Share |

A parlamentari e giornalisti una laurea ad honorem: ovviamente in "Ignoranza"

Per collezionare le perle degli ultimi anni ci vorrebbe una enciclopedia. Il tutto a fronte di un semplice suggerimento: prendere lezioni private da un maestro elementare. Ma di quelli di una volta però…


08/04/2019

di Catone Assori


Alle persone di una certa età, categoria alla quale purtroppo appartengo, fanno effetto, anzi, danno proprio fastidio, gli errori grammaticali e di sintassi che, con una robusta dose di disinvoltura, vengono proposti a ogni piè sospinto da parte dei parlamentari e dei giornalisti (soprattutto televisivi). Per non parlare della pronuncia di parole straniere, dove il brillante comitato dei senza cultura riesce a dare il meglio del meglio, sino ad arrivare a inglesizzare la parola latina iter, pronunciandola aiter. Quasi una regola per i nostri pavoncelli del piccolo schermo. Così senior diventa “sinior”, junior diventa “giunior”, plus diventa “plas”, media diventa “midia” e via dicendo. Forse perché ci si sente più importanti, o quasi certamente perché si è soltanto ignoranti. 
Insomma, siamo arrivati all’analfabetismo bilingue: in inglese soprattutto (e quelle rare volte che vengono usati termini francesi e tedeschi è ancora peggio), con evidenti errori di pronuncia, utilizzo di parole simili alle nostre ma dal significato diverso, spesso cadendo in grossolane trappole per eccesso di presunzione. Ma la musica, anche per l’italiano, non cambia di molto. Complici quelle persone di cosiddetta cultura che dovrebbero disporre, ma così non è, di un linguaggio appropriato o quanto meno corretto. 
Non a caso Striscia la Notizia, negli ultimi tempi, si sta divertendo a mettere alla berlina gli strafalcioni dei politici e dei mezzi busti televisivi. Di fatto se ne sono ascoltate e se ne ascoltano delle belle, con la luna che finisce distante dalla terra trecentomila anni luce; la Via della seta che diventa la “Via della sega” per Radio 24 e amenità simili. Sviste tuttavia imputabili, c’è da ritenere, soltanto alla disattenzione. 
Per contro, inaccettabili, sono gli errori grammaticali veri e propri. E non ci riferiamo all’Esco il cane di “cruschiana” memoria (espressione ovviamente avallata come forma dialettale, ma subito incassata dalle masse della comunicazione a mo’ di vangelo), bensì alla galleria degli orrori (sì, proprio orrori) che quotidianamente ci viene propinata. A partire dalle minutaglie scritte come, ad esempio, l’accento messo a sproposito su sto, qua, non lo so e se stesso; l’apostrofo infilato dove non è previsto (un’altro al maschile, qual’è…); gli avverbi mortificati (d’avvero, tutt’ora, sin’ora anziché davvero, tuttora e sinora); le concordanze umiliate (io gli dissi per le dissi o gli dissi per dissi loro); i concetti ripetitivi (a me mi piace); le parole bistrattate (più tosto che anziché piuttosto che); la consonante q messa a sproposito (evaquare, squotere, innoquo). Insomma, se ci fosse una gara, sarebbe difficile stilare una classifica delle tante, troppe bestialità. 
Gli altri errori più frequenti? A gratis, cioè gratuitamente, anziché soltanto gratis in quanto derivato dal latino gratiis; dentro e fuori la casa, anziché fuori dalla casa (basta infatti rispondere alla domanda: fuori da che cosa?); vicino Roma (si direbbe vicino fiume? No, ma vicino al fiume); macchina per scrivere (e non da scrivere); scrivere sulla lavagna (e non alla lavagna); trattenersi presso qualcuno (e non da qualcuno). E poi chi se ne frega se i principi non sono princìpi, l’àncora è altra cosa da ancora, che il carcere è maschile al singolare e femminile al plurale… 
Altre chicche da ricordare? “Qualcuno ha fatto un calcolo di quanto ci costerebbe lo smonto di tutto l’anfiteatro?” (Gianni Chessa, ex assessore Udc a Cagliari); “Capisco che in queste pagine ci sono…” (Matteo Renzi); “Nel caso questa paralisi continua…” (Lucia Annunziata, che convinta di essersi espressa correttamente si è subito dopo ripetuta nel corso della sua trasmissione domenicale); “Sarebbe opportuno che lo studio della storia non si fermasse tra le pareti delle aule scolastiche, ma prosegua anche…”: così Valeria Fedeli, ex ministro dell’Istruzione, che prontamente aveva anche concesso il bis: “…perché offrano servizi sempre più migliori”. 
