Share |

È uno sbirro alcolizzato, tossico e attaccabrighe Sergio Stokar. Ma questo era ieri…

In viaggio con Tullio Avoledo fra le pieghe di un abisso nero come la notte che cancella ogni colpa. Le altre penne? Quelle di Adelaide Barigozzi e Tiziana Triana


02/03/2020

di Mauro Castelli


A 17 anni dalla pubblicazione de L’elenco telefonico di Atlantide, il romanzo d’esordio impregnato di fantascienza, fantasy e horror con il quale si era aggiudicato il premio Forte Village-Montblanc - Scrittore emergente dell’anno, Tullio Avoledo torna sugli scaffali (dopo aver dato alle stampe, da “frequentatore di generi”, altri dodici romanzi di variegata estrazione) con un noir a tinte forti che ci riporta a Pista Prima, l’immaginaria città del Nord-Est alle prese con un contesto economico, sociale e di valori che fa acqua da tutte le parti. 
E se in quel suo primo ironico lavoro il responsabile dell’ufficio legale di una piccola banca si era trovato catapultato in un’avventura planetaria, fra matematica, cabalistica, fonti miracolose, universi paralleli, demoni egizi e divinità malefiche, in Nero come la notte  (Marsilio, pagg. 524, euro 19,90) l’autore - una delle penne interessanti della sua generazione - dà voce a una nuova storia legata a un’Italia appena dietro l’angolo, vissuta attraverso l’occhio di un poliziotto fuori dalle righe: tossico e alcolizzato, maschilista e attaccabrighe, ma pur sempre un buon poliziotto, il migliore della citata Pista Prima, una degradata ma ancora grassa località. Questo almeno sino a ieri… 
Che dire: un romanzo per palati forti e ricettivi, “vorticosamente appassionante e di grande attualità”, di non facilissima lettura ma che pagina dopo pagina finisce per conquistare anche il pubblico meno portato a leggere fra le righe certe futuribili magagne. Complice la bravura di Avoledo, che non è da tutti, nel calarsi da maestro “nei recessi più oscuri di una società rabbiosa e corrotta”, in quell’abisso “che cancella ogni colpa”. Di fatto una storia che angoscia e mette paura, in quanto le vicende raccontate fanno breccia su un immaginario ricco di strade senza ritorno. 
Un noir al cento per cento (“Lo sapevo sin dall’inizio, visto che avevo deciso di partire da un omicidio, ma volevo anche parlare del percorso di redenzione di un uomo e del declino della nostra società”) frutto del lavoro di un anno e mezzo di scrittura e riscrittura. Un canovaccio “che mi ha peraltro visto amalgamare tre diversi ingredienti: un articolo che mi aveva fatto leggere mia moglie su un condominio occupato da una eterogenea comunità di disperati, un saggio sulla battaglia di Dien Bien Phu e una canzone di Bertrand Cantat”. Risultato di questa strana miscelazione? Eccellente, come succede nella mistura di un cocktail.  
Detto questo, spazio alla sinossi di questo romanzo decisamente lungo (“Purtroppo sono un maratoneta della scrittura, è un mio limite”) e infarcito di scene dure e brutali, a volte anche oltraggiose (“Ma questo mondo così violento mica l’ho inventato io. In ogni caso cerco di stare alla larga da qualsiasi forma di compiacimento”). 
Sergio Stokar - come accennato - era un buon poliziotto. Fino al giorno in cui, senza saperlo, aveva pestato i piedi alle persone sbagliate. Così qualcuno l’aveva lasciato, mezzo morto, sulla porta dell’ultimo posto in cui avrebbe voluto finire: le Zattere, un complesso di edifici abbandonati dove si è insediata, dandosi proprie leggi, una comunità di immigrati irregolari. Quel rifugio dall’equilibrio fragile e instabile - con la sua babele di lingue, razze e odori - normalmente rappresenterebbe un incubo per uno con il suo credo politico. 
