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A spasso fra le pieghe delle tante declinazioni dell’amore - fisico, materno, filiale, fraterno o patriottico - nella storia dell’arte

Un sentimento forte e profondo, razionalmente inspiegabile, ma anche complesso e seducente, che almeno una volta nella vita ci ha sedotto o ne siamo rimasti vittime. Uno sparo nel buio che arriva inaspettato come una malattia, sconvolgendo il cuore e a volte anche la mente


11/11/2020

di DONATELLA GALLIONE MOLINARI

Molte sono le declinazioni dell’amore: materno, filiale, fraterno, amor di patria, ma quello che vorrei approfondire è l’amore inteso come innamoramento. Attraverso alcune opere d’arte figurativa, ho cercato di mettere a fuoco alcuni aspetti di questo strano sentimento, inspiegabile razionalmente, complesso e dotato di infinite sfaccettature, che appartiene a tutti noi, indistintamente. Infatti prima o poi ci raggiunge, ci prende e, almeno una volta nella vita, ne siamo stati sedotti o ne siamo diventati vittime. 
Un saggio orientale ha detto che l’amore arriva inaspettato e senza preavviso, come una malattia che attacca e sconvolge non solo il cuore, ma anche la mente e in quel frangente siamo tutti disarmati e vulnerabili. 
Di fronte all’amore la nostra capacità logica vacilla e anche la persona più razionale, se innamorata, perde lucidità; la visione realistica del mondo si annebbia, confusa dall’incantamento amoroso. 
La prima opera che voglio sottoporre alla vostra attenzione è un gruppo marmoreo intitolato “Apollo e Dafne” di Gian Lorenzo Bernini che si trova alla galleria Borghese di Roma. Realizzata in periodo barocco, questa scultura si ispira alle Metamorfosi del poeta latino Ovidio, quindi ai grandi miti della classicità: racconti bellissimi che tutti noi conosciamo da sempre e spesso riaffiorano alla nostra mente senza quasi che ce ne accorgiamo, perché fanno parte della nostra cultura, li ritroviamo reinterpretati nelle fiabe e nelle leggende, hanno plasmato la nostra visione del mondo e il nostro inconscio collettivo. E ancora oggi sono attualissimi. 
La storia narra del dio Apollo che un giorno, vantandosi di aver appena ucciso il pericoloso serpente pitone, deride Cupido, il dio dell’amore, per il suo piccolo arco col quale sicuramente non avrebbe potuto affrontare grandi mostri. Cupido, offeso, gli risponde: “Le tue frecce, Apollo, uccidono solo mostri, le mie colpiscono anche gli dei”. E in effetti questo dio bambino ha un potere immenso, è imprevedibile e capriccioso. Non per nulla spesso è rappresentato bendato e anche gli dei più potenti sono in suo potere, compreso il grande padre Giove. 
Cupido volendo vendicarsi dell’arroganza di Apollo, scaglia contro di lui una freccia d’oro che suscita amore e, verso Dafne, bellissima ninfa, una freccia di piombo che suscita invece repulsione verso l’amore.


Gian Lorenzo Bernini: Apollo e Dafne - 1622/25 - marmo - altezza cm. 243 - Galleria Borghese, Roma

