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A spasso nella storia fra rom spariti, incontri segreti, un Pm in crisi e uno strano testimone

Un po’ legal thriller e un po’ romanzo d’avventura l’ultimo lavoro di Scott Turow. Le altre voci? Quelle della tedesca Simone Buchholz e dell’esordiente Adelaide Barigozzi


30/10/2017

di Mauro Castelli


Quando sugli scaffali arriva un romanzo firmato da Scott Turow il successo è assicurato. Vuoi per le graffianti tematiche trattate, vuoi per il suo stile inconfondibile, vuoi per la capacità di dare vita a personaggi che lasciano il segno. Non a caso questo autore, nato a Chicago (città dove tuttora vive con la moglie Adriane) il 2 aprile 1949, si propone come uno dei maggiori esponenti del genere legal thriller, forte di una serie vincente di romanzi (sinora siamo arrivati a quota undici, in quanto le uscite risultano cadenzate fra i tre e i quattro anni), romanzi che sono stati peraltro oggetto di trasposizioni televisive e cinematografiche. 
Come nel caso del suo lavoro d’esordio, Presunto innocente (datato 1987 e interpretato sul grande schermo da Harrison Ford), forte di una storia che aveva scritto sul treno dei pendolari che ogni giorno lo portava al lavoro e che, in men che non si dica, venne tradotto in oltre 25 lingue, conquistandosi una lunga schiera di lettori (a tutt’oggi, di copie, ne ha vendute oltre trenta milioni). 
Altra caratteristica di questa penna a stelle e strisce è quella di raccontare - forte della sua professionalità - il mondo visto sotto la lente della giustizia. La qual cosa non deve sorprendere in quanto, nonostante il successo ottenuto, Turow continua a darsi da fare come avvocato penalista, impegnato nel mettersi al servizio di coloro che sono accusati di quelle che lui ritiene essere delle grosse ingiustizie (è infatti socio dello studio legale di Chicago “Sonnenschein Nath & Rosenthal”). 
Lui che, dopo essersi laureato all’Amherst College, dal 1972 al 1975 ha insegnato scrittura creativa a Stanford, per poi portarsi a casa, tre anni dopo, un secondo diploma con tanto di lode alla Law School di Harvard. La qual cosa gli avrebbe consentito, nelle otto primavere successive, di ricoprire il ruolo di assistente del procuratore generale di Chicago, seguendo ad esempio la causa contro il procuratore generale William J. Scott, accusato di frode fiscale, ma anche proponendosi nel ruolo di consigliere capo nell’Operazione Greylord, un’indagine federale sulla corruzione giudiziaria in Illinois. 
Tutto questo lungo preambolo per arrivare al dunque: ovvero alla presentazione del suo ultimo romanzo, La testimonianza (Mondadori, pagg. 448, euro 22,00, traduzione di Sara Crimi e Laura Tasso), un lavoro nel quale gli elementi del legal thriller si mescolano giocando a rimpiattino con quelli dell’avventura, così come i fatti risultano in bilico fra (poca) realtà e (tanta) fantasia. 
Non a caso Turow tiene a precisare al riguardo: “Spesso, per i miei libri, traggo ispirazione da eventi accaduti nel mondo reale, eppure questa volta si tratta di un’opera dell’immaginazione. Nessun personaggio rappresenta infatti una persona reale anche perché, pur ispirandomi a fatti avvenuti, li ho alterati per ottenerne un effetto drammatico. Per esempio le storie sulle violenze contro i rom, anche nel corso della guerra dei Balcani, sono vere e deplorevoli, ma non è mai esistito un campo profughi nei pressi della vera Eagla Base. E a quanto ne so non c’è mai stato un massacro di centinaia di rom, e tanto meno il coinvolgimento delle forze americane della Nato. Per contro l’invio di centinaia di migliaia di armi dalla Bosnia all’Iraq nell’agosto del 2004 è ben documentato”. 
Ma veniamo alla trama, imbastita su Nill ten Boom, un cinquantenne in crisi esistenziale che si è lasciato alle spalle tutto quello che riteneva importante: il suo lavoro di magistrato, il suo matrimonio, persino il suo Paese. Eppure, quando viene invitato alla Corte penale internazionale dell’Aia per ricoprire il ruolo di pubblico ministero nel processo per un crimine di guerra commesso undici anni prima nella ex Jugoslavia, Boom (che si racconta in prima persona) accetta, anche se si rende conto - da esiliato volontario in Olanda - di trovarsi di fronte al caso più scivoloso della sua carriera. Ovvero la scomparsa nel 2004, di 400 rom che vivevano in un campo per rifugiati in Bosnia. 
Voci non confermate parlano di un massacro di massa da parte dei mercenari al soldo dei serbi o addirittura del governo americano, ma non esiste alcuna prova in merito. Soltanto un testimone: Ferko Rinci, l’unico sopravvissuto che dice di aver visto tutto. Ma è affidabile? E il suo avvocato, Esma Czarni, una splendida donna dall’atteggiamento seduttivo, dice la verità? Boom deve inoltre interrogarsi sull’integrità di questi e altri personaggi ambigui legati alla vicenda, ciascuno dei quali non si fa scrupoli nel condurre le indagini a proprio vantaggio... 
Sta di fatto che, in una specie di pericoloso balletto, la storia si sviluppa dalle aule del tribunale dell’Aia (“Dove - annota l’autore - sono stato ricevuto da diversi funzionari, generosi in termini di informazioni”) alle città e ai villaggi della Bosnia (“Riconosco di aver giocato un po’ con la geografia locale”), sino ad arrivare agli incontri segreti organizzati in quel di Washington. Con Boom irretito in un ginepraio di sospetti, legati a organizzazioni criminali, alleanze e tradimenti da parte di tutti coloro che risultano coinvolti in questo fattaccio dai contorni sconcertanti. Un caso, aggiungiamo noi, di piacevole quanto intrigante lettura, tanto da sembrare realmente accaduto.

