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Al Paese serve un ceto politico serio, esperto e competente, non... dilettanti allo sbaraglio

Per invertire il declino socio-economico e sconfiggere il velleitarismo e il populismo - archiviato il polverone elettorale in Emilia-Romagna e in Calabria – necessitano, secondo Sebastiano Maffettone, scelte coraggiose, a cominciare dal rilancio del Sud. Niente proclami, quindi, ma proposte sensate ed equilibrate


29/01/2020

di Giambattista Pepi


Sebastiano Maffettone

Due voti assai diversi, quelli in Emilia-Romagna e Calabria, con la prima Regione trasformata in un test nazionale e la seconda rimasta nell’ambito della competizione amministrativa, ma con una stessa dinamica elettorale: un crollo dell’elettorato di M5S che ha contribuito - insieme con le Sardine - alla vittoria di Stefano Bonaccini da una parte, ma ha portato acqua anche a Jole Santelli del Centro-Destra dall’altra. 
Insomma, archiviate le regionali, i partiti di maggioranza e dell’opposizione sono già proiettati verso le prossime sfide politiche. In particolare a quella “fase due” che si sta aprendo per il Governo, mentre nei grillini è scontro aperto su chi dovrà guidare il movimento dopo le dimissioni da capo politico di Luigi Di Maio. E i prossimi mesi saranno cruciali per il loro posizionamento nello scacchiere politico nazionale e, forse, per la loro stessa sopravvivenza. 
E appunto sul momentum che sta vivendo l’Italia abbiamo intervistato Sebastiano Maffettone, direttore del Dipartimento di scienze politiche della Luiss di Roma dove insegna Filosofia politica e di cui in questi giorni, in diverse città italiane, viene presentato il libro Politica. Idee per un mondo che cambia da noi recensito il 21 ottobre 2019.

Anzitutto le chiedo un giudizio sulle recenti elezioni. 
I dati oggettivi sono due: sappiamo con certezza chi sono i vincitori. Inoltre c’è stata un’elevata affluenza alle urne. Questi dati confermano che la democrazia è viva: c’è pluralismo, elevata competitività tra candidati, schieramenti, e programmi, e c’è la partecipazione e l’interesse degli elettori. Il che sembra andare controcorrente rispetto alle analisi sul disinteresse dei cittadini per la politica. Almeno questo è ciò che si può rilevare dalla consultazione elettorale in Emilia-Romagna e Calabria al di là di chi abbia vinto e chi abbia perso.

Queste elezioni confermano il ritorno del bipolarismo: un polo conservatore che va dai neogollisti ai liberali e un polo riformista che riunisce socialisti, laburisti, democratici, mentre non sembra esserci spazio per un terzo polo, il Movimento 5 Stelle, che è uscito fortemente ridimensionato sia dalla consultazione europea sia dal voto delle regionali. 
Sembra proprio che questo voto confermi che all’elettorato non dispiacerebbe il bipartitismo, ma, anche in assenza di due partiti, la presenza di due poli aggreganti forze tra loro omogenee intorno a candidati e programmi possa andare bene. Questa formula, che in passato ha dato vita a sfide memorabili tra i poli del Centro-Destra capeggiato da Silvio Berlusconi e quelli del Centro-Sinistra con Achille Occhetto, e poi con Romano Prodi, sembra piacere ancora. Credo invece, ma sono pronto ad essere contraddetto dai fatti, che per il Movimento 5 Stelle tra batoste elettorali, alleanze spregiudicate, e abbandoni di parlamentari, sia cominciata la parabola discendente. Lo si è visto sia nelle elezioni in Emilia Romagna, sia in quelle in Calabria, dove addirittura non sarà rappresentato in consiglio.