Apollo, preso da un’attrazione fortissima verso Dafne, la insegue, ma lei, sentendosi braccata e quindi preda, fugge perché vuole essere libera e vergine, come Diana la dea cacciatrice cui si è votata. I due ragazzi rappresentati da Bernini sono poco più che adolescenti, i loro corpi sono snelli, forti e scattanti, le membra sode e agili, la pelle morbida e liscia. 
Sono raffigurati mentre corrono: Apollo ha un solo piede appoggiato a terra e allarga un braccio per avere maggior equilibrio durante la corsa. I muscoli sono tesi, mentre il suo mantello scivola via spinto dall’aria come se possedesse una leggerezza estranea a una materia durissima e pesante come il marmo. 
Il dio ha un’espressione rapita, ma anche incredula, che una divinità minore come Dafne (ninfa dei boschi e non un’abitante dell’Olimpo) lo respinga, lui il dio della razionalità, della bellezza, delle arti, il padrone della luce. 
Apollo riesce a toccare Dafne con una mano mentre lei, con un gesto istintivo, inarca il corpo per meglio sfuggirgli, ed è proprio quando ormai si sente perduta e priva di forze che chiede aiuto a suo padre, il fiume Peneo, e a sua madre, Gea la terra, pregandoli di trasformarla in qualche cosa che non possa essere catturata. Il desiderio di Dafne è esaudito e la fanciulla viene trasformata in un albero di alloro che da quel giorno diventerà sacro al dio Apollo. 
È proprio in questo momento che Bernini coglie il grido di Dafne che prima urla per la paura di essere raggiunta da Apollo, ma poi, sicuramente, per il terrore nel sentire il suo cuore stringersi dentro una dura corteccia, fino a fermare i suoi battiti, il suo respiro bloccarsi sperduto in quella sconosciuta vita vegetale, il suo corpo morbido trasformarsi in ruvido tronco, i suoi piedi veloci conficcarsi e immobilizzarsi nel terreno diventando radici, mentre le sue braccia ed i suoi capelli diventano rami e foglie. Le due figure sono così leggere che sembrano danzare e proiettarsi verso l’alto, quasi stessero per spiccare il volo. 
L’amore mai realizzato o respinto è uno degli inevitabili passaggi della vita: ognuno di noi l’ha provato, anche Apollo il dio dell’amore, perché anche le creature divine non sfuggono alla forza di questo sentimento. 
Il mito vuol sempre trasmetterci un insegnamento o comunque spiegarci ciò che non comprendiamo. Cosa vuol dirci questo racconto? Che spesso ci si innamora anche senza volerlo, perciò noi non abbiamo alcuna colpa, ma siamo responsabili del modo in cui amiamo. Non rispettare i sentimenti o la volontà degli altri è già un comportamento disdicevole. Se una persona non ti ama non puoi costringerla ad amarti, ma soprattutto non puoi volerla con la violenza.  Apollo non vuole fare del male a Dafne, non è uno stupratore, vuole solo amarla, ma non tiene conto del suo rifiuto e anche questa è una forma di violenza: infatti la insegue fino a provocare, se pure involontariamente, la tragedia finale. 
Ma il racconto ci dice anche che Dafne non è ancora pronta per l’amore, per l’incontro con l’altro; non a caso si chiude in se stessa e diventa albero protetta da una dura corteccia. 


Con un salto di quasi 300 anni arriviamo ai primi del 1900, e precisamente al 1907/8 quando il pittore viennese Gustav Klimt realizza un famosissimo dipinto intitolato “Il bacio”. Una parte della critica ha visto in quest’opera una moderna versione del mito di Apollo e Dafne. In realtà l’artista non ci ha lasciato nessun indizio per una precisa interpretazione del suo dipinto, però a me questa pare piuttosto intrigante rispetto a quella più corrente di cui, comunque, parlerò subito dopo.


Gustav Klimt: Il bacio - 1907/8 - olio su tela cm. 180x180 - Gallerie del Belvedere, Vienna

Se osserviamo con attenzione il quadro, vediamo che la figura dell’uomo si impone in modo evidente rispetto a quella della donna inginocchiata davanti a lui. I piedi della giovane sembrano sospesi nel vuoto, come se dietro di lei si aprisse un baratro che non le permettesse vie di fuga. Mentre lui tenta di baciarla, tenendola stretta con le mani, lei volge scontrosa la testa, come se volesse sottrarsi al suo bacio, tenendo le labbra serrate. Dal terreno salgono rami leggeri e dorati che legano i suoi piedi al suolo mentre il suo corpo, ricoperto di fiori, sembra trasformarsi in qualcosa di vegetale. Ecco perché il riferimento ad Apollo e Dafne. 
Secondo la critica corrente, invece questo bacio, o meglio questo abbraccio, rappresenta il momento in cui l’uomo e la donna si compenetrano per diventare una cosa sola, grazie alla forza dell’amore generatore di vita. Elementi geometrici rettangolari posti in verticale decorano le vesti dell’uomo; sugli abiti della donna le decorazioni hanno invece forme circolari e morbide. Chiari riferimenti alla sessualità: i rettangoli a quella maschile, i cerchi a quella femminile. 
Qualunque sia stato l’intento di Klimt, “Il bacio” è un quadro molto raffinato, di grande eleganza formale dove si percepisce un certo erotismo e il tempo e lo spazio sono annullati grazie all’uso dell’oro che lo rende simile ad un’icona bizantina. “Il bacio” è diventato col tempo il dipinto simbolo dell’Art Nouveau conosciuta anche col nome di Liberty, Jugendstile, Sezessionstil o Modernismo a seconda delle nazioni in cui si sviluppa. 


