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È proprio vero: la cattiveria narrativa al femminile è quella certamente più velenosa

Come dimostrano i recenti thriller, tutti pubblicati da Piemme, firmati da Linda Castillo (Il tempo della vendetta), Gina LaManna (Donne carine e pericolose) e Rebecca Reid (I complici)


12/10/2020

di Massimo Mistero


Chi l’ha detto che la cattiveria narrativa è una prerogativa maschile? Provate a farci caso: ogni volta che incappate in una storia gialla al femminile le vicende raccontate dalle loro vendicative penne (qualche sassolino nelle scarpe da togliersi ce l’hanno sempre) hanno una marcia in più rispetto a quelle dell’altra metà del cielo. In quanto, quasi senza darlo a vedere, risultano capaci di addentrarsi fra le pieghe del male in maniera subdola, orchestrando storie semplici e al tempo stesso complesse capaci di intriganti spunti di riflessione e angolature inaspettate, costringendo il lettore a notti insonni all’insegna della suspense e del mistero. 
Penne capaci di regalare spessore a personaggi ben costruiti che si inseguono, magari si perdono, eppure non smettono mai di cercarsi. Nascondendosi dietro mondi minacciosi e ipnotici, a fronte di canovacci ben costruiti all’insegna di incastri logici quanto inaspettati. Tre esempi? Quelli, pur distanti anni luce gli uni dagli altri, firmati dalle americane Linda Castillo e Gina LaManna, nonché dall’inglese Rebecca Reid, tutti pubblicati in Italia dalla Piemme. 
Iniziamo con Il tempo della vendetta (pagg. 316, euro 14,90, traduzione di Stefano Bortolussi), un thriller imbastito da Linda Castillo su una nuova indagine portata avanti dal capo della polizia di Painters Mill, Kate Burkholder. Una prima guida che ha consentito alla sua madre putativa di vendere alcuni milioni di copie in giro per il mondo, guadagnandosi regolarmente il primo posto nelle classifiche stilate dal New York Times
La quale protagonista si trova ad affrontare, questa volta, un caso particolarmente difficile: una sessantenne, Mary Yoder, viene brutalmente uccisa a pugnalate (il racconto dell’omicidio è di quelli da far rizzare i peli sulle braccia) in una vecchia fattoria disabitata dal 1969, quando l’alluvione aveva spazzato via i raccolti, sradicato la latrina esterna e distrutto una delle stalle nel Painters Creek. Si diceva addirittura che la Chevy Corvair del 1960 di Mr. Schattenbaum fosse ancora nel fossato, dove era stata scaraventata dalle acque. 
“Ma nonostante il suo aspetto fatiscente - viene raccontato nel prologo - per Mary Yoder casa Schattenbaum era stata per un po’ (e forse in parte lo è ancora) il centro del mondo, traboccante di risate, di amore e di vita. Gli Schattenbaum avevano infatti sei figli e, malgrado non fossero amish (la comunità religiosa per la quale il tempo sembra essersi fermato: niente corrente elettrica ma lampade a olio, niente macchine ma calessi trainati dai cavalli, niente passatempi ma tanta preghiera, niente grilli per la testa ma tanta obbedienza…), la mamma di Mary le permetteva di frequentarli, e lei lo faceva ogni volta che poteva”. E proprio qui Mary si è recata in una bella giornata d’autunno (in primavera era la volta degli Iris e in estate quella delle peonie) a raccogliere noci con le sue nipoti. Una delle quali, Elsie Helmuth, viene rapita dall’assassino. 
Già, Elsie, una creatura dolce ed effervescente di sette anni. Una bambina un po’ speciale, curiosa e affettuosa, con un corpicino paffuto e occhiali tondi dalle lenti spesse come fondi di bottiglia. Sì, era un vero dono del cielo, e Mary l’amava ancora di più per la sua diversità. 