Un incubo in cui è costretto a rimanere, adattandosi a nuove regole, convivendo con una realtà che un tempo avrebbe rifiutato. E per poter stare al sicuro diventa lo sceriffo di questa comunità clandestina. Il suo ruolo? Quello di mantenere l’ordine e indagare su piccoli reati. Finché un giorno il Consiglio che governa il complesso gli affida un incarico speciale. Alcune ragazze delle Zattere sono state uccise in modo brutale e solo un poliziotto abile come lui può scovare l’assassino, forte com’è di fiuto, conoscenze e di una ostinazione capace di fargli superare ogni ostacolo. Ma l’indagine è pericolosa in quanto dovrà frugare fra i segreti insospettabili di una provincia perbene. 
Per farla breve: in un’Italia appena dietro l’angolo - in altre parole quella di dopodomani, che ci indica con chiarezza dove sta andando il nostro Paese - Sergio Stokar “deve tornare dal regno dei morti (goffo, impacciato dal sudario, puzzolente dopo tutti quei giorni nella tomba) e rimettersi a indagare, frugando nel passato e negli angoli più in ombra della sua città per scoprire, alla fine, che forse l’indagine è una sola, e che l’orrore si nasconde in luoghi e dietro persone insospettabili. Tutto è infatti legato da un filo. Un filo nero come la notte, rosso come il sangue. Perché in un mondo che ha fatto dell’avidità il suo credo non esistono colpevoli e innocenti, ma solo infinite sfumature di male”. 
Detto del libro, spazio all’autore, pronto a dichiararsi un “lettore onnivoro” con una predilezione legata, fra l’altro, alle fantasiose penne di Philip K. Dick, Frank Herbert, John Brunner, Gene Wolfe e Frederik Pohl. Ma anche ad alcune letture mirate: lo studio di Kyle Harper Il destino di Roma, il saggio di Mark Miodownik La sostanza delle cose e le poesie di Carol Ann Duffy. “Per contro di romanzi ne leggo pochi”. 
Che altro? Tullio Avoledo, nato a Valvasone Arzene (un paesotto di quasi quattromila abitanti in provincia di Pordenone) il primo giugno 1957, dopo essersi laureato in Giurisprudenza si era dedicato a diversi mestieri, fra i quali il copywriter e il giornalista, per poi essere assunto in una banca del capoluogo. Coltivando, strada facendo, la passione per la scrittura a fronte di un debutto tardivo. Frutto peraltro di una folgorazione: “Successe che una ventina di anni fa partecipassi a un corso più di lettura che di scrittura, durante il quale ci venne proposto un racconto di Salman Rushdie, La radio gratis. E fu amore a prima vista…”. 
Così la sua fantasia narrativa iniziò a galoppare con il citato L’elenco telefonico di Atlantide, seguito a ruota da Mare di Bering e poi, a distanza di due anni, da Lo stato dell’unione e Tre sono le cose misteriose, che avrebbe comportato il passaggio ai piani alti dell’editoria (stiamo parlando della Einaudi). Guadagnandosi peraltro il Super Grinzane Cavour e l’inserimento fra i finalisti del Premio Stresa. 
Nel 2007 avrebbe dato alle stampe Breve storia di lunghi tradimenti (romanzo premiato con il Castiglioncello e travasato sul grande schermo dal regista Davide Marengo), quindi La ragazza di Vajont (storia - sbarcata in Inghilterra - di un amore impossibile sullo sfondo apocalittico di un Nord-Est alle prese con due brutti soggetti: guerra civile e pulizia etnica) nonché L’ultimo giorno felice imbastito sul sociale (la crisi di un cinquantenne coinvolto nell’ecomafia delle discariche friulane). 
Che altro? L’anno dei dodici inverni, Un buon posto per morire, Le radici del cielo (uscito nel novembre 2011 per l'editore Multiplayer.it e tradotto in russo, tedesco, polacco e ungherese), La crociata dei bambini, Chiedi alla luce e Furland®, una distopia (breve) in cui il Friuli del 2035, dopo aver dichiarato l’indipendenza nel 2023, sarebbe diventato un colossale parco di divertimenti a tema storico. 
Già, la politica. Che nel 2018 l’aveva visto aderire al “Patto per l’Autonomia”, neonata formazione friulana nelle cui liste si era candidato per il Senato alle elezioni del 4 marzo e per il Consiglio della Regione Friuli - Venezia Giulia alle successive regionali del 29 aprile. Da questa esperienza sarebbe nato un testo teatrale non destinato alla pubblicazione e intitolato Fuori onda. E questo è quanto. 


