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Alan Friedman: Conte? È un trasformista, bravo nel salvare la forma ma pecca di sostanza

Ruvido quanto schietto, il giornalista e scrittore americano riprende temi già affrontati calcando ulteriormente la mano. Sostenendo che il pericolo vero non è legato a una deriva autoritaria, bensì a un ritorno alla Prima Repubblica nel caso si votasse con il proporzionale. E per quanto riguarda Salvini? “Non mi piace, ma la maggioranza giallorossa è nata per impedirgli la scalata al Quirinale”


21/10/2019

di Giambattista Pepi


Da Paese gentile a Paese snaturato. I Governi di transizione degli anni Ottanta oggi li potremmo chiamare di transizione. Chi è Giuseppe Conte? Un trasformista. Gli esponenti del M5S sono “ospiti confusionali”. La maggioranza giallorossa è nata per impedire la scalata di Salvini al Quirinale. Quello che colpisce di Alan Friedman, giornalista e scrittore americano che da noi è di casa, è la schiettezza che rasenta la ruvidezza. Non gira intorno alle cose, ma va dritta al cuore dei problemi. Sarà per lo slang del suo inglese, sarà per la spietatezza con cui dice le cose in un italiano a volte improbabile, sarà perché conosce a fondo “casa nostra”, fatto sta che ciò che dice non passa mai sotto silenzio. In effetti le sue uscite fanno spesso discutere, suscitando polemiche e anche arrabbiature. Ed è appunto con lui che abbiamo approfondito la nostra difficile situazione politica ed economica.

Impoverito, incattivito, schizofrenico: l’immagine che offre il nostro Paese non è delle più accattivanti. Parafrasando il titolo del suo ultimo libro, Questa non è l’Italia, come siamo diventati? 
L’Italia durante i 14 mesi del Governo gialloverde (M5S-Lega) era un Paese snaturato. Per me, un americano che vive da alcuni decenni in Italia, era un Paese gentile, civile, dolce, tollerante. Mi sembrava di vivere altrove. E temo che anche oggi, nonostante il Governo Conte Due sia stato visto con sollievo in Europa, l’Italia risulti spaccata in due. Ce n’è una agitata, radicale, populista, che ha pulsioni da destra estrema, ed è arrabbiata. E questo mi preoccupa. L’altra, invece, appare più tollerante, più equilibrata, più sollevata. Tirate le somme c’è un 50% di italiani arrabbiati e il restante 50 sollevato.

È noto che lei non fa sconti a nessuno. La classe politica ci sta conducendo sull’orlo del baratro, come afferma qualcuno? Possiamo ridestarci come farebbe una sonnambula prima di precipitare? 
Ho seguito la politica dal 1980 a oggi. E quello che stiamo vivendo è una fase di transizione, una frammentazione dal 2013: si è passati da due-tre partiti a cinque-sei. Insomma, l’offerta è aumentata. Negli anni Ottanta c’erano i governi di decantazione, quelli di transizione, di traghettamento. Ecco, mi sembra che stiamo tornando a vivere una situazione simile.

Si riferisce all’attuale capo del Governo, Giuseppe Conte? 
Sì. Conte è esattamente un trasformista, un uomo che va bene per tutte le stagioni. Un uomo che non ha grande sostanza, ma rispetta le forme. È un uomo che deve portare avanti due ex nemici, Pd e M5S. E poi c’è Matteo Renzi che ha fondato un partito a propria immagine e somiglianza a discapito proprio dei suoi ex compagni.

Eppure il professor Conte, che sino a due anni era un perfetto carneade, oggi gode di un notevole consenso sia in Italia che all’estero, dove non sono pochi i Capi di Stato e di Governo che lo apprezzano. Perché piace? 
Perché è una figura abbastanza rassicurante, nel senso che è impeccabile, elegante, studia, anche se non parla molto bene e non è carismatico. Ma è ben gestito da Rocco Casalino, l’ex concorrente del Grande Fratello che dirige la comunicazione di Palazzo Chigi. Il quale lo “imbecca” a dovere. E per avere l’approvazione degli italiani si comporta da qualunquista, come diceva Umberto Eco nel suo Diario minimo.