Come non ricordare inoltre il “Sarò breve e circonciso” di Davide Tripiedi, deputato M5S, al quale fece pendant l’azzurro Simone Baldelli, che dal banco della presidenza della Camera lo corresse, a sua volta sbagliando, con un perentorio “Coinciso, si dice”. E ancora: “Non c’è niente di peggio che il cieco che non vuole vedere” oppure “Sto costruendo una formazione politica che voglio arrivare al cinquantuno per cento” (Antonio Di Pietro, ex leader Italia dei Valori); “Senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori” (Michaela Biancofiore in una lettera a Giulio Tremonti). 
E via via, sino ad arrivare ad altri exploit da matita rossa: “Sarà un nuovo ponte fra l’Italia e l’Australia e quindi troveremo molti canadesi in giro per Varese” (Renzo Bossi, ex consigliere regionale Lega Nord in Lombardia); “Non si tratta di fare guerre, con gli elicotteri (i caccia bombardieri F35) si spengono incendi, si trasportano malati, si salvano vite umane” (Francesco Boccia, deputato Pd); “Vadano avanti, lavorino, concorrino al clima di pacificazione” (Pierferdinando Casini, leader Udc). E poi il blaterare del nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti: “Chiediamo che i bandi non si interrompino” e una sfilza di altre amenità del genere. 
Ma su questa cattiva strada si stanno muovendo in parecchi. Pensiamo ai tre tentativi (tutti sbagliati) di Luigi Di Maio di scrivere in un tweet il congiuntivo di “spiare” o alla rivoluzione dei verbi intransitivi che l’ha portato a dire “la telefono” riferendosi a Virginia Raggi. Bacchettate anche per Matteo Salvini, del quale riportiamo una sua raffinata affermazione: “Il migrante è gerundio, quando migri sei un migrante”; oppure vale la pena di ricordare che - ben prima del monumentale tunnel di neutrini dell’ex ministro (ministra?) Maria Stella Gelmini, quello indimenticabile tra il Cern e i laboratori del Gran Sasso - Francesco D’Onofrio, allora ministro dell’Istruzione, ebbe a dire: “Vorrei che ne parliamo”. 
Proseguiamo. Lasciando perdere le recenti perle di Di Battista (visto che è stato messo in castigo dai suoi stessi compagni di merenda), riportiamo invece la “porca pupazza” Giorgia Meloni quando ha ricordato di essere stata “ultimamente a Dublino, in Scozia”, o quando l’ex sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha collocato l’Ultima cena di Leonardo in Toscana invece che a Milano. Questa sì che è cultura… 
Insomma, il degrado del sapere viaggia di pari passo con quello della nostra lingua. Non so se ci avete fatto caso: basta che un mezzobusto televisivo “spari” una bestialità e tutti gli altri giornalisti sono pronti a seguirlo sulla strada dell’errore. Anche perché, da quarant’anni a questa parte, la scuola ci ha messo del suo nel “non” insegnare. 
Succede così che non si distingua più il maschile dal femminile, il singolare dal plurale, mentre il sostantivo viene confuso con l’aggettivo (frangia estremistica e non estremista, elemento terroristico e non terrorista...). A sua volta il congiuntivo è diventato una bestia rara, quindi bistrattato alla grande da tutti. Dal momento che non si tiene conto che questo è il modo verbale della possibilità, della previsione, dell’incertezza. 
Ma c’è dell’altro, se ci è consentito fare un passo indietro, rifacendoci cioè a quando una primadonna televisiva, in occasione del terremoto in Emilia-Romagna, volle ricordare che “a Bologna, in provincia di Modena...”. Non bastasse le avrebbe fatto da contraltare anche la corrispondente Rai da New York, la quale (una vecchia volpe che in fatto di vocali aperte e chiuse vergognosamente non ne azzecca una) parlando di un tifone ebbe a precisare che a Nord “la” Grande Mela i tetti erano stati sradicati dalle case e che la finale del torneo di tennis era stata interrotta nel “primo tempo”. Nel calcio forse, nel tennis si tratta invece di set. Altra donna alla ribalta: precipita un piper con due persone a bordo e la cronista di rango a parlare di tragedia “rischiata”. Purtroppo, come lei stessa precisa subito dopo, il pilota era morto e pure il passeggero. Cos’altro doveva allora succedere? 
Insomma, l’uso improprio delle parole, e non solo di quelle, dilaga. Tanto che i giornalisti tempo addietro si erano fatti bacchettare, ignominia, persino dall’ex premier Mario Monti, il quale aveva fatto loro presente la differenza fra vertice e incontro, suggerendo di “dare un peso - appunto - alle parole”. Salvo poi scivolare a sua volta, a distanza di 24 ore, su un “pensavo che può diventare...”. Davvero complimenti, professore.

(riproduzione riservata)