Voltiamo libro, rifacendoci alla collana dei “Gialli tedeschi” voluta dalla Emons, la casa editrice di matrice italo-tedesca, fondata a Roma nel settembre 2007 e frutto dell’incontro - repetita iuvant - fra l’esperienza dell’editore Hejo Emons e una squadra formata da diversi professionisti di settore (fra questi Viktoria von Schirach e Axel Huck, ma anche Silvia Nono, Sergio Polimene, Flavia Gentili, Joyce Hueting e Francesca Tabarrani). L’intenzione? Quella iniziale di sviluppare una produzione, in formato audio, di significativi lavori della narrativa italiana. Privilegiandone la lettura da parte degli autori stessi, come nel caso di Sandro Veronesi, Gianrico Carofiglio, Melania Mazzucco, Francesco Piccolo, Michela Murgia e Giancarlo De Cataldo. A seguire il catalogo si sarebbe però allargato a romanzi stranieri, letti dai nostri migliori attori in versione integrale e senza alcun intervento musicale. Risultato? Un successo, seguito a ruota dalla pubblicazione di testi su carta legati alle più promettenti penne della narrativa tedesca di settore. 
Come nel caso di Simone Buchholz, che abbiamo già imparato a conoscere un paio di anni fa grazie alla pubblicazione di Revolver. Le ragazze del porto di Amburgo. Un romanzo d’esordio graffiante, datato 2008 e incentrato su una protagonista fuori dalle righe, tosta e sensibile quanto basta, che detesta il suo ufficio, tifa per la squadra di calcio col teschio e ama giocare a fare la dura. Ovvero la giovane pm Chastity Riley, alla quale la quarantacinquenne autrice - nata ad Hanau, sposata con un italiano e madre di un bambino - ha già dedicato altri lavori, tutti conditi di ambientazioni credibili e di personaggi forti quanto intriganti. 
Ed è quanto appunto succede ne La notte del coccodrillo (pagg. 204, euro 14,00, traduzione di Fabio Lucaferri), il suo ultimo romanzo, vincitore di alcuni premi (come il Crime Cologne Award) e in predicato di approdare sul grande schermo. Un lavoro a sua volta ben gestito in termini di suspense e sorretto da scrittura che pesa come un macigno, forte di un linguaggio che non lascia adito alle buone maniere (Passato un buon fine settimana? Altroché, un fine settimana da sballo. Questa è la mia ultima gita del cazzo in una cazzo di campagna). 
In questo romanzo incontriamo, come si sarà intuito, una Chas Riley in piena crisi, in quanto messa in panchina dopo essere uscita male dalla sua ultima indagine: ha infatti accusato il proprio superiore di corruzione (Visto dall’esterno se spedisci al fresco un tuo superiore ti spetta una promozione. Invece dall’interno i capi non lo vedono di buon occhio). E, non bastasse, ha rifilato, con sua grande soddisfazione, un proiettile fra i gioielli di famiglia di un delinquente. Non è infatti così che ci si deve comportare. Ecco perché il più rispettato pubblico ministero di Sankt Pauli (il quartiere di Amburgo dove peraltro vive anche l’autrice) si trova assegnata alla protezione delle vittime di violenza. Complice lo stato dell’arte dei suoi sostenitori: l’anziano commissario Faller è in piena crisi di mezza età mentre Calabretta, un agente della giudiziaria di origini italiane nonché il suo unico alleato al dipartimento, ha il cuore spezzato e la testa altrove. 
Non le resta quindi - lei donna tosta quanto sensibile, divertente quanto spregiudicata - che passare le notti sulla trincea del bancone al Blaue Nacht in attesa che qualcosa succeda per poter tornare in sella. E qualcosa succede: un pezzo d’uomo, muto come una pietra, viene infatti ricoverato in ospedale in seguito a un’aggressione che lo ha conciato per le feste. E visto che non vuole rivelare la sua identità, Riley dovrà guadagnarsene la simpatia contrabbandandola con birra e sigarette. Sin quando spunterà la parola giusta, Krokodil, ovvero Coccodrillo, la nuova devastante droga proveniente dall’Est che sta invadendo le strade di Lipsia. Così Riley si troverà alle prese con una caccia davvero grossa. E pericolosa. In altre parole sarà questa la strada giusta per il suo riscatto.