Vicino al gruppo di Apollo e Dafne, sempre alla galleria Borghese di Roma, c’è un’altra opera di Gian Lorenzo Bernini. Anche questa scultura, in marmo bianco, si ispira alle metamorfosi di Ovidio e si intitola: “Il ratto di Proserpina”. 
Il mito racconta di Plutone il dio dell’oltretomba che, solo, in quel mondo buio e triste, desidera una compagna, quindi sale sulla terra dove vede Proserpina che raccoglie fiori. Incantato dalla sua bellezza il dio, senza tanti complimenti, la solleva da terra, nonostante le urla disperate di lei, e spronando i suoi neri cavalli sprofonda nell’Ade insieme alla giovane. Cerere madre di Proserpina e dea della fertilità, dei raccolti e delle messi, dopo averla cercata invano, viene a sapere del rapimento e, disperata, minaccia di uccidere le greggi e di disseccare piante e fiori, in modo che la terra non sia più fertile, se la figlia non le sarà restituita. 
Giove, per il bene del mondo, manda nell’oltretomba il suo messaggero Mercurio per convincere Plutone a restituire Proserpina alla madre. Plutone però, prima di lasciarla partire, le offre da mangiare sei chicchi di melograno. Nell’Ade vige una legge indiscutibile per cui chi mangia qualcosa, apparterrà per sempre a quel mondo oscuro. Probabilmente Proserpina conosce la legge, ma mangia ugualmente i semi di melograno; forse, nel frattempo si è innamorata di Plutone? 
Cerere intanto, felice per il ritorno della figlia, veste a festa la natura, con fiori, frutti e messi dorate, ma quando viene a sapere che ha mangiato i chicchi di melograno, deve accettare il compromesso per cui sei mesi all’anno Proserpina sarebbe rimasta sulla terra con lei e gli altri sei mesi li avrebbe trascorsi nell’oltretomba con il suo sposo.


Gian Lorenzo Bernini: Il ratto di Proserpina - 1621/22 - marmo - altezza cm. 255 - Galleria Borghese, Roma (più particolare)

Questa volta Bernini ci presenta il dio degli inferi nel pieno della sua maturità, con un corpo forte e muscoloso, e con barba e capelli folti, lunghi e inanellati. Ha la corona in testa come si conviene a un re e, ai suoi piedi, c’è Cerbero, il temibile guardiano dell’Ade, famoso per le sue spaventose tre teste. Le forme di Proserpina sono rotonde, morbide, quasi burrose e appare molto fragile vicino al corpo nerboruto di Plutone che, ben piantato sulle gambe possenti e piegato all’indietro per esercitare maggior forza, imprigiona con le sue braccia la schiena e le gambe della giovane per impedirle di muoversi liberamente e di sfuggire alla sua presa. 
Lei, mentre una lacrima le scivola sul viso, lotta inutilmente per sottrarsi alla violenza e spinge con forza la sua mano sul volto di Plutone; ma lui la tiene stretta, affondando le sue dita nelle carni della coscia e del fianco di lei e, grazie allo straordinario virtuosismo tecnico di Bernini, noi abbiamo l’impressione di percepire nel marmo la morbidezza della carne che cede sotto le forti dita del dio. 
La spiegazione più immediata di questo mito è l’alternarsi delle stagioni. Proserpina è il seme che rimane tutto l’inverno sotto terra, mentre a primavera sboccia e torna alla vita. Racconta quindi il mistero della nascita, della vita e della morte. 
Per amore di Proserpina, Plutone accetta di condividerla con la madre; quindi per amore bisogna saper rinunciare a qualcosa in favore dell’altro. Ma il racconto simboleggia anche la scoperta del mondo maschile da parte della donna. Un universo per lei ancora avvolto nel mistero. È logico temere di entrare in questo mondo ignoto (amare significa proprio perdersi e quindi in qualche modo morire, per rinascere cambiati). 


