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Alla ricerca dello "stagno dei caimani" e di altri racconti perduti

Conosciuto e amato in mezzo mondo, Emilio Salgari ha regalato a intere generazioni il gusto dell’avventura in Paesi esotici, peraltro mai visitati


07/05/2018

di Vera De Ragazzinis


Una antologia unica dedicata agli amanti dell’avventura e soprattutto di Emilio Salgari. Si intitola Lo stagno dei camaini e altri racconti perduti (Bompiani, pagg. 190, euro 12,00), dieci testi pubblicati su riviste dell’editore Biondo di Palermo con lo pseudonimo di Guido Altieri o Capitan Guido Altieri, nonché con il nome di Giulio Retadi, anagramma del primo come dimostrato dall’esperto Maurizio Sartor. In altre parole si trattava di un vero e proprio alter ego, capace di imporsi per la qualità dei testi senza impegnare la fama e l’autorevolezza dell’autore. Noms de plume peraltro destinati a sparire quando, nel giugno 1906, Salgari ruppe con l’editore genovese Anton Donath e sottoscrisse due contratti con la casa fiorentina Bemporad che gli garantì uno status economico privilegiato, a patto - appunto - che non utilizzasse più nomi di fantasia. Si concluse così la breve carriera del Capitano Guido Altieri e dintorni. 
Lo stagno dei caimani si diceva. Una raccolta alla quale sono stati aggiunti tre racconti rari e di difficile reperimento pubblicati nella collana Piccole Avventure di terra e di mare degli editori Speirani di Torino e in un volume che non campare nelle bibliografie sin qui pubblicate. L’ordine proposto, inoltre, non è cronologico, ma parte dal racconto che dà voce al titolo del libro, oggetto per oltre un secolo dell’interesse e delle vane ricerche di ammiratori, collezionisti e studiosi dell’opera salgariana. Un libro che si è avvalso dell’attenzione dei vertici di casa Bompiani nonché dei relativi curatori, in tal modo evidenziando il rispetto per la caratura dell’autore, entrato di diritto nel “gotha” della letteratura italiana. E i cui personaggi sarebbero diventati protagonisti indimenticabili di fumetti, film e celebri serie televisive. 
Per la cronaca Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgari era nato a Verona il 21 agosto 1862, figlio di un commerciante di tessuti, per poi lasciare questo mondo, a nemmeno 49 anni, il 25 aprile 1911 a Torino. Cresciuto in Vapolicella, nel comune di Negrar, a partire dal 1878 aveva studiato presso il Regio Istituto Tecnico e Nautico “Paolo Sarpi” di Venezia, ma non arrivò mai a diventare capitano di marina come avrebbe voluto. Abbandonò infatti gli studi nel 1881 e tornò a Verona per intraprendere l’attività giornalistica, che l’avrebbe portato a diventare redattore del quotidiano locale La Nuova Arena, sul quale avrebbe proposto a puntate il romanzo Tay-See (edito come libro con il titolo La Rosa del Dong-Giang). Quindi, sulla stessa testata, avrebbe pubblicato La tigre della Malesia (arrivato nelle librerie come Le tigri di Mompracem), che riscosse un notevole successo, seguito a breve distanza da La favorita del Mahdi, scritto però otto anni prima. 
Personaggio singolare - come detto amava proporsi sotto pseudonimo, ad esempio firmandosi Ammiragliador ed Emilius - il 25 settembre 1885 arrivò a sfidare a duello un collega del quotidiano rivale l'Adige. Dopo la morte della madre e il suicidio del padre, Emilio avrebbe sposato un’attrice di teatro (Ida Peruzzi) e, una volta nata la primogenita Fatima, si sarebbe trasferito con la famiglia in Piemonte essendo stato messo sotto contratto dall’editore Speirani. Stabilitosi a Ivrea nel 1894, visse poi a Cuorgnè e nella vicina Alpette. Verso la fine del 1897 l’editore Anton Donath lo convinse a trasferirsi a Genova, dove scrisse Il Corsaro nero, considerato il suo capolavoro. Tre anni dopo un nuovo trasloco, questa volta a Torino, dove era stato insignito dalla Real Casa del titolo di “Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia”. In seguito, per curare la follia che si era impossessata della moglie, dovette indebitarsi, senza peraltro evitarne il ricovero in manicomio. Non bastasse lui stesso si trovò ad affrontare un pesante esaurimento nervoso dovuto agli eccessi di una vita logorante (oltre che segnata dal fumo e dall’alcol) che lo portava a scrivere e ancora a scrivere senza sosta. 
Autore straordinariamente prolifico, Salgari è ricordato per essere stato il padre putativo di Sandokan, del ciclo dei pirati della Malesia e dei corsari delle Antille. Oltre ad aver dato voce a romanzi storici, come Cartagine in fiamme, e a diverse storie fantastiche, “come Le meraviglie del Duemila in cui prefigurava la società attuale a distanza di un secolo, un lavoro precursore della fantascienza in Italia”. 
Ma torniamo al dunque. Ovvero a Lo stagno dei caimani, un racconto alle cui pagine - per oltre un secolo - ricercatori, studiosi ed esperti hanno dato la caccia. In abbinata ad altre storie, accompagnate da illustrazioni d’epoca, perdute e ritrovate che lo scrittore aveva ambientato negli angoli più remoti del pianeta, dai ghiacci del Polo Nord alle praterie dell’Arkansas, sino ai mari pericolosi della Papuasia. Paesi e luoghi peraltro mai visitati. “Ma è forse il decimo racconto il più affascinante, perché ci dà conto di come lo scrittore abbia giocato per tutta la vita con la propria identità”.

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