Questo dato è importante quando si ragiona sui progetti per modificare l’attuale legge elettorale in senso proporzionalista o maggioritario. 
È così. Aumentare il numero dei seggi che si assegnano con il proporzionalismo accresce la rappresentatività in Parlamento, il che è un bene perché aumenta l’offerta politica, ma la frammentazione del consenso può andare a scapito della stabilità politica, poiché le maggioranze che si andrebbero a formare dopo il voto, ammesso che uno schieramento prevalga nettamente sull’altro, si reggerebbero su un insieme di gruppi anche piccoli, che sarebbero in grado di esercitare la loro influenza, diventando (lo abbiamo visto in passato) determinanti per l’approvazione di leggi, provvedimenti e mozioni. Una riforma che accentuasse il principio maggioritario, riconoscendo un premio alla coalizione che vincesse le elezioni, garantirebbe maggiore stabilità ad un governo, anche se ciò avverrebbe a scapito dell’esigenza di una rappresentatività ampia di ogni movimento o partito, anche dei più piccoli.

Il Governo non sembra aver risentito dell’esito delle elezioni e quindi è impegnato a continuare. È all’altezza per affrontare le emergenze e le sfide che attendono il Paese e arrivare alla fine della legislatura o potrebbero esserci elezioni anticipate? 
Mi auguro che questo Governo duri fino al termine della legislatura. Credo che dobbiamo evitare i traumi o, meglio, meno ce ne sono e meglio è. Vedremo cosa succederà non tanto dopo queste elezioni regionali o quelle che verranno, ma se il Paese terrà e i provvedimenti che sono stati varati e che saranno varati da questo esecutivo sortiranno effetti positivi per la crescita, l’occupazione, la coesione sociale, e il Mezzogiorno. Nessuno ha la sfera di cristallo per fare previsioni, ma spero che questo auspicio si realizzi. 

Ascoltando le dichiarazioni dei leader dei partiti, nel nostro Paese si vive in una campagna elettorale permanente. Vincono (quasi) sempre tutti, e non perde (quasi) mai nessuno. Tra governo e opposizione manca la legittimazione reciproca. La nostra è una democrazia incompiuta? 
Il fatto che dopo le elezioni sembra che abbiano vinto tutti risale all’alba della Repubblica, oltre settant’anni fa. La novità è un’altra: la separazione tra i programmi elettorali e i risultati di governo. Nel senso che è stato chiaramente deciso che si fanno programmi per vincere le elezioni che non hanno niente a che fare con ciò che si può fare una volta giunti al governo. Si fanno in buona sostanza proclami, la cui sostanza è di difficile realizzazione concreta. Questo è quello che si chiama populismo. E’ un grido di dolore che proviene dal popolo che riguarda gli effetti della globalizzazione, oil cambiamento tecnologico o la diffidenza culturale verso gli stranieri. Il populismo è fomentato da politici che su queste paure o timori speculano non offrendo in cambio nessuna capacità politica di provvedere. 
Le faccio un esempio per capirci. Mettiamo che Donald Trump sia stato eletto presidente degli Stati Uniti perché gli alieni hanno invaso il Paese. Le persone per reagire a questa paura vogliono l’uomo forte. E votano per Trump. Il nostro problema è che in realtà c’è stato qualcosa di grande che è successo, ma le politiche fatte di annunci degli uomini politici non sono per lo più realizzabili ma servono soltanto a prendere voti. Il fatto grave è la scissione completa tra le “grida” per prendere voti e le promesse fatte che non si possono poi mantenere.

