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A spasso fra i mali oscuri del nostro tempo: potere, carriera, sesso e disastro sociale

Spendendo temi a lui cari, Mario Pinzi ha dato voce a un intrigante romanzo. Che, pagina dopo pagina, finisce per indurre alla riflessione all’insegna di una piacevole lettura


24/07/2017

di Massimo Mistero


Che ci crediate o no Mario Pinzi, direttore di questa testata, gioca sempre - nella vita e nel lavoro - su terreni che non ti aspetti. Perché dietro a quella sua immagine di facciata che trasuda una pacata accondiscendenza si nasconde un personaggio originale e controcorrente. Testardo quanto basta; disponibile quanto basta; verboso quanto basta; ostinato quanto basta (ad esempio nel portare avanti tesi che non sempre reggono, ma che per lui, evidentemente, rappresentano il pane quotidiano, la sua personale visione per cambiare il mondo). Ma anche narciso quanto basta: il suo ultimo libro è infatti dedicato a «tutti coloro che non lo hanno dimenticato», fermo restando che ogni pagina scritta riporta, a futura memoria, il suo nome e cognome.
E guai a fargli notare che magari sbaglia, a contestargli qualcosa, in quanto rappresenterebbe un irresistibile assist per dare voce, puntuali e ripetitive, alle sue incrollabili ragioni. Che, alla fin fine, si potrebbero riassumere - dal punto di vista economico, ovvero da quello che rappresenta la sua battaglia quotidiana - in cinque o sei punti inderogabili: lotta giurata alla finanza speculativa (il male di tutti i mali), uscita dall’Europa (un passo indispensabile), iattura dell’euro (una rovina che si trascina nel tempo), sovranità monetaria (un tema a lui molto caro), ruolo del Maligno (evidentemente ne è convinto), fallimento del potere politico (e in questo caso risulta difficile dargli torto).
Che altro? Di fatto un uomo caratterialmente forte, che gioca di fino nel darla a intendere, pronto a dirti che sì, va bene, che forse hai ragione, per poi continuare a viaggiare imperterrito sulla sua lunghezza d’onda. Insomma, lui all’apparenza sempre pronto ad ascoltarti, a condividere i tuoi ragionamenti, a farti sentire ascoltato, salvo poi muoversi irremovibile su quelli che ritiene i buoni propositi da portare avanti. Dai quali non si discosta nemmeno di un millimetro.
E controcorrente, Mario Pinzi (nato il 4 maggio 1944 a Mercatino Conca, in provincia di Pesaro, un paesino collinare dove era sfollata la sua famiglia per lasciarsi alle spalle i bombardamenti), si propone anche in ambito letterario: un autore che va in brodo di giuggiole quando i lettori gli assicurano che, una volta iniziata la lettura dei suoi libri, fanno le ore piccole per sapere come la storia andrà a finire. Lui che è da poco arrivato per la quarta volta sugli scaffali - dopo L’Editore, Il gioco della morte e Lacrime di cristallo - con Bye bye Gigolò (Vertigo, pagg. 438, euro 18,00), dove parte dai ringraziamenti all’inizio anziché alla fine («Ho scritto questa storia con un preciso proponimento: sottolineare il mistero dell’eternità») per poi giocare a carte scoperte con gli argomenti che narrativamente parlando gli stanno più a cuore: il sesso (una sua grande passione, c’è da ritenere), la rincorsa ai sentimenti (trattati con un garbo raffinato e intelligente), l’incidenza dell’adolescenza su tormentate carriere di successo, ma anche curiosamente scomodando il Salvatore (in quanto senza di lui non ci sarebbe soluzione ai nostri drammi) per un ritorno dal regno dei morti volto - guarda caso - a scoprire l’assassino.
Peraltro mettendoci, in questa storia, molto del suo. Tanto da precisare: «In Bye bye Gigolò c’è sicuramente una mia visione dei costumi e del disastro sociale che stiamo vivendo. Risultato? Avendo perso i valori che hanno reso grande questo Paese, siamo tutti dei gigolò: ad esempio non ci si sposa più per amore, ma per elevazione sociale. E anche lo Stato, che si è venduto alla finanza speculativa (rieccoci), è diventato un gigolò. In ogni caso ho tracciato un quadro delle cose che, secondo me, è incontestabile». Capito l’antifona?