Ma ora facciamo un salto nell’ottocento, precisamente nel 1859 quando Francesco Hayez dipinge un quadro che diventerà una vera e propria icona: “Il bacio”. Piacerà così tanto che ne eseguirà ben tre repliche. È il primo bacio appassionato della storia dell’Arte, intenso ed emotivamente coinvolgente; teatrale, ma insieme pieno di naturalezza (persino il famoso regista Luchino Visconti, molti anni dopo, si ispirerà a questo quadro nel suo film Senso dove, nella scena del bacio tra i due protagonisti, ripropone esattamente la stessa posa).


Francesco Hayez: Il bacio - 1859 - olio su tela - cm. 112x88 - Pinacoteca di Brera, Milano

L’abilità tecnica di Hayez nella resa delle stoffe degli abiti è veramente superba: par di sentire il fruscio un po’ secco della seta dell’abito della giovane e percepire la morbidezza del mantello di panno del ragazzo. 
Le due figure spiccano sullo sfondo spoglio e neutro grazie ai magnifici colori dei loro abiti: azzurro, rosso, bianco e verde, mentre lui, alzando la gamba sinistra, sembra avvolgere ancor di più la donna amata nel calore del suo abbraccio. Lei si piega, abbandonandosi a quel bacio struggente che potrebbe essere un addio. Il giovane infatti è vestito da “Cacciatori delle Alpi”, il corpo agli ordini di Garibaldi i cui membri volevano l’Italia unita, indipendente e repubblicana e annettere quindi anche i rimanenti stati, oltre la Lombardia, ottenuta con la seconda guerra di indipendenza contro l’Austria, con l’aiuto della Francia di Napoleone III. L’uomo quindi è un giovane volontario pronto a combattere e a morire per i suoi ideali di libertà e amor di patria. 
Il quadro è ricco di significati simbolici: l’abbraccio, dal punto di vista politico, significa l’alleanza tra Francia e Italia per sconfiggere l’Austria e gli abiti dei due giovani hanno appunto i colori della bandiera italiana e della bandiera francese. 
Gli studenti di ogni età che visitano Brera, davanti al bacio di Hayez, si emozionano sempre; i loro occhi si perdono letteralmente in quell’abbraccio dove evidentemente si riconoscono ancora oggi, tanto che il giorno di S. Valentino numerosissimi vengono a fotografarsi di fronte a questo dipinto ancora emotivamente coinvolgente e ricco di pathos. 


Nonostante l’ardire di Hayez, che tra l’altro era un vero e proprio dongiovanni, l’ottocento è ancora pieno di pregiudizi sia nei riguardi dell’amore che della donna. E questo è evidente e ben leggibile in due quadri di Giovanni Segantini.


Giovanni Segantini: L’angelo della vita e Dea d’amore - 1894 - olio su tela - cm. 276x212 e cm. 210x133 - G.A.M., Milano

 “L’angelo della vita” e “Dea d’amore” sono due dipinti conservati alla Galleria d’arte moderna di Milano, di ispirazione simbolista, sempre esposti vicini come due pendant. Queste due opere sono interessanti perché mostrano la concezione che a fine 800 gli uomini, ma anche la società in generale, avevano della donna. 
La “Dea d’amore” rappresenta una figura femminile sdraiata e coperta solo di veli trasparenti che mostra un corpo sensuale e seducente, ha il seno nudo e una mano appoggiata sul pube, come le Veneri del 1500 (pensiamo a quelle di Tiziano o di Giorgione). I veli sono di color rosso vivo e si confondono con i lunghi capelli della donna, dello stesso colore fiammante, simbolo di carnalità e passione. Quindi questa è la raffigurazione della donna tentatrice e seduttrice. 
L’altro quadro rappresenta invece una figura femminile che ricorda una Madonna con il bambino tra le braccia, tanto che i rami dell’albero su cui è seduta, sembrano piegarsi intorno a lei formando una sorta di abside vegetale. I colori utilizzati sono quelli freddi della spiritualità: diverse tonalità di bianco, di azzurro e di verde. Questa è la donna angelo, la donna madre, l’angelo della vita. 
Questi due quadri potrebbero anche intitolarsi “Amor sacro” e “Amor profano” due entità inconciliabili secondo la mentalità ottocentesca che non riusciva ad accettare che una donna potesse essere contemporaneamente moglie appassionata e sposa fedele, madre e compagna di vita capace anche di finezze seduttive. 


