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All’Italia per ripartire serve una democrazia negoziata oltre che una visione d’insieme

Il rilancio del Paese, secondo il sociologo Carlo Trigilia, passa attraverso un compromesso nazionale, che non significa corporativismo, ma capacità di condividere, nella differenza degli interessi, una prospettiva comune. Quanto al Sud non incentivi, ma servizi e infrastrutture


23/12/2019

di Giambattista Pepi


Carlo Trigilia

All’Italia non serve una persona sola al comando, ma piuttosto una democrazia negoziata. Quello che ci vuole è un grande compromesso nazionale, dove compromesso non è corporativismo, ma capacità di condividere, nella differenza degli interessi, una prospettiva comune. È questa, secondo Carlo Trigilia, sociologo dell’economia, docente all’Università degli studi di Firenze e intellettuale acuto dalle riflessioni non convenzionali, la “ricetta” per il nostro Paese alle prese con una crescita anemica e una elevata instabilità politica. Ce ne parla in questa intervista.

L’Italia è immobile. È la retroguardia delle economie non solo in Europa, ma nel mondo. L’industriosità, la laboriosità, il genio non mancano ai nostri imprenditori e alle loro maestranze, eppure incombe la stagnazione. Quali sono allora i lacci che tengono imbrigliato il nostro Paese, a detta di tutti gli osservatori, dalle potenzialità enormi? 
Per comprendere le cause di questo fenomeno, che ci trasciniamo ormai da diversi anni, uno spunto interessante viene dai dati del Rapporto del Censis presentato nei giorni scorsi. Colpisce la mancanza di aspettative positive per il Paese. Due italiani su tre manifestano forte incertezza per il futuro. E molti altri esprimono dubbi sulla reale capacità della nostra economia di riprendersi nei prossimi anni. Moltissimi parlano di blocco della mobilità sociale. Gli appartenenti alle classi più disagiate avvertono la difficoltà crescente di mobilità per i loro figli. Mentre gli appartenenti alle classi agiate hanno paura del loro declassamento sociale. 
Insomma, tutti questi dati ruotano intorno alla mancanza di futuro. Quando in una società e in un’economia si determina una situazione del genere, la prima conseguenza che noi avvertiamo - e che si ritrova nella dinamica dell’economia nazionale - è la carenza di investimenti e di impegni a lungo termine, poiché gli investitori non sono sicuri dei possibili risultati di questi investimenti. E infatti lo vediamo sia nell’andamento comparato degli investimenti privati in Italia e, in particolare nel Mezzogiorno, che sono diminuiti molto rispetto al 2007, cioè prima della crisi internazionale, ma lo vediamo anche in altri segnali che sono significativi. Per esempio, nel fatto che aumenta la liquidità (cioè disponibilità tenute in contanti o in conto corrente). Il risparmio non si investe più nei tradizionali Buoni del Tesoro (Bot) e non si investe nel mattone perché il rendimento è basso.

Secondo l’opinione comune la causa principale del mancato sviluppo economico dipenderebbe dal debito pubblico accumulato nel corso degli anni. E le altre cause? 
Il debito pubblico è certo una concausa importante di quello che accade. Paghiamo spese per interessi sul servizio del debito per decine di miliardi di euro all’anno. Una cifra significativa che viene distratta da altre finalità che potrebbero favorire lo sviluppo dell’economia: l’istruzione, le infrastrutture, i servizi. La carenza di investimenti pubblici certamente è un aspetto che influisce negativamente sullo sviluppo.

Ma il divario tra l’Italia e Paesi anche piccoli come Malta e la Grecia è notevole... 
Se vogliamo risalire ai motivi per cui rispetto ad altri Paesi l’Italia soffre di questa carenza di fiducia, che si traduce in una difficoltà di consumare, investire e produrre, dobbiamo fare un discorso che parte da lontano e da diverse tappe.

Proviamo allora a fare un viaggio a ritroso nel tempo. 
Dobbiamo partire dagli anni Sessanta del Novecento, dal fallimento del Centro-Sinistra. Era un progetto politico che aveva per fondamento l’alleanza tra la sinistra riformista del Partito socialista e la parte più progressista della Democrazia Cristiana. Quel fallimento determinò il mancato adeguamento delle istituzioni e delle politiche rispetto allo sviluppo economico intenso e rapido che si era avuto in quegli anni nel Paese.