Questa estate, improvvisamente, è stata aperta una crisi al buio. Il suo superamento ha però lasciato una scia di veleni e di polemiche. La Lega, assieme a Forza Italia e Fratelli d’Italia, invocava le elezioni anticipate mentre il Quirinale ha optato per una maggioranza all’interno del Parlamento. Secondo lei quale avrebbe dovuto essere l’opzione più corretta? 
L’Italia è una democrazia parlamentare. Ha una Costituzione che prescrive il percorso per il superamento di una crisi di Governo, ma non spetta al presidente della Repubblica scegliere l’una o l’altra opzione. Il Quirinale ha l’obbligo di verificare, prima di sciogliere le Camere e indire elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale della legislatura, se esiste una maggioranza politica in grado di sostenere e dar vita ad un Esecutivo. La democrazia funziona così. Ma non solo in Italia, anche nel Regno Unito avviene la stessa cosa: quando l’ex Primo ministro Theresa May si è dimessa, la regina Elisabetta II non ha sciolto le Camera, ma ha nominato un altro esponente del Partito Conservatore, l’attuale primo ministro Boris Johnson, che ha formato un nuovo Esecutivo.

Nel suo libro lei descrive i rappresentanti del Movimento 5 Stelle come “ospiti confusionali”: in che senso e perché? 
Perché gli errori di politica economica sono addebitabili a loro. Non solo a loro, certo, ma a loro spetta la colpa del reddito di cittadinanza. Mentre Salvini è responsabile di Quota cento che accontenta, al costo di 8 miliardi di euro l’anno, 200mila italiani, mentre con le stesse cifre si sarebbe potuto venire incontro a dieci milioni di connazionali con il taglio del cuneo fiscale. Ma Salvini è un incompetente, obnubilato da un delirio di onnipotenza, e quelle esibizioni al Papeete sulle spiagge dove le persone ballavano sulle note dell’Inno di Mameli dà la misura di quanto sia caduto in basso il decoro delle istituzioni e la classe politica nazionale. Secondo me non pochi italiani hanno avuto un rigurgito contro di lui, mentre molti altri continuano ad applaudirlo. Compresi, purtroppo, gli esponenti di Forza Nuova e di Casapound.

Bravate o meno, esibizioni carnascialesche o meno, fatto sta che Salvini piace e oggi il suo partito gode di un consenso che supera il 33%. Certo, dei motivi dovranno pur esserci perché il leader della Lega piace tanto. Ipoteticamente, se oggi si svolgessero le elezioni, il leader della Lega sarebbe domani alla guida del Paese. 
Sì, sono d’accordo. Nel mio libro racconto la storia segreta di come Salvini ha manipolato e gestito il Governo durante 14 mesi. L’ultimo capitolo è un monito sul suo ritorno, perché temo che possa tornare sulla scena nazionale. In effetti c’è il rischio che la maggioranza politica attuale salti per problemi interni. Ma penso anche all’azione dirompente di Renzi, che nel 2021 potrebbe influire sull’elezione del futuro Capo dello Stato dopo l’uscita di scena di Sergio Mattarella.

Prende corpo il sospetto che questo Governo sia stato messo su in quattro e quattrotto per impedire la scalata al Quirinale di Salvini… 
Sì, credo proprio che questo Governo sia nato per impedire questo scenario. Perché se questa ipotesi si verificasse, la democrazia sarebbe in pericolo.

Ma Salvini, per la verità, non ha mai detto di volere diventare il nuovo Bonaparte d’Italia: ha solo chiesto che si andasse ad elezioni anticipate per avere un Parlamento che rispecchi realmente i rapporti di forza tra i partiti e il sentimento degli elettori. 
Io ho dedicato l’ultimo capitalo del mio libro ai rischi di tenuta della democrazia italiana se Salvini fosse al potere quando il Parlamento dovrà scegliere chi eleggere presidente della Repubblica.

