanto di Sessantotto, di slogan da salotti ricchi, di pauperismo straccione intriso d'invidia per chi fa i soldi, ma non certo se per farli si deve sgobbare? 
Glielo dite voi o le damazze con la erre moscia e la borsa di Vuitton con dentro “La Repubblica” e la tessera del PD che non è colpa dell'odiato e “volgave govevno vazzista” in sella da sei mesi scarsi se l'Italia viene giù, nella terra come nell'economia, nella scuola, nella cultura, nel lavoro? Glielo dite voi che pur di dare l'elemosina del reddito di cittadinanza a qualche milione di chissà chi simpatizzanti dei Cinque Stelle, probabilmente gli aiuti per chi perso tutto saranno ridotti al lumicino? 
L'economia della regione che con la Lombardia traina l'Italia tutta si sta fermando. La conseguenza sarà una diminuzione del PIL oggi non calcolabile, ma certamente elevata. Quindi nuove manovre obbligatorie, non schifezze con tanto di “manine” furbastre come quella delle ultime settimane; quindi nuovi sforamenti del deficit, e nuovi richiami ruggiti in tedesco da Bruxelles, e nuovi tira e molla in Parlamento e in tutti i talk show televisivi, per arrivare alla conclusione che intanto quelli lassù i soldi ce li hanno e sapranno cavarsela anche da soli. Al massimo Mattarella andrà a stringere qualche mano per mezza giornata, accarezzerà un paio di “putei” inconsapevoli, fingerà di commuoversi mentre la banda degli alpini intona “Fratelli d'Italia” e via a Roma, dove non c'è tutto quel freddo e si mangiano i bucatini all'amatriciana. 
E loro, i veneti che parlano una lingua per lui incomprensibile, gente con le mani callose e quell'insopportabile Leone di San Marco che tanti anni fa issarono sul campanile in quello che fu fatto passare per un colpo di Stato, pensate un po'! Loro che bevono troppo, bestemmiano meno soltanto dei toscani, hanno abbandonato la DC per confluire come un esercito nella Lega, sono negozianti, artigiani, partite Iva, quindi invisi a PD e grillini. Loro che si sentono italiani ma soprattutto veneti, friulani, per non dire i trentini e gli altoatesini che se ne andrebbero volentieri con gli austriaci pur di lasciare questa Italia al caciocavallo. Loro che più di tutti gli altri combatterono, e vinsero, la guerra di popolo e dei poveri di un secolo fa, saranno quasi di certo costretti a combatterne un'altra. 
Contro l'Apocalisse che si è abbattuta sulla loro terra, contro il rischio che le valli si spopolino per mancanza di servizi, contro lo scirocco che impedisce alle acque dei fiumi di defluire in Adriatico, contro i 170 millimetri di pioggia caduti in due ore nel Veronese, contro le trenta strade provinciali distrutte in un attimo in provincia di Belluno, contro la cementificazione che negli ultimi anni ha marciato al ritmo di due metri quadrati al secondo. 
E ripianteranno gli abeti rossi dei violini Stradivari finiti a migliaia e migliaia nella diga del Comelico; torneranno ad adorare i loro boschi, e a rispettarli e proteggerli come si faceva dall'antichità. Gli stessi boschi che fornirono i pali sui quali è edificata Venezia: un milione solamente per tenere in piedi la Madonna della Salute di Baldassarre Longhena. E rimetteranno in sesto le case, le strade, i ponti, le linee elettriche, i campi, le fabbriche di distretti produttivi fra i più rinomati al mondo. 
Lo faranno sacramentando contro quei “fioi de cani” del governo, e dei governi che si succederanno. Lo faranno attingendo ai risparmi, stringendo la cinghia e rimboccandosi le maniche, per poi bersi un'ombra di vino al bar e programmare il lavoro del giorno seguente. 
Alla faccia delle madamine con la puzza sotto il naso, dei funzionari ministeriali in grisaglia, dei supponenti eurocrati dell'Unione Europea, delle epocali riflessioni sulle sorti del Partito Democratico, dello stipendiuccio di Fabio Fazio, della Juve che ha stufato, del reddito di cittadinanza e delle panzane dei grillini che fanno a gara con quelle di Juncker. 
Lo faranno anche alla faccia nostra e di tutti quelli che non sono veneti, i quali non avranno però il coraggio di guardarli in faccia.

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