Cosa significa questo? 
Vuol dire che, a differenza di altri Paesi, dove le istituzioni pubbliche si erano attrezzate per gestire la nuova fase di sviluppo che gli addetti ai lavori chiamano ‘fordista’ (basata cioè sul ruolo delle grandi imprese, sulla produzione di beni standardizzati e la diffusione dei consumi di massa), in Italia tale adeguamento non avvenne. Non avevamo due requisiti fondamentali.

Quali? 
L’istituzionalizzazione delle relazioni industriali che non ne facesse solo un elemento di conflittualità, ma anche un veicolo di corresponsabilità del lavoro, di crescita dell’economia; e, dall’altro, l’adeguamento dei servizi alla collettività (il welfare) che restano molto arretrati fino agli anni Settanta. Dobbiamo cioè attendere circa un ventennio per avere servizi di livello accettabile e peraltro anche in modo parziale e troppo costoso per le finanze pubbliche.

Quali allora sono le conseguenze sulla società e sull’economia nazionali? 
La carenza della fiducia. Carenza di fiducia vuol dire anche - ce lo ricordano, tra gli altri, due grandi figure: l’economista John Maynard Keynes e il sociologo Max Weber - scarsa prevedibilità. Ora se le mie aspettative sul futuro sono incerte, chi deve investire e chi deve consumare non lo farà nella misura necessaria. Questa condizione si comincia a sperimentare in Italia alla fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta quando le nostre grandi imprese, concentrate nel Triangolo Industriale, erano investite da un conflitto sociale più forte e più lungo di quello accaduto in altri Paesi, proprio per la carenza di quell’adeguamento istituzionale nel campo delle relazioni industriali e del welfare di cui parlavo prima. 
La conseguenza sarebbe stata una scarsa prevedibilità legata alla forte conflittualità che porta le grandi imprese a ridimensionarsi. Questa prima manifestazione del nostro problema però, per un certo lasso di tempo, è stata per così dire occultata da un velo costituito dallo sviluppo delle piccole imprese e dei distretti industriali nelle regioni del Centro e del Nord-Est.

In che senso un velo? 
Tale sviluppo sfruttava importanti serbatoi di fiducia personale e di competenze e tradizioni produttive antiche, diffusi in alcune regioni e non erosi dall’industrializzazione di massa fordista. Alimentava dunque la crescita dell’occupazione e delle esportazioni, compensava la crisi delle grandi imprese e allontanava la crisi economica nel breve. Ma così facendo contribuiva indirettamente al perpetuarsi e all’aggravarsi del disordine pubblico, con la crescita vistosa del deficit e del debito pubblico per soddisfare vecchie e nuove domande. Un assistenzialismo a breve che andava contro la crescita di servizi e infrastrutture moderni, necessari per uno sviluppo più solido. 
Si potrebbe dire che questo sviluppo che per un po’ ha occultato i nostri problemi, li ha per così dire allontanati, in un certo senso si nutriva anche del disordine pubblico, cioè del deficit delle istituzioni. Si nutriva cioè del fatto che c’era una spesa pubblica fuori controllo, che alimentava i consumi e, quindi, la domanda interna per le piccole imprese dei settori tradizionali. Inoltre, un elevato tasso di evasione fiscale favoriva a sua volta il lavoro autonomo e della piccola impresa.

Ma i nodi, prima o poi, sarebbero venuti al pettine. 
Infatti. Già tra la fine degli anni ’80 e il decennio successivo si avvertirono i primi scricchiolii. La Banca d’Italia e settori più consapevoli della classe dirigente, preoccupati per la deriva della politica italiana, speravano di trovare nell’adesione al sistema monetario europeo la chiave per limitare le spinte alla svalutazione della fase precedente e quindi favorire una maggiore efficienza dell’intervento pubblico e una crescita più solida. Ma i nuovi vincoli alla svalutazione misero in difficoltà le piccole imprese. La situazione precipitò con la crisi dei primi anni ’90, affrontata con una serie di interventi di emergenza e con una secca svalutazione. Più tardi, com’è noto, sotto il Governo di Romano Prodi e di Carlo Azeglio Ciampi, che ne era il ministro del Tesoro, l’Italia riuscì a entrare a pieno titolo nell’euro. E indubbiamente quello fu un punto di svolta.