La democrazia liberale è un po’ ovunque in affanno. Anche da noi. Cosa rischiano le democrazie, cosa rischiamo in Italia? Si è parlato di ritorno del fascismo? Dietro l’angolo c’è l’autoritarismo? 
Il timore c’è ed è forte. L’abusata frase di Winston Churchill (Primo ministro del Regno Unito dal 1940 al 1945 e poi dal 1951 al 1955 - ndr): “La democrazia è il peggiore regime possibile, tranne tutti gli altri”. Il pregio della democrazia, pur con tutti i suoi difetti, è che non riusciamo ad immaginare un altro sistema politico che ci garantisca. E’ un po' come il capitalismo. Una volta fu chiesto a John Maynard Keynes (è stato un economista britannico padre della macroeconomia e considerato il più influente tra gli economisti del XX secolo – ndr) cosa pensasse del capitalismo, ed egli rispose che, con tutti i suoi limiti, non c’era un’alternativa. La democrazia ed il capitalismo sono le uniche forme di governo della politica e dell’economia che noi conosciamo che siano relativamente giuste e relativamente efficaci. 
Detto questo, il pericolo dell’autoritarismo c’è eccome. Sono molti i regimi politici autoritari: Ungheria, Turchia, Russia, Cina, Corea del Nord, Venezuela, Siria, Arabia Saudita, Cuba. Quello che succede in Francia, in Italia e in Germania non ci rende entusiasti. C’è un’ondata autoritaria. Chiamarlo fascismo non è possibile, se lo chiedessimo ad uno storico, ci direbbe che stiamo sbagliando: i fenomeni non sono replicabili. Ma certamente sovranismo e populismo sono forme di autoritarismo pericolose. 
Ma ancora una volta penso che il pericolo principale sia il fatto che le richieste popolari non trovano risposte adeguate. Prendiamo la maggioranza bianca della classe media degli Stati Uniti: è stata profondamente svantaggiata dalla concorrenza internazionale non opportunamente regolata. Ed è stata svantaggiata nel cambiamento tecnologico la Silicon Valley con il trasferimento di competenze e commesse a beneficio di società di Paesi diversi dagli Usa. Questo è stato pure uno svantaggio culturale. Lo vediamo anche da un altro punto di vista. L’America sta diventando sempre più latina. Parla infatti sempre più spagnolo. La California fa parte degli Usa eppure la popolazione ispanofona ormai è prevalente e si parla più spagnolo che inglese. E al tempo stesso ti devono piacere gli omosessuali, i transessuali, le lesbiche, l’aborto. 
Io sono liberale come posizioni verso questi temi, ma è evidente che io faccio parte di una élite culturale. Prendiamo un operaio metalmeccanico dell’Ohio che si vede superato da un altro operaio che sta in Cina, in India o in un altro Paese in via di sviluppo. Viene superato dal cambiamento tecnologico e all’età di 50 anni è fuori dal mercato del lavoro. E vota per pura protesta. Far sembrare semplici, soluzioni difficili è il gioco “sporco” dei politici privi di scrupoli per ottenere voti e scalare il potere, ma in realtà sanno benissimo che i problemi sono molto complessi. Chavez, presidente del Venezuela ha distrutto il Paese uccidendo molte persone che protestavano. Gli stessi problemi del Venezuela, sono negli Stati Uniti, in Europa e in Italia.

Fino a due decenni fa, l’Italia esercitava un appeal irresistibile. Dopo la Grande Crisi c’è stata la fuga: dal 2007 al 2017 oltre 540mila persone sono emigrate dal Sud al Centro-Nord e, nello stesso periodo, più di 300mila persone hanno lasciato le città del Centro-Nord per andare all’estero: Londra, Berlino, New York. Perché? 
Perché è un Paese che non funziona. Un economista cinese mi ha detto che l’Italia è in via di sottosviluppo. Questo è terribile. E’ un Paese che diminuisce, non cresce. La popolazione è sempre più anziana, ci sono sempre meno nascite, i giovani emigrano e molti tra questi che sono bravi trovano spesso solo all’estero lavori coerenti con le loro competenze e la loro vita. Il Paese non è ovunque lo stesso. Una cosa è il Nord, un’altra il Sud. Il Mezzogiorno è in una situazione imbarazzante. Occorrerebbe secondo me agire ora per far risollevare il Sud. 
Questo è un problema nazionale. Da professore dico che comunque l’Italia non è solo bella, è anche brava. Ci sono segmenti nei quali l’Italia è leader mondiale. Ad esempio nella fabbricazione di apparecchiature di precisione. Da Brescia a Bologna ci sono centinaia di imprese che fanno cose mirabolanti. Il problema è che, a fronte di distretti produttivi di eccellenza che sono disseminati nelle regioni settentrionali, c’è un Sud con un livello di produttività molto basso, con baratri di competenze e disoccupazione rispetto al Centro-Nord. 
I giovani italiani bravi non riescono a trovare lavori secondo le loro capacità. Io ho fondato anni fa un dottorato internazionale che è stato apprezzato ed è diventato leader nell’internazionalizzazione. I nostri studenti che hanno conseguito un dottorato non riuscivano purtroppo a trovare un lavoro rispetto agli stranieri che frequentavano lo stesso corso, nonostante in media fossero più bravi. Questo è un problema. Se noi continuiamo a scambiare persone con dottorato con persone che raccolgono i pomodori, o fanno le badanti, e così via non andiamo da nessuna parte. Con tutto il rispetto per queste persone che fanno lavori così difficili e faticosi, il Paese perde. 

