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Alla scoperta di Erice, la perla fenicia e greca della Sicilia occidentale


24/06/2019

di Valentina Zirpoli


Arroccato sulla vetta del monte da cui trae il proprio nome e da cui è possibile ammirare un panorama mozzafiato, che si estende dall'entroterra Occidentale della Sicilia fino ad arrivare alle suggestive Isole Egadi, sorge l’antico borgo di Erice (Trapani), un luogo unico nel suo genere, ricco di storia e tradizioni, che ancora persistono con il passar dei secoli. 
Il nome di Erice deriva da Erix, un personaggio mitologico, figlio di Afrodite e di Bute, ucciso da Eracle. Difeso da bastioni e mura, il borgo è contraddistinto da strade acciottolate, piccole venule selciate che permettono il passaggio di una sola persona, case con graziosi cortili interni, botteghe di artigianato tipico con ceramiche finemente decorate, tappeti variopinti e squisiti dolci a base di mandorla e frutta candita. Un fascino presente anche nella sua meravigliosa spiaggia San Giuliano, caratterizzata da un alternarsi di lidi sabbiosi e rocciosi bagnati da un mare cristallino.

Le origini tra storia e mito

Secondo Tucidide, Erice (Eryx, Έρυξ in greco antico) fu fondata dagli esuli troiani, che fuggendo nel Mar Mediterraneo avrebbero trovato il posto ideale per insediarvisi. Sempre secondo Tucidide, i Troiani unitisi alla popolazione autoctona avrebbero poi dato vita al popolo degli Elimi. Fu contesa dai Siracusani e Cartaginesi sino alla conquista da parte dei Romani nel 244 a.C. 
Virgilio la cita nell'Eneide, con Enea che la tocca due volte: la prima per la morte del padre Anchise, un anno dopo per i giochi in suo onore. Virgilio nel canto V racconta che in un'epoca ancora più remota vi campeggia Ercole stesso nella famosa lotta col gigante Erix o Eryx, precisamente nel luogo dove poi si sfidarono al cesto il giovane e presuntuoso Darete e l'anziano Entello. 
In antico, insieme a Segesta, che parrebbe di fondazione coeva, era la città più importante degli Elimi, in particolare era il centro in cui si celebravano i riti religiosi. 
Durante la prima guerra punica, il generale cartaginese Amilcare Barca ne dispose la fortificazione, e di qui difese Lilibeo. In seguito trasferì parte degli ericini per la fondazione di Drepanon, l'odierna Trapani. 
Per i Romani fu un centro di rilievo, dove vi veneravano la "Venere Erycina", la prima dea della mitologia romana a somiglianza della greca Afrodite. Diodoro Siculo narra l'arrivo di Liparo, figlio di Ausonio, alle Isole Eolie (V, 6,7), aggiungendo che i Sicani «abitavano le alte vette dei monti e adoravano Venere Ericina». 
Scarse, o quasi nulle, sono le notizie della città e del santuario nel periodo bizantino, restando comunque economicamente attiva.

Il Castello di Venere


Il castello di Venere è un castello di fattura normanna del XII secolo costruito sulle rovine di un tempio elimo-fenicio-romano. 
La storia del Castello di Venere affonda le proprie radici nel passato più lontano, quando sulla vetta del monte giunsero i Sicani, un popolo indigeno, che intorno al XII secolo a.C. elevarono una piccola ara all'aperto dedicata ad una divinità femminile, considerata dea dell'amore, della fecondità e protettrice dei naviganti. Successivamente gli Elimi e i Punici - Cartaginesi mantennero il culto della dea, da loro chiamata Astarte, incrementando la sua fama fra tutti i popoli del Mediterraneo. I punici furono i primi ad introdurre riti e usi orientali tra cui il culto della prostituzione sacra e l'allevamento delle colombe, animale sacro alla divinità, che volavano intorno le mura del cosiddetto "recinto sacro". 
Per la costruzione della fortezza medievale, ad opera dei Normanni, furono utilizzati anche frammenti dell'antichissimo santuario e del tempio di epoca romana. La fortezza fu "piazza reale" per i viceré aragonesi fino al XVI secolo. Con i Borbone divenne carcere. 
Nei primi decenni del XIX secolo passò al comune, che alla fine del secolo lo diede in concessione al conte Agostino Pepoli in cambio di un restauro. Furono effettuati degli scavi archeologici alla ricerca del tempio dal Cultrera nel 1934-36. 
Gran parte dei ritrovamenti sono conservati al conservata nel Museo Pepoli di Trapani.