Di tutt’altra farina risulta invece impastato Una sfilata rosso sangue. Un’altra indagine per taglie forti (Fratelli Frilli, pagg. 222, euro 14,90), dove Adelaide Barigozzi, giornalista in forza a Cosmopolitan, ridà voce - a distanza di due anni o poco più dalla pubblicazione di Vico dell’Amor Perfetto - a una nuova storia incentrata su tre donne diversamente rotonde - Patti (quarantasettenne dagli occhi azzurri imbambolati), Clara la rossa (trentotto anni vissuti intensamente) e Rosanna (trentaduenne spilungona con l’aria da zingara) - che avevamo deciso di realizzare il loro sogno: quello di aprire nel cuore di Genova la “Boutique Tutta Curve”, un negozio bomboniera specializzato appunto in taglie forti. 
Visti i positivi riscontri del precedente romanzo - che si era avvalso di una prefazione firmata dal regista, sceneggiatore e scrittore Ferzan Özpetek, nato a Istanbul il 3 febbraio 1959 da una famiglia della borghesia locale (imparentata per via materna con due pascià) e oggi naturalizzato italiano - l’autrice ha ritenuto opportuno ridare voce, sempre all’insegna dell’ironia, alle sue tre intriganti e, se vogliamo, ingombranti protagoniste. La cui vita sembra procedere tranquilla, anche se le cose stanno per cambiare. 
“Tutto ha inizio il giorno in cui Clara sale su un treno, diretta a Milano. Nella borsa ha un invito per la sfilata di Apollonia C., la sua stilista curvy preferita, che inaugura la Fashion Week milanese con un evento che rivoluzionerà la dittatura della taglia 38. Ma non sa che sta per imbarcarsi in un’avventura piena di insidie. Già, perché tra abiti spettacolari e modelle capricciose, giornaliste eccentriche e furti inspiegabili, qualcuno sta tramando nell’ombra un orribile delitto. E non sarà che l’inizio”. 
Poteva, la nostra eroina, far finta di nulla? No di certo. Sta di fatto che “il suo intuito la porterà a indagare, insieme alle sue due socie, nel luccicante mondo della moda - dove nulla è quello che appare - in cerca di una mente criminale assetata di sangue, dove nessuno è al di sopra di ogni sospetto”. 
Gli interrogativi, per la verità, si sprecano subito: le straripanti top model curvy Stella LaForesta e Dodi Remora sono davvero amiche o, in realtà, si odiano? E come mai la tirannica neo-direttrice della rivista di moda Femme è così sulle difensive? Senza contare che Tito Livio, marito toy boy di Apollonia con la passione per la musica rap, ha un’aria poco raccomandabile. E persino Dominique, l’amabile pierre che ha invitato Clara alla sfilata, potrebbe non essere quello che sembra. Ma alla fine, anche grazie all’aiuto della commissaria Pia Onorato, implacabile femminista con un debole per i travestimenti e il giardinaggio in vaso, la verità verrà a galla”. 
Che dire: una storia leggera, ben raccontata, che ha un suo intrigante perché, ricca di personaggi ben tratteggiati. Ma con un peccato veniale al seguito: quello legato a capoversi troppo lunghi che finiscono per pesare sulla lettura. E una del mestiere come Adelaide Barigozzi (ha scritto anche per il Corriere Mercantile, Bella, il Corriere della Sera, Grazia, Marie Claire e Donna Moderna) questo dovrebbe saperlo. Ma forse la mia è solo la critica di un vecchio bacucco di redazione, e per questo abbia la compiacenza di non volermene. 
Adelaide Barigozzi (e non si tratta, sia chiaro, di un nom de plume) è nata a Genova il 9 dicembre 1961; è iscritta all’albo dei professionisti dell’Ordine della Lombardia dal 30 maggio 1989; è cresciuta sotto la Lanterna prima di accasarsi per alcuni anni in Brasile, mentre da diverso tempo vive a Milano. Lei che strada facendo, per via della sua professione, deve essersi confrontata con chissà quanti numeri uno del mondo della cultura, dello spettacolo e anche dell’abbigliamento. La qual cosa l’ha evidentemente agevolata a entrare, con il dovuto garbo, nel campo minato della moda, giocando a rimpiattino con il problema delle taglie e delle grandi forme. Uscendone in ogni caso vincente. 
E per quanto riguarda le protagoniste? Si tratta di tre donne scanzonate e un po’ pasticcione, simpaticamente accattivanti, complici nella loro amicizia, capaci di sorridere senza mai prendersi sul serio e che sinora si erano mosse, vale a dire prima di questa trasferta milanese, in un contesto ristretto: quello di un antico stabile, il Palazzo della Polena, sito in Vico dell’Amor Perfetto (da qui il titolo del primo libro), nel cuore del centro storico di Genova. Uno stabile chiamato così per via del mezzo busto di donna che proprio sopra il portone “si sporge trapassando il muro”. Questo a conforto di chi le avesse conosciute soltanto ora… 