Insomma, un fattaccio brutale e all’apparenza senza spiegazioni che, di riflesso, comporterà una scelta senza compromessi da parte di chi indaga. Perché a volte, fra la vittima e il carnefice, la linea di confine può risultare alquanto sottile. Tanto più che certi conflitti interiori potrebbero mettere in discussione le certezze. 
Un fattaccio che peraltro scombina il lento tran-tran della tranquilla comunità amish di Painters Mill, nell’Ohio, sulla quale indaga appunto Kate che, quando incontra i genitori della piccola, si rende subito conto che nascondono qualcosa. A connotarli un’ombra strana che sembra renderli reticenti. “Qualcosa che è accaduto in passato e che ora ritorna a tormentarli”. Fermo restando, e questo è forse il sottile tema di fondo della storia, che “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; c’è un tempo per perdonare e purtroppo anche un tempo per uccidere”. 
Sta di fatto che le ricerche investigative conducono Kate a un’altra comunità molto più rigida, per la quale la famiglia e le tradizioni sono tutto. Ma mentre cerca di fare luce su questa brutta storia che sembra coinvolgere diverse persone, l’assassino torna a colpire. Non a caso anche la levatrice che aveva fatto nascere Elsie viene trovata morta e la stessa Kate, che si trovava a casa della donna, viene ferita. Che altro? Una serie di misteriosi bigliettini con versetti della Bibbia vengono rinvenuti sui luoghi del delitto. Perché e con quale significato? Da qui una frenetica corsa contro il tempo per fermare la scia di sangue e ritrovare la piccola Elsie, prima che sia troppo tardi. 
In buona sostanza Linda Castillo ci conduce ancora una volta alla scoperta degli altarini che si possono nascondere dietro una società tranquilla come quella degli amish - “chiusa e abbarbicata nella ritrosia di chi non vuole allontanarsi dalle proprie convinzioni” - e ci permette di addentrarci nelle contraddizioni, nelle discutibili scelte, nei detti e non detti della provincia americana. Ma se ne L’anima del male, pubblicata lo scorso anno dalla Piemme, la Castillo puntava il dito, indagando sull’orribile delitto di un diciottenne, soprattutto sulla scelta e sulla consapevolezza di far parte di una comunità, nel suo nuovo romanzo i contenuti si allargano ad altre angolature. 
Per la cronaca Linda Castillo, una bella signora bionda dagli occhi verdi, è nata un po’ di anni fa in una fattoria nell’Ohio (“Il paesino più vicino era Itacha, 79 abitanti in tutto”) e in questo Stato avrebbe ambientato le trame di tutti i suoi lavori. Lei che ora vive in Texas con il marito, un gatto, alcuni cani e due cavalli Appaloosa (“Adoro infatti cavalcare, ma mi piace anche fare trakking e giardinaggio, fermo restando un debole dichiarato per la lettura”). 
Lei che per una dozzina d’anni ha lavorato in una azienda commerciale (“Essendo una ragazza concreta, mi rendevo conto che non potevo vivere di sogni”), alternando gli impegni d’ufficio con corsi di scrittura, una passione che aveva iniziato a coltivare quando aveva tredici anni e aveva imbastito il suo primo racconto, del quale conserva ancora il manoscritto. Lei che strada facendo avrebbe optato per la narrativa di genere in quanto affascinata dalla contrapposizione fra il bene e il male, crescendo assieme al suo personaggio, proprio come “succede alle persone reali. E se all’inizio Kate era spigolosa e dura, in seguito avrebbe lasciato trapelare una certa vulnerabilità”. 
Lei che sui nostri scaffali era sbarcata per i tipi della Fanucci con il suo libro d’esordio, Costretta al silenzio, finalista al prestigioso Rita Award, un lavoro che sarebbe stato “travasato” anche in un film interpretato da Neve Campbell. Lei che a seguire avrebbe dato alle stampe La lunga notte, In un vicolo cieco, Scomparsa, Her last breath, Tracce dal passato, Dopo la tempesta, Tra i malvagi, L’anima del male e ora, appunto, Il tempo della vendetta


