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All'Europa serve il dialogo: separarsi non conviene. Lo dicono la storia e il presente

Populismi e nazionalismi esasperano le divergenze, mentre le differenze alimentano l’isolamento degli Stati a scapito della condivisione e della convergenza su valori e princìpi. Quegli stessi che hanno garantito oltre 70 anni di pace. L’implosione dell’Ue porterebbe infatti a rivivere i drammi del passato


02/07/2018

di Giambattista Pepi


L’Europa senza l’Italia non sarebbe più la stessa. È un assioma. Che, essendo posto a base di una teoria deduttiva, non ha bisogno di essere dimostrato. Bisogna allora chiedersi se è vero il contrario: l’Italia può fare a meno dell’Europa? In teoria è possibile, ma nei fatti? A osservare quanto sta accadendo nelle relazioni tra il nostro Paese ed altri Stati dell’Unione, specie dopo il fallimento sostanziale del Consiglio Europeo della scorsa settimana, vien fatto di pensare che sì, potrebbe farne a meno. 
A rivedere, però, sommariamente la storia passata e recente dell’Europa (la civiltà greco- romana, le radici giudaico-cristiane, l’Illuminismo,  la Rivoluzione industriale, la Rivoluzione francese, la nascita degli Stati moderni, il totalitarismo, le due guerre mondiali, la ricostruzione del Vecchio Continente,  il Manifesto di Ventotene e la sottoscrizione dei Trattati europei nel 1957 tra Benelux, Francia, Italia e Germania che fecero sorgere la Comunità economica europea, poi divenuta Unione Europea), sappiamo quanto sia stata travagliato il percorso attraverso i secoli del Vecchio Continente per giungere ad essere quello che è oggi. Non è perfetto, lo sappiamo e lo vediamo. E, tuttavia, piaccia o no, l’Italia e l’Europa, nonostante tutto, hanno un destino comune. 
Un nuovo modello di gestione dei flussi migratori, la riforma dell’eurozona, la revisione del bilancio comunitario, un ministro del Tesoro unico, l’integrazione del Fiscal Compact nelle leggi Ue, le politiche di convergenza socio-economiche, l’ingresso nell’Unione di altri Stati): i dossier aperti che attendono una soluzione sono tanti, forse troppi. E, almeno in questo momento, su di essi le divergenze prevalgono sulle convergenze. Ciò che divide viene evidenziato con il pennarello, mentre ciò che unisce passa sotto traccia, quasi fosse una cosa scontata. E’, forse, la stagione peggiore che sta vivendo l’Europa, dopo, s’intende, le parentesi belliche e la ricostruzione del dopoguerra. 
L’atmosfera che si respira è satura di veleni: populismo, xenofobia e nazionalismo stanno alimentando lo scontro e portando gli Stati a isolarsi, ad esercitare le prerogative della propria sovranità, a discapito della solidarietà, della cooperazione, dell’unione nella comunità europea fondata su un patrimonio di valori, di principi e di idealità ineguagliabile, condivisibile ed irrinunciabile. E uno su tutti: la pace. Proprio quella pace che, da oltre 70 anni, l’Europa con le sue Istituzioni – che oggi scricchiolano -  è stata capace di garantire.  
Separarsi? Non converrebbe a nessuno. Né a noi, né all’Europa. Del resto se ne ha una riprova proprio in questi giorni. A due anni dal referendum di giugno 2016 che ha stupito il mondo, il Regno Unito sta ancora faticando a concordare i termini della separazione dall’Europa dopo 45 anni di rapporti non sempre semplici. Il problema principale è dato dal fatto che il referendum ha semplicemente chiesto l’uscita dall’UE, senza specificare come o a che condizioni. Il nocciolo della questione è capire se il Regno Unito debba optare per una Brexit dolce, rimanendo all’interno del mercato unico, o per una Brexit dura, uscendo completamente dall’Unione. Sono tempi nuovi per quello che una volta era il Regno Unito. 
La prospettiva di una riunificazione dell’Irlanda che per decenni è sembrata impossibile, oggi non sembra più così improbabile, dato che la maggioranza dei voti in Irlanda del Nord è stata a favore del Remain. L’indipendenza della Scozia, anch’essa a favore del rimanere in Europa, sembra possibile. Questo porterebbe a una rottura del Regno Unito, di cui continuerebbero a fare parte solo Inghilterra, Galles e i Territori d’oltremare britannici. Ecco, su scala ridotta, cosa potrebbe avvenire se le Istituzioni comunitarie non godessero più del consenso degli Stati che ne fanno parte (28, 19 dei quali hanno accettato di avere una moneta in comune: l’euro) e li mantengono in vita attraverso l’Unione e i Trattati: l’Europa andrebbe in frantumi e i nazionalismi, i separatismi, riavrebbero il sopravvento. 
Via Parlamento, Consiglio e Commissione. E, con essi, via il Mercato unico, la libera circolazione di capitali, persone e merci, l’Unione doganale, l’Euro, l’Unione bancaria e la Bce, il Bilancio comune. Ogni Stato, compreso il nostro, dovrebbe contare esclusivamente sulle proprie forze, le proprie risorse, i propri mezzi. Non dovrebbe più nulla all’Europa, ma non potrebbe più chiedere nulla all’Europa. Tornerebbe le divisioni, i steccati e le frontiere tra un Paese e l’altro. Esattamente la situazione dell’Europa negli anni precedenti la firma dei Trattati di Roma. 
In un mondo dove la globalizzazione economica e commerciale porta a competere non i singoli Stati ma i Macrostati (si pensi a quelli continentali come gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’Australia), l’Europa non ci sarebbe più. Semmai, al suo posto, ci sarebbero gli Stati di un continente che, politicamente, economicamente e strategicamente conterebbe meno di adesso, tutti soli contro il mondo. 
È questo che vogliono coloro che aspirano o combattono contro l’Europa? Se sì, allora si accomodino. Non lo vogliono, allora devono sapere che, se desiderano che questa entità sovranazionale chiamata Unione europea esista ancora e corregga i suoi difetti, rimedi ai propri errori, rinunci ai propri vizi, tutti gli Stati, indistintamente, devono mettere la museruola al loro velleitarismo sovranista e individualista. E tutti, nessuno escluso, devono ricercare ed esaltare attraverso una dialettica franca, leale e propositiva, tutto ciò che può favorire un processo di riforma delle Istituzioni comunitarie, assolutamente indispensabile e urgente, prima che sia troppo tardi!   

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