Insomma, un personaggio singolare, il nostro Pinzi: giornalista (per dedicarsi alla professione aveva interrotto gli studi di Scienze politiche, arrivando a lavorare per il Corriere della Sera, il Giornale Nuovo e il Resto del Carlino), scrittore, responsabile di una importante realtà attiva, a livello nazionale, nella comunicazione d’impresa (in altre parole un manager che «rompe gli schemi per aiutare le aziende a utilizzare la leva più potente della comunicazione: l’informazione»), ma anche direttore di EconomiaItaliana.it (la testata settimanale con sette anni di vita che considera, ormai è risaputo, il suo giocattolo preferito).
Non bastasse, nel tempo, si è proposto come un indomabile tennista e un altrettanto accanito fumatore: ormai da tempo, in un caso e nell’altro, a riposo forzato perché quando si esagera si esagera. Di fatto una prima guida fuori dalle righe, un uomo che nonostante le ormai molte primavere lavora sette giorni su sette e che in auto ogni anno percorre 80.000 e passa chilometri perché «al cliente bisogna stare vicino». Come faccia non si sa. O meglio, si sa: può contare su due attributi grandi sempre.
Ma veniamo al dunque. Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo? «Da un’intervista che ho fatto ad Andrea Boragno di Alcantara e al direttore generale della Banca mondiale nella milanese Villa Necchi Campiglio, uno splendore che fa parte del Fai e che ho potuto visitare con mia grande soddisfazione. Ma altri spunti li ho presi anche da un articolo che ho letto, sempre in quel periodo, sul ritrovamento del violino del maestro dell’orchestra del Titanic, l’indomito musicista che suonò fino a un attimo prima dell’affondamento di quello che veniva considerato il piroscafo delle meraviglie».
E così, pagina dopo pagina, ha preso corpo la trama di Bye bye Gigolò, un titolo che per la sua grazia maliziosa già invoglia alla lettura e che si dipana sullo sfondo di un assunto: «L’uomo e la donna sono stati creati per compensarsi come l’acqua e la sete. Soli non siamo nulla, uniti siamo tutto».
Ma veniamo alla sinossi: «Un’adolescenza tormentata dalla satiriasi (termine utilizzato nella storia della medicina per definire l’aumento morboso dell’istinto sessuale nel maschio e che si rapporta al concetto di ninfomania nelle donne), segnata da un bisogno spasmodico di fare l’amore, passata a sognare una vita normale con una sola donna. Parte da qui l’irresistibile vita di Alessandro Nardi, geniale ragazzo fiorentino diventato, nel corso di un ventennio, uno dei personaggi più famosi di Hollywood. Sensibile, generoso e instancabile fra le lenzuola, il protagonista non esiterà a mettere in gioco il potere raggiunto per entrare nell’olimpo della cinematografia mondiale».
Già, Alessandro, che dal regno dei morti torna sulla scena della vita per fare emergere il volto del suo assassino. Questo mentre «in Europa una giovane nobildonna, Sara De Santis, verrà scelta per essere il fulcro catalizzatore di innumerevoli destini spezzati. Con i misteri rimasti incompiuti in un’altra epoca, al suo passaggio, a ricomporsi mettendo in moto il processo che porta alla verità».
Inoltre in questo romanzo non viene raccontata soltanto la fantastica storia di un personaggio da copertina (a tenere la scena di protagonisti ce ne sono ovviamente molti altri, come Sara De Santis, la figura preferita dall’autore), in quanto Pinzi sostiene la tesi che ognuno di noi, nonostante gli errori commessi, finisce per non essere mai abbandonato. E parimenti pone l’accento - altro tasto dolente per molti - sul dramma di una umanità che ha smesso di credere nel Salvatore.

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