Voltiamo libro, regalando le nostre note alla statunitense Gina LaManna, che debutta nel campo dei thriller psicologici con Donne carine e pericolose (pagg. 332, euro 19,90, traduzione di Valentina Daniele), un lavoro dove niente è quello che sembra. Semmai viene da pensare che questo titolo sbarazzino nasconda (nulla è infatti scontato quando si parla di donne, di amicizia e anche di omicidi) una indubbia quanto deviante originalità. Sì, perché le donne in questione sono quattro, a fronte di altrettante confessioni per un delitto raccontate all’insegna di ben orchestrate bugie. 
Ma allora, cosa nascondono le loro dichiarazioni? E soprattutto, chi è davvero l’assassino? Di certo c’è una verità di fondo: l’originalità con la quale - pagina dopo pagina - l’autrice riesce a tenere vigile l’attenzione del lettore. In che modo? “Esplorando le profondità dell’amicizia e giocando a rimpiattino con le bugie e la verità”. Sì, perché le quattro protagoniste di questo romanzo si propongono come personaggi veri, credibili, sia pure segnati da pregi e difetti che le rendono peraltro più umane. 
Gina LaManna è nata a St.Paul nel Minnesota una trentina di anni fa, dove si è laureata in Matematica e statistica, per poi rendersi conto che “preferiva di gran lunga la scrittura”. In realtà, tiene a precisare, quando ho finito gli studi ho deciso di trasferirmi in Italia, dove per un certo periodo ho fatto la ragazza alla pari per una famiglia adorabile. Alla fine sono tornata negli Stati Uniti, ma invece di rientrare a casa mi sono trasferita a Los Angeles, dove ho iniziato a prendere lezioni di scrittura. A seguire sarei tornata sui miei passi. Convinta però di diventare un’autrice”. 
Inizialmente dedicandosi al mistery e alle women’s fiction con un certo successo. Scrivendo le sue storie al mattino presto “quando il bambino dorme ancora”, tenendosi su “a base di caffè e cioccolato”, ma anche ascoltando musica bardata di cuffie che l’aiutano a isolarsi dai “rumori esterni”. Inoltre, per potersi dedicare alla narrativa in santa pace, si sarebbe riaccasata in Minnesota con il marito Alex (“Una persona meravigliosa, che ha creduto in me, che mi ha fatto ridere, mi ha nutrito quando avevo una scadenza non facendomi morire di fame e, soprattutto, mi ha fatto diventare mamma”). 
Di fatto una penna convinta che per diventare scrittori bisogna leggere molto, spaziando in tutti i generi. Anche se - tiene a precisare - sono state due autrici a influenzarmi maggiormente: Janet Evanovich (per il suo umorismo) e Lianne Moriarty (per certi personaggi dannatamente reali)”. Fermo restando un robusto apprezzamento per la serie di Harry Potter firmate dall’inglese J.K. Rowling. 
Ma veniamo alla trama di Donne carine e pericolose, che si apre - prologo a parte - con un matrimonio da cronaca rosa. Protagonisti una famiglia prestigiosa, i Banks, la costa californiana e molti invitati accorsi da diversi parti degli Stati Uniti. Tra questi, elegantissime e pronte per un intero weekend di divertimento, le amiche più strette della sposa. O almeno lo erano state ai tempi del college, quando in effetti erano molto intime. Ma strada facendo - non si vedono infatti da diversi anni - molte cose potrebbero essere cambiate. Anzi, lo sono. 
Così Kate ha lasciato a New York la sua vita disastrata con un uomo di cui non può più fidarsi; Emily spera di affogare nell’alcol il segreto che si porta dentro; Lulu, nonostante gli anni e i molti mariti, non ha smesso di bere Martini e flirtare nella speranza di ingelosire il quinto consorte. Mentre Ginger ha l’impressione che questo fine settimana non si identificherà nella vacanza favolosa che aveva previsto e desiderato. 
In effetti qualcosa va terribilmente storto: un uomo viene infatti trovato morto nel loro provvisorio buen retiro. E curiosamente Ginger, Kate, Emily e Lulu si affrettano a offrire altrettante confessioni. In altre parole ognuna si dichiara colpevole. Ciascuna insiste nel raccontare di aver agito da sola, e di aver avuto un ottimo motivo per farlo. Ma come sarà andata realmente? E perché le quattro amiche mentono in modo masochistico? 
Avvincente e al tempo stesso leggero, forte di un inaspettato quanto graffiante colpo di scena finale, questo lavoro si nutre di una scrittura coinvolgente, a tratti addirittura… disarmante. In ogni caso capace di miscelare tutti gli ingredienti necessari per regalare il giusto respiro a un sapiente thriller psicologico. E lo fa, l’autrice, parlando - oltre che di amicizia - di desiderio di maternità, di relazioni fra madri e figlie, di scappatelle, di abusi domestici. Ferme restando, visto che spesso l’apparenza inganna, un certo numero di crepe difficili da sanare. 
Di fatto queste protagoniste, all’apparenza così carine e accomodanti ma in realtà anche pericolose, fanno subito breccia nell’immaginario del lettore. Regalando peraltro angolature amare quando i nodi incominceranno a venire al pettine… 


