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A spasso con i vichinghi: uno spaccato della vita che fu

Dalla penna di Frans Gunnar Bengtsson, uno dei maggiori poeti e scrittori svedesi, una straordinaria saga di avventure senza tempo


15/09/2014

di Maddalena Dalli


Uomini che hanno segnato la storia, navigatori che hanno saputo domare il mare e capaci di grandi imprese, ma anche guerrieri avvezzi a battaglie, ruberie e omicidi. Tali erano infatti i vichinghi nei tempi andati e tali sono i vichinghi come ce li propone Frans Gunnar Bengtsson, uno dei maggiori poeti e scrittori svedesi del secolo scorso, nonché saggista di un certo peso (trattò infatti figure di primo piano come quelle di François Villon, Walter Scott, Stonewall Jakson e Joseph Conrad, oltre a scrivere nel 1932 una imponente biografia del re svedese Carlo XII). Il quale Bengtsson ci intriga e coinvolge con la sua epica saga intitolata Le navi dei vichinghi (Super Beat, pagg. 236, euro 13,90, traduzione di Lucia Savona), pubblicata per la prima volta, in due parti, nel 1941 e nel 1945.
Un romanzo di avventura (fra i più venduti e letti in assoluto) incentrato su quegli uomini che, provenienti dal grande freddo, con le loro navi, le loro incursioni, le loro conquiste, i loro codici d'onore e i loro dèi, segnarono un lungo quanto significativo periodo storico. E Bengtsson (nato il 4 ottobre 1894 a Tossjö e morto il 19 dicembre 1954 a Ribbingsfors Manor) è stato davvero ineguagliabile nel riportare in vita quel fantastico mondo di mille anni fa, quando un popolo "avvolto nella leggenda imperversava con le sue scorribande dalle fortezze della Scandinavia e giù giù, sino ai porti più remoti del Mediterraneo".
Un lavoro che ci propone un eroe, Orm il Rosso, chiamato così per il colore della barba. Un uomo coraggioso, astuto e, soprattutto, baciato dalla fortuna, che viene strappato dal suo villaggio quando era ancora ragazzo e messo ai remi di una delle grandi navi vichinghe, quelle con le teste di drago che ornavano la prua.
Sta di fatto che nel corso di mirabolanti avventure tra i mari e i porti dell'epoca, Orm verrà catturato dai Mori in Spagna, dove sarà iniziato ai piaceri dei sensi e dove combatterà per il califfo di Cordova. Una volta fuggito approderà in Irlanda imbattendosi, con stupore, nei primi monaci cristiani. Dall'Irlanda partirà poi per rivestire un ruolo di primo piano negli intrighi orditi dai vari re vichinghi, per quindi ritornare nella sua terra natale, dove lo attenderanno nuove avventure e nuove battaglie.
Che altro? Ci inchiniamo soltanto - potrebbe essere altrimenti? - alle parole dell'introduzione firmate da Michael Chabon, premio Pulitzer 2011. Il quale tiene a precisare che ci troviamo di fronte al "resoconto di tre viaggi immaginari, ma plausibili (interrotti da un breve, movimentato interludio di vita casalinga), affrontati da Orm il Rosso, figlio di Toste, un normanno abile, pieno di risorse, pragmatico e lievemente ipocondriaco...". E in questo romanzo Bengtsson "fonde nelle sue pagine tutti gli espedienti letterari sviluppati dai grandi scrittori europei nel corso del diciannovesimo secolo" a fronte di "uno sguardo ironico, penetrante e clemente insieme, come mai si riscontra in Dickens; di un'acutezza di spirito e un disincanto degni di Stendhal; di un'epica impregnata della sensibilità antiepica di Tolstoj, nonché di una erculea spinta narrativa, agile e potente, in stile Alexandre Dumas".
E ancora: "Come la metà dei grandi romanzi della tradizione europea", anche questo si propone "corposo, violento, di grande respiro. E canta di guerre, di tesori e di strabilianti imprese di uomini e di re; mentre nell'altra metà risulta intimo, familiare e racconta del ritmo delle stagioni e della vita nei villaggi e nelle fattorie, di matrimoni, di nascite e del cuore delle donne che colgono con fin troppo intuito l'immensa presunzione di uomini e re sanguinari".
Insomma, questo libro "ha qualcosa da offrire a chiunque abbia l'avventura di leggerlo, e il lettore, giunto alla fine, si affezionerà all'autore come a un amico per il resto della vita, così come ci affezioniamo a ogni compagno affidabile, capace e congeniale che incontriamo in qualsiasi grande romanzo d'avventura". In quanto Bengtsson ci descrive un mondo andato "visto attraverso lo sguardo di chi in quei giorni ne abitò i territori più settentrionali, offrendo una ricostruzione storiografica convincente e accurata, cogliendo con sorprendente acutezza le minuzie che compongono il mosaico delle umane vanità e mostrando l'instancabile verve di un consumato narratore".
In altre parole un grande Bengtsson. Il quale, in diverse occasioni, si sbilanciò nel citare le tre persone che avrebbe voluto conoscere: Giovanna d'Arco, Carlo XII e Giuseppe Garibaldi. Perché "per loro la verità era più importante dell'intrigo".

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