Negli anni Novanta le élite furono travolte dagli scandali e dall’immoralità, ricordiamo tutti quello che l’inchiesta Mani Pulite, pur con i suoi eccessi, rivelò; adesso al netto della corruzione, fenomeno diffusissimo, c’è l’incompetenza. L’una e l’altra cosa messe insieme sono alla base dell’insoddisfazione dell’opinione pubblica? 
Penso di sì. Ho lavorato in qualche misura con dei politici. Ho contribuito a creare un corso in scienze politiche alla Luiss che è leader in Italia. Ho studenti bravissimi e, tra loro, non ce n’è uno che voglia fare politica. Perché? Perché non trovano nel mondo politico persone competenti e affidabili. Io alcuni membri del Governo Conte li conosco personalmente e sono bravi.  Sono eccezioni che confermano la regola: il personale politico è corrotto ed incapace. E questo, secondo me, contribuisce a determinare il distacco dalla politica. La gente non si fida. Al di là della corruzione e dell’incapacità c’è un dato da sottolineare: il bilancio delle élite politiche degli ultimi 30-40 anni non è positivo.

Eppure da dieci anni il M5S e ore le Sardine sono movimenti che tendono a rinnovare la classe politica, che hanno idee e progetti per una politica diversa. Stanno provando a cambiare le cose... 
Primo punto: trasformare la protesta in politica trovo che sia bello. Io preferisco le sardine ai gilet gialli francesi o ai Black bloc che spesso si sono lasciati andare a proteste violente con danneggiamenti di cose, aggressioni ai poliziotti, e così via. La protesta se non diventa politica degenera e diventa violenza bruta. Trasformare la protesta in voto è un atto di civiltà democratica. Il secondo punto è che la politica non è una cosa per dilettanti. Non si può improvvisare. 
Ho conosciuto molti politici ed ho capito che la politica non si può fare se non si è capaci. Bisogna essere intelligenti e competenti. Non è una professione che può fare chiunque. E ci vuole expertise. La politica richiede duratura fatica, carriera, bisogna conoscere le istituzioni, sapere come funzionano. Bisogna conoscere il rapporto tra istituzioni e popolo altrimenti in politica non si può andare avanti. Non è vero che ci vogliono i tecnici. A volte vanno bene i tecnici, ma i politici sono un’altra cosa.

Naturalmente questi movimenti devono maturare esperienza sul campo. 
Sì, ma devono capire che lo spontaneismo non basta, l’entusiasmo non genera provvedimenti giusti, equi, né leggi efficaci.

Negli anni della crisi una parte della classe politica e dell’opinione pubblica si è scagliata contro le istituzioni dell’UE che ci avrebbero “ingessato”, e impedito di compiere le scelte ritenute più congrue con le nostre necessità. Sono critiche fondate? 
È una stupidaggine. In ambito internazionale, per poter essere competitivi, occorrono le dimensioni. L’Italia da sola non può contare abbastanza nel mondo, mentre se sta in Europa e si muove con essa è più forte. La globalizzazione esige che la competizione avvenga tra macro regioni, macro-aree, stati continentali, non tra singoli Stati, regioni o città.

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