L’ultimo suggerimento per gli acquisti è legato alla penna di Tiziana Triana, nata a Tivoli ma da una vita di stanza a Roma, dove si propone come direttrice editoriale delle Fandango Libri, costola dell’omonima casa di produzione cinematografica voluta nel 1999 da Domenico Procacci. Successe nel 2005 quando un gruppo, guidato dallo stesso Procacci e composto da Alessandro Baricco, Sandro Veronesi, Edoardo Nesi, Laura Paolucci e Carlo Lucarelli, diede vita a una editrice vera e propria staccata dalla casa madre. 
Tiziana Triana, si diceva, che ha dato alle stampe Le città perdute (Sonzogno, pagg. 528, euro 19,00), un lavoro che proponiamo con un certo colpevole ritardo (ma un buon romanzo rimane tale anche dopo alcuni mesi), primo volume della trilogia Luna Nera dal quale è stata tratta l’omonima serie tutta italiana realizzata da Fandango e Netflix, proposta dalla piattaforma streaming, che “esplora il genere fantasy mescolando elementi storici e fantastici sullo sfondo della lotta alla stregoneria”, giunta al suo culmine nel diciassettesimo secolo. 
Un periodo di grandi scoperte scientifiche e letterarie, certo, ma anche contrassegnato dalla superstizione, con tutto quello di drammatico che ne poteva conseguire. Non a caso, all’insegna delle credenze radicate negli uomini del tempo, a pagare lo scotto maggiore erano state le donne povere e analfabete. Sebbene anche quelle di un certo livello levatrici, erboriste, aggiustaosse) finivano, se scomode, nel mirino di una giustizia sommaria. 
Nel nostro caso la bravura dell’autrice (che aveva iniziato a interessarsi di stregoneria da giovane) sta nel trattare con mano ferma quanto garbata la posizione della donna nella società, alle prese - ieri come oggi- con le difficoltà di affermarsi come soggetto paritario con l’uomo. A fronte di una interessante considerazione: “La sconfitta di tante donne nella storia, ai miei occhi, può significare soltanto due cose: o erano delle streghe deboli, che non potevano cioè usare la loro magia a piacimento, oppure semplicemente non erano streghe”. 
Ma veniamo alla sinossi. La scena è quella della campagna laziale dove incontriamo la sedicenne Adelaide, detta Ade, mentre corre tenendo per mano il fratellino Valente. Corre in quanto deve fuggire da Torre Rossa e dalla casa in cui è cresciuta visto che l’accusa che le pende sulla testa, quella di stregoneria, la potrebbe portare dritta al rogo. 
E allora eccola approfittare di una scappatoia, suggerita dalle voci che circolano. “Nel folto del bosco si nasconderebbe infatti un gruppo di donne che addette alla magia nera. Nessuno sa chi siano né da dove vengano; ma reclutano e proteggono ragazze, come Ade, che la comunità ha messo al bando”. Ed è qui - in un mondo di sole donne, tutte indipendenti, non disposte a scendere a compromessi con le superstizioni e i capricci del loro tempo, e appunto per questo sono considerate figlie del demonio e viste con timore dalla gente - che vivono le abitanti della casa della misteriosa città scomparsa di Tebe”. 
Ed è in tale contesto che Ade e il suo fratellino troveranno rifugio. Rendendosi ben presto conto che ognuna di loro ha una misteriosa avventura alle spalle e venire “iniziati alle arti del gruppo e ai loro segreti rituali nell’attesa, trepida e inquieta, che si compia la grande Profezia”. 
Tuttavia non si può certo stare tranquilli. “A questa comunità femminile in odore di stregoneria - composta da otto donne, sole e perseguitate, che imparano a rispettarsi e a supportarsi a vicenda - danno infatti una caccia spietata i Benandanti, una congrega di uomini forti con un solo nemico, le streghe, e un potente sostenitore, la Chiesa cattolica”. Il perché è semplice quanto drammatico: è opinione diffusa che queste donne rappresentino una terribile minaccia. E la soluzione deve essere radicale: sterminarle. Con una eccezione: quella di Pietro, il figlio del capo dei Benandanti, che non crede alle superstizioni e, soprattutto, si è innamorato di Ade dal primo momento in cui l’ha vista. 
E quando scoppierà la battaglia finale si scoprirà quanto labile sia il confine tra realtà e magia, tra falsità e conoscenza, e perfino tra maschile e femminile. Fermo restando che nella vita l'incantesimo più difficile resta ancora quello di poter crescere. 
In sintesi: per chi ama questo genere di fantasiose avventure si tratta di una chicca da non perdere, ben orchestrata e ricca di suggestioni forti e inattese. Peraltro non una storia di sola fantasia, in quanto condita di considerazioni e riflessioni che non mancheranno di fare presa sul lettore più attento.

(riproduzione riservata)