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Alicia, “la bambina d’argento” che (forse) non avrà mai un futuro

Ander Izagirre racconta la storia emblematica di una ragazzina condannata a lavorare nelle miniere di Potosí, in Bolivia, per due dollari al giorno. Una storia amara e graffiante che può aiutarci a riflettere sulla nostra condizione di persone libere e fortunate


16/03/2020

di Tancredi Re


Potosí è una citta della Bolivia nella provincia di Tomas Frìas. Nel mondo è conosciuta per i suoi due primati. Uno positivo: sul Cerro Rico (in spagnolo significa montagna ricca) è attiva la più grande miniera d’argento del mondo (ma vi si trova anche oro e stagno) che, pur non essendo più redditizia come in passato, rappresenta pur sempre una delle poche risorse che dà da vivere, oltre al turismo minerario, alla sua popolazione (che conta circa 200mila persone). L’altro primato, purtroppo, è negativo: lo sfruttamento indiscriminato dei minatori, parte dei quali adolescenti, e l’elevato numero di morti sul lavoro. 
Fondata nel 1545 come città mineraria, Potosí ben presto produsse ingenti ricchezze, diventando la più grande città del continente americano ad eccezione di Città del Messico. Almeno finché nel XVIII secolo la scoperta di importanti giacimenti nel Messico settentrionale, sfruttabili a costi inferiori, inferse un duro colpo a questo centro minerario. Agli inizi del XIX secolo, allorquando le miniere esaurirono gran parte delle loro capacità, la città contava appena 21mila abitanti: molti infatti l’avevano abbandonata per cercare altrove fortuna. Ma altri “mineros” (minatori in spagnolo) erano rimasti a proseguire l’attività perché alternative non ce n’erano. 
A causa delle precarie condizioni lavorative e della carenza di elementari misure protettive, qui i minatori hanno un’aspettativa di vita molto bassa: la media è di 40 anni. I decessi sono causati principalmente dalla silicosi: una malattia provocata dall’esposizione prolungata al biossido di silicio in forma cristallina che si trova in natura e dalle morti dovute ai crolli delle miniere. È proprio qui, nel Cerro Rico che i minatori chiamano “la montagna che mangia gli uomini”, che vive e lavora Alicia, la protagonista del libro La bambina d’argento (Piemme, pagg. 201, euro 17,50) firmato da Ander Izagirre
In questo lavoro - Potosí è il titolo originale dell’opera, tradotta da Sara Puggioni - l’autore (giornalista e scrittore, vincitore di numerosi premi per i suoi reportage, collabora con giornali e riviste spagnoli e internazionali tra cui ElPaìs, il Guardian e National Geographic) racconta la vita disgraziata di una ragazza quattordicenne, che fa la minatrice da quando ne aveva dodici. Condividendo questo bieco destino con altri tredicimila minori che lavorano nelle viscere della terra e che ufficialmente non esistono. 
Ogni notte Alicia scende nelle viscere della terra per spingere carrelli da centinaia di chili su per binari pericolosi e respirare polveri tossiche, quelle stesse che le hanno ucciso il padre e che potrebbero uccidere anche lei. 
Proprio perché adolescente, viene pagata la metà di un adulto: venti pesos, pari a due dollari al giorno. Ma per quanto sia una ricompensa miserabile, per la sua famiglia averla fa la differenza tra sopravvivere o morire di stenti. 
È una vita d’inferno la sua, che ha accettato per amore dei suoi familiari, e che condivide con migliaia di altri esseri umani, ridotti a una forma terribile di schiavitù: tutti scavano la montagna, la svuotano come un guscio, la rendono sempre più fragile, molte volte finiscono per perdervi inesorabilmente la vita. Se possiamo chiamarla vita, la loro, mentre in realtà è un inferno. 
Vivono in condizioni disumane: la polvere d’argento penetra nel loro sangue, e nei polmoni, e sviluppa malattie mortali come la fibrosi polmonare. E se non muoiono di malattia, provocata dalla malnutrizione, dall’alcolismo o dalla scarsa igiene possono perdere la vita a causa degli incidenti sul lavoro. Muoiono come mosche, ma la loro scomparsa non fa mai notizia. Tanto per uno che muore ce ne sono molti altri disposti a prenderne il posto. 
Ad avvantaggiarsi di quella ricchezza sono le multinazionali straniere, spesso con l’appoggio dei governi locali, in qualche caso conniventi nel soffocare - anche nel sangue - il dissenso dei lavoratori. 
Una storia quella di Alicia magistralmente raccontata da Izagirre che può aiutarci a riflettere sulla nostra condizione di persone libere e certamente più fortunate di questa ragazza. Ci fa comprendere com’è diversa la vita delle persone nel mondo: c’è chi vive nella sicurezza, nella libertà e spesso nell’opulenza, tra gli agi e le comodità, e chi si deve ingegnare per non soccombere ed è costretto a vivere nella miseria, nel dolore, nel bisogno e vede la propria dignità calpestata ogni giorno. 
Nessuna vita è priva di dolore e di peripezie, d’accordo, ma quella di Alicia - come ci ricorda l’autore - “è molto più di una storia di sfruttamento del lavoro minorile. È il destino della nostra umanità se si permette che una scheggia d’argento valga più dei sogni e del futuro di un essere umano”.

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