La terza proposta di casa Piemme è legata alla penna della giornalista inglese Rebecca Reid, che - ne I complici (pagg. 334, euro 19,90, traduzione di Elena Cantoni) - imbastisce una intrigante storia su un semplice interrogativo: per quanto tempo puoi nascondere la verità sul tuo passato? Complice, a suo dire, la ritrosia del marito Marcus a parlare appunto del passato. Un compagno, Marcus, “costante, paziente, sollecito e sempre pronto a rammentami che no, scrivere il primo romanzo non era stata una passeggiata”. Ovvero Le bugiarde, pubblicato in prima battuta dall’editore di Paula Hawkins, autrice dell’acclamato La ragazza del treno, diventato ben presto un successo internazionale. Un lavoro - scritto fra i 23 e i 25 anni con il supporto appunto di suo marito, che non aveva mai mancato di spronarla e infonderle coraggio “nonostante i problemi economici, le rinunce e quant’altro”. 
Detto questo, spazio alla sinossi. In seguito a una discussione con la famiglia per la quale lavora come babysitter, Poppy viene licenziata nel cuore della notte. La ragazza, disperata (in tasca ha 22 euro in contanti e tre carte di credito: due in rosso e una con un centinaio di sterline), si dirige in un bar e lì conosce Drew, un uomo ricco e affascinante. Tra i due, come nelle favole, scatta un colpo di fulmine e Poppy sente che la vita, inaspettatamente, torna a sorriderle. E ora che ha trovato qualcuno che la ama davvero, può finalmente lasciarsi alle spalle quel segreto che la tormenta da anni e che non ha mai condiviso con nessuno. 
Di lì a poco, Drew e Poppy decidono di sposarsi. Tutto bene, quindi? Sì, almeno sino al momento in cui accade qualcosa di strano. Dopo il matrimonio, il marito le propone infatti un patto: non dovranno mai farsi domande su ciò che è accaduto nelle loro vite prima di incontrarsi.
Inizialmente confusa e insicura, Poppy capisce ben presto che questo patto le permetterà di ricominciare tutto daccapo, senza rivelare i dettagli inquietanti del suo passato. 
Ma, quando la coppia si trasferisce nella campagna del Wiltshire, nella villa imponente e misteriosa appartenuta alla famiglia di Drew, la giovane donna si ritroverà a fare i conti con le menzogne del marito. Ma chi è in realtà l’uomo che ha sposato? E di cosa è capace? E lei, è disposta a svelare la sua vera identità? 
Che dire: un thriller psicologico “scaltro e a lenta combustione”, come lo ha definito The Booklist, la cui “trama e i cui personaggi vi perseguiteranno a lungo” (parole di Jane Corry, autrice de La nuova moglie). Complimenti peraltro meritati, in quanto la scrittura di questa autrice - nella sua disarmante semplicità - risulta capace di trascinare il lettore, quasi senza darlo a vedere, in un mondo limaccioso e ipnotico. Giocando su atmosfere claustrofobiche e una suspense continua che mettono a dura prova le resistenze emotive. Di fatto proponendosi come un indiscutibile talento nell’attingere in quel pozzo senza fondo che sono i sentimenti umani. Giusti o sbagliati che siano. 
Per la cronaca Rebecca Reid (nulla a che vedere con l’omonima ex modella e attrice, sua conterranea, di stanza a Los Angeles), da piccola era stata affetta da dislessia, come lei stessa non manca quasi orgogliosamente di ricordare, peraltro supportata da “una folle, meravigliosa, geniale famiglia”. Che altro? Una giovane quanto prosperosa giornalista freelance che scrive su vari argomenti, dal sesso alla politica, su The Telegraph, Metro ed Evening Standard, oltre a darsi da fare per la radio e la televisione. E questo è quanto.

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