In questo senso ritiene che il disegno riformatore in senso presidenzialista della nostra forma di Governo sostenuta da una legge elettorale maggioritaria (“Chi prende un voto in più vince e governa” dice Salvini esemplificando) renda esplicito il rischio di una deriva autoritaria in Italia? 
Gli italiani storicamente hanno amato leader e uomini forti. Si pensi al biennio degli anni Venti e Trenta…

Intende il ventennio fascista? 
Si. Quello. Credo che negli anni Ottanta non era giusto dire che “Benito” Craxi fosse come Mussolini. E ricordo ancora la vignetta di Forattini quando rappresentò il leader socialista con la divisa e gli stivali, come appunto il Duce. Credo che Matteo Salvini si sia ispirato troppe volte a Mussolini, e questo galvanizza i nostalgici del fascismo, per non parlare di Maroni. E loro parlano di Partito fascista, facendone in alcuni casi l’apologia, che è un reato in Italia. Non credo tuttavia, per rispondere alla sua domanda, che ci sia oggi il rischio di una deriva autoritaria. C’è il rischio di un ritorno alla Prima Repubblica specie se dovesse essere varata una legge che accentua il proporzionalismo, mentre ritengo che ci sia di bisogno di un maggioritario che eviti la proliferazione dei partiti piccoli e una Repubblica come quella di Andreotti.

Passiamo dalla politica all’economia. Un tema molto avvertito. Lei ha sonoramente bocciato la politica portata avanti dal primo Governo Conte. Che ne pensa della manovra finanziaria del 2020 che sta per essere varata? 
Credo che la manovra del Governo Conte Due sia modesta, piccola, non lungimirante. L’unica cosa positiva è che si sia riusciti a evitare l’aumento dell’Iva dal prossimo gennaio. Per il resto è un bene che non si sia fatto altro debito e si cerchi di contenere il rapporto deficit-Pil più o meno intorno al 2,2%. Di fatto è una manovra noiosa, senza spirito, ma è meglio così della “pazzia” firmata da Di Maio e Salvini che stava portando l’Italia fuori rotta.

Ce l’ha con Conte perché ha condiviso e sostenuto le due misure-bandiera del Governo gialloverde su Quota 100 e Reddito di cittadinanza? 
Si. Sono misure sbagliate. Nessuna di loro crea lavoro e contribuisce alla crescita. Andrebbero semplicemente eliminate. Perché dare un sussidio a chi lavora in nero? E perché privilegiare con la pensione a quota 100 alcuni e penalizzare tutti gli altri?

In questa manovra non c’è lo shock all’economia di cui si parlava per dare slancio a una crescita anemica. 
Non credo proprio che arriverà. Anche se ci sono cento miliardi di euro di impegni per riaprire i cantieri delle infrastrutture.

Il nostro Pil ormai si misura in termini di decimi di punto percentuale (+0,1%, -0,1%). Ma non sarebbe ipotizzabile che sia il mancato sviluppo del Mezzogiorno a non permettere all’Italia di crescere adeguatamente? Cosa dovrebbe fare il Paese per risollevare e rilanciare il Sud? 
La questione del Mezzogiorno è complessa. Io da umile americano mi sento imbarazzato e intimidito a offrire una visione su un tema che “sposa” cultura, economia, famiglia, criminalità organizzata, economia sommersa, bellezza, patrimonio culturale, turismo, agricoltura. Troppi elementi per non parlare di storia sofferta con i vicerè francesi e spagnoli (“Francia o Spagna, purché se magna”), di Cavour e di Garibaldi. Secondo me ci sono due cose essenziali da fare per il Mezzogiorno. Primo sviluppare le infrastrutture per sostenere il turismo e valorizzare un patrimonio di bellezza e cultura imbattibile nel mondo. Questo creerebbe posti di lavoro. Secondo realizzare la banda larga: basterebbero 5-6 miliardi, una bazzecola, per “coprire” con questa rete tutta l’Italia, Mezzogiorno compreso. Banda larga vuol dire business: creerebbe posti di lavoro e profitti per operatori economici e imprese. Non ho mai visto un singolo Governo seriamente impegnato a sviluppare con pazienza e dedizione il Mezzogiorno. Solo retorica, solo fuffa.

Che Italia dovremo aspettarci? Quale Italia verrà? 
L’economia italiana resterà in stagnazione almeno un biennio. La crescita sarà fievole o piatta per i prossimi 4-5 anni. L’Italia potrebbe scegliere di tornare indietro, oppure di salire sul treno della modernizzazione e della crescita che i politici non vogliono fare. Bisogna scegliere: o restare sospesi tra crisi e stagnazione o puntare sulla valorizzazione e imprimere nuovo slancio al Paese. Spero che la natura buona dell’anima nazionale prevalga; mi auguro, in altre parole, che gli italiani, a cominciare dagli artigiani e dalle piccole imprese, continuino ad aiutarci a fare bene.

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