Ora invece analizzeremo un quadro che mostra un momento di grande felicità fra il pittore Marc Chagall e sua moglie Bella.


Marc Chagall: Il compleanno - 1915 - olio su cartone - cm. 81x99,7 – Moma, New York

Si intitola “Il compleanno” ed è un dipinto a olio su cartone, particolare che dimostra le difficoltà economiche del pittore in quel periodo.  Chagall lo dipinge in occasione del suo ventottesimo compleanno. 
In una stanza semplice, ma resa accogliente dai tessuti coloratissimi della tovaglia, del copriletto e dei tappeti appesi alle pareti, un uomo, il pittore, e una donna, sua moglie Bella, si baciano sollevati da terra, lui addirittura torcendo il collo in modo innaturale (Sappiamo bene che grazie all’ amore si riescono a fare cose incredibili). Lei ha in mano un mazzo di fiori e sul tavolo c’è una torta. Questo è l’amore gioioso, ricambiato che ci rende felici, per cui tutto diventa luminoso, anche una stanzetta semplice e noi ci sentiamo così leggeri e senza zavorre, da poterci sollevare da terra e volare.  


Ecco invece un amore senza voce e senza sguardo, è un’opera di René Magritte uno dei pittori più enigmatici del novecento e uno dei maggiori rappresentanti del Surrealismo, corrente artistica che voleva esplorare le profondità della mente e dell’inconscio.


René Magritte: Gli amanti - 1928 - olio su tela - cm. 54x73 - Moma, New York

Nel dipinto sono rappresentati un uomo e una donna che si baciano, ma i loro volti sono coperti da un telo bianco che crea inquietudine e anche un certo senso di straniamento. È un amore che non riesce a manifestarsi perché Il telo impedisce il vero incontro tra i due che, non potendo vedersi non possono conoscersi. E senza comunicazione non può esserci amore. In questo periodo suscitano grande interesse le nuove teorie psicoanalitiche di Sigmund Freud che vedeva nei sogni nuove realtà sepolte nel nostro inconscio. Ma io penso anche alle opere di Pirandello per cui la realtà è molto diversa da quella che appare e noi non riusciamo mai a mostrare la nostra interiorità, nascosta dalla maschera delle nostre paure, delle nostre insicurezze, del nostro egoismo e delle nostre fragilità. 


Voglio concludere questa chiacchierata con una famosa istantanea fotografica, poiché anche la fotografia è una bellissima forma d’arte.


Robert Doisneau: Baci rubati - 1950

Si intitola “Baci Rubati” di Robert Doisneau ed è del 1950, gli anni mitici del Dopoguerra. Questo bacio fresco, quasi rubato al volo, è un magnifico inno alla pace, alla gioia di tornare a vivere dopo una guerra crudele e dolorosa, un bacio benefico come un raggio di sole dopo i freddi di un lungo e penoso inverno. Il fotografo ha bloccato per sempre un attimo di grande dolcezza, una tenera manifestazione d’amore che suscita ancora emozione e che altrimenti si sarebbe dissolta come una nuvola nel vento. 
Prima di terminare vorrei augurare a tutti di conservare sempre la capacità di innamorarsi, non necessariamente di una persona, ma anche soltanto di un’idea, di un pensiero, di un progetto o di un sogno. Perché solo così è possibile mantenere sempre giovane la nostra mente e appassionato il nostro spirito.

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