Le note di chiusura le dedichiamo alla debuttante Adelaide Barigozzi (un nome e un cognome che non sfigurerebbero alla corte di Fantozzi, tanto fuori dalle righe da sembrare inventati: e di questa considerazione ci scusi l’autrice in quanto dobbiamo ancora abituarci), la quale - per i tipi della Fratelli Frilli - ha dato alle stampe un lavoro dal titolo a sua volta curioso, Vico dell’Amor Perfetto. Un’indagine per taglie forti (pagg. 274, euro 12,90). Un romanzo tutto sommato ben orchestrato e altrettanto ben gestito dal punto di vista narrativo, come peraltro si addice a una mano calda del giornalismo (Adelaide lavora infatti per Cosmopolitan, oltre ad avere scritto per altre testate come il Corriere Mercantile, Bella, il Corriere della Sera, Grazia e Marie Claire). Lei che è cresciuta a Genova e che si è accasata per alcuni anni in Brasile, mentre da tempo vive a Milano; lei che strada facendo, per via della sua professione, deve essersi confrontata con chissà quanti numeri uno del mondo della cultura e dello spettacolo. Come peraltro confermato da una prefazione d’alto bordo: quella del regista, sceneggiatore e scrittore Ferzan Özpetek, nato a Istanbul il 3 febbraio 1959 da una famiglia della borghesia locale (imparentata per via materna con due pascià) e oggi naturalizzato italiano. 
Una penna quella di Adelaide Barigozzi, a detta di Özpetek quanto mai abile nel proporre, con garbo e mestiere, un noir gestito all’insegna della sorpresa (un elemento a lui caro). Perché “c’è l’amore, c’è l’amicizia, c’è la volontà di sorridere senza mai prendersi sul serio” nonostante fra le righe della storia abbondi il male. Visto però attraverso “uno sguardo originale e amabilmente beffardo”, pronto a cogliere “il lato più sconcertante di ogni cosa”. 
Spiazzando in questo modo il lettore e facendolo divertire; giocando su tre protagoniste diversamente rotonde, ma che sono felici di esserlo e quindi risultano simpaticamente accattivanti; tre donne scanzonate e un po’ pasticcione, complici nella loro amicizia, che si muovono in un contesto ristretto: quello di un antico stabile, il Palazzo della Polena, sito in vico dell’Amor Perfetto numero 9 rosso nel cuore del centro storico di Genova. Uno stabile chiamato così per via del mezzo busto di donna che proprio sopra il portone “si sporge trapassando il muro”. 
Ed è qui che Patti (la quasi quarantacinquenne dagli occhi azzurri imbambolati), Clara la rossa (trentasei anni vissuti intensamente) e Rosanna (trentenne spilungona con l’aria da zingara) decidono di realizzare il loro sogno: quello di aprire la “Boutique Tutta Curve”, un negozio bomboniera specializzato in taglie forti. Ma mai avrebbero immaginato di ritrovarsi - di lì a un anno e con gli affari in positivo nonostante la crisi in quanto le “straripanti” signore non mancano - sulla scena di un delitto. Con tanti interrogativi al seguito: chi sono veramente gli abitanti del palazzo? Ed è possibile che fra di loro si nasconda uno spietato assassino? 
Succede così che Clara e le sue compagne si trovino ad agire, annota ancora Özpetek, “in un microcosmo che a tutti pare un po’ di conoscere. Chi infatti non si è mai soffermato a fantasticare sui propri vicini di pianerottolo, immaginando chissà quali segreti custoditi dietro a porte chiuse a doppia mandata, oppure auspicando un maggior calore umano nell’ambito della sua piccola comunità?”. 
Purtroppo, in questo contesto, una sola cosa è certa: “nessuno è al sicuro, perché tutti hanno qualcosa da nascondere. Come lo psicologo esperto in adolescenti inquieti, l’ex moglie volitiva, una parrucchiera facilmente eccitabile, una vegliarda altezzosa con un debole per i carlini, uno strano ragazzo che pare un elfo… E così, tra prove d’abito, tazze di tè, cioccolatini, omaggi floreali anonimi, incontri pericolosi e molti pettegolezzi, Patti, Clara e Rosanna si improvvisano detective. Ma scoprire la verità non sarà per niente facile”. 
Che dire: un esordio azzeccato, con tre rotonde protagoniste che potrebbero regalare ulteriori soddisfazioni all’autrice. O almeno questo è quello che si augurano i lettori. In cerca di morti ammazzati, certo, ma anche di indagini portate avanti all’insegna del sorriso.

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