Ma perché non risolse il problema della carenza di fiducia e quindi della difficoltà di crescita, che ora si manifesta in forma più marcata e palese? 
L’ingresso nell’area dell’euro ha avuto dei vantaggi importanti, a partire dai tassi di interesse sensibilmente più bassi che abbiamo pagato sul nostro alto debito pubblico. Ma l’impossibilità di svalutare l’euro come in passato facevamo con la lira per compensare i costi interni particolarmente elevati che si scaricavano sulle imprese, avrebbe richiesto un’azione efficace e rapida per rinnovare le istituzioni, per accrescere la capacità dello Stato e degli Enti locali di offrire le infrastrutture e i servizi necessari, investire sull’istruzione e sull’Università. 
Tutto questo non è avvenuto in misura sufficiente e noi abbiamo perso molti anni prima con la lunga parentesi berlusconiana e, poi, con l’esperienza del Governo Renzi. Ci siamo trovati compressi in una politica di basso cabotaggio e alla ricerca del consenso a breve per vincere le elezioni.  Siamo arrivati così con minori difese ad affrontare la grave crisi internazionale avviatasi nel 2008. Tutto questo ha aumentato quel deficit istituzionale che genera scarsa prevedibilità e quindi sfiducia e disimpegno.

L’ombrello del protezionismo statale e la concorrenza diretta dello Stato sul mercato ha disincentivato le imprese a investire per innovare e formare il capitale umano e rinnovare i propri impianti? 
Più che per la concorrenza dello Stato (anzi si sono verificati processi di privatizzazione significativi, anche se non sempre ben disegnati) i sistemi di piccola impresa si sono trovati in difficoltà crescenti perché, da un lato, erano privi della vecchia valvola di sfogo a sostegno delle esportazioni, cioè la svalutazione, ma dall’altro erano minacciati sempre più duramente dalla concorrenza dei Paesi emergenti, che è la conseguenza dei processi di globalizzazione dell’economia. Da qui la situazione di grave crisi attuale. Con la sfiducia e le previsioni pessimistiche per il futuro.

I nuovi temi della questione meridionale impongono un cambio di prospettiva nell’analisi della stagnazione economica. Nel suo ultimo Rapporto, la Svimez ci invita a guardare con occhi diversi il Sud e a considerarlo non contrapposto al Nord, ma complementare. È anche l’assenza del Mezzogiorno ad avere influito sui bassi tassi di sviluppo della nostra economia? 
Sicuramente. La tesi della Svimez non è nuova, è quella che ha accomunato il meridionalismo migliore, che ha cioè posto il problema del Mezzogiorno come problema nazionale. Qualche anno fa ho scritto un libro dal titolo Non c’è Nord senza Sud, che voleva appunto sottolineare questo aspetto di forte interdipendenza tra le due parti del Paese. La divergenza nell’ambito del mondo meridionalista, o di quel che è rimasto di esso, è sulle cause del perpetuarsi del problema del Mezzogiorno e sulle politiche per affrontarlo. A mio avviso, più che insistere sulla carenza di aiuti economici, bisogna guardare di più ai motivi politici che hanno fatto del Sud l’oggetto di una consistente redistribuzione di risorse più orientata a creare consenso tramite assistenzialismo e clientelismo E qui c’è il punto di ricongiungimento tra il problema del Mezzogiorno e quello più generale dell’economia italiana.

Di cosa abbiamo bisogno allora in definitiva per rilanciare il Paese? 
Ci servirebbe un grande compromesso nazionale, dove compromesso non è corporativismo, ma capacità di condividere, nella differenza degli interessi, una prospettiva comune. È un accordo. È una democrazia negoziale quella di cui avremmo bisogno. Non una democrazia semplificata del capo. Perché questa è un’illusione che non ci porterà molto lontano e che probabilmente ci complicherebbe le cose.

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