Torretta Pepoli


Intorno al 1870 il conte Agostino Pepoli, studioso, cultore del bello e mecenate, fece costruire una “torretta”, rifugio silenzioso per le sue meditazioni, ritrovo ideale, in quegli anni, di uomini di cultura, artisti, quali il letterato Ugo Antonio Amico, il musicologo Alberto Favara, l’archeologo Antonino Salinas, il ministro Nunzio Nasi ed altri. 
Recentemente inaugurata, oggi la Torretta, dopo un sapiente lavoro di restauro viene restituita alla comunità internazionale e alla pubblica fruizione turistico-culturale, come Osservatorio permanente di Pace e Faro del Mediterraneo. 
La torretta, articolata su 4 livelli, è realizzata in stile liberty. Al suo interno verrà installato un Museo interattivo multimediale, un innovativo modo di fruizione culturale, un viaggio tra storia, cultura, mito e tradizione dei personaggi e della città di Erice raccontato dalla stessa voce del Conte A. Pepoli. 
D’intesa con l’Università di Palermo, verrà anche prodotta una rivista, il Journal web dal significativo titolo “Mediterranean society sights” a più mani scritta dagli studenti delle Università di tutto il Mediterraneo, caratterizzata da un approccio di confronto interculturale, ma anche interreligioso con una proiezione preferenziale verso le attuali problematiche internazionali e mediterranee, al fine di ricercare prospettive future di pace ed integrazione attraverso un processo di cooperazione condiviso da tutte le anime del panorama mediterraneo.

Porte ciclopiche e mura elimo-puniche


La possente cinta muraria di Erice, che si snoda per circa 700 metri, fu originariamente realizzata nel VIII secolo ad opera degli Elimi e ultimata dai Normanni. 
Lungo la cortina muraria si aprono tre grandi porte quali Porta Spada, Porta Carmine e Porta Trapani ed anche piccole porticine, dette postierle, utilizzate dai abitanti per rifornirsi di viveri quando le grandi porte venivano chiuse. 
Di particolare rilevanza sono le lettere puniche incise su alcuni blocchi della cordonata, ben visibili soprattutto vicino porta Carmine. La presenza di tali lettere è importante dal punto di vista cronologico, perché documenta l'intervento fenicio.

Giardino e torri del Balio


Adiacente al Castello di Venere sorge il Giardino pubblico del Balio. 
Le suggestive torri del Balio di epoca medievale in passato furono torri di avvistamento collegate da una cortina muraria al codesto maniero. Tali fortificazioni furono parzialmente ricostruite nella seconda metà del XIX secolo ad opera del Conte Agostino Pepoli, al quale si deve anche la realizzazione dei giardini del Balio in stile inglese. 
Sia le torri che i giardini prendono il nome dal normanno "baiulo", ossia governatore, che risiedeva presso l'adiacente castello.

Il Duomo 
La Real Chiesa Madrice Insigne Collegiata, meglio conosciuta come Real Duomo o Duomo di Erice, è il principale luogo di culto cattolico e chiesa madre di Erice, ubicato in piazza Matrice, nei pressi di Porta Trapani. È dedicato a Maria Assunta. 
Costruita nella prima metà del secolo XIV su una preesistente chiesetta dedicata alla Vergine Assunta, per volere di Federico III d'Aragona, nel tempo subì varie rimaneggiamenti, finché nella seconda meta del XIX fu radicalmente rinnovata. Dell'antica costruzione rimangono solamente la pianta a 3 navate, le colonne ad archi ogivali e 4 cappelle del 500. 
La chiesa esternamente presenta una possente facciata in stile gotico chiaramontano, il portico anteriore, chiamato pronao, la scalinata ed il rosone, aggiunti successivamente. 
Adiacente alla cattedrale vi è la torre campanaria, originariamente una delle tante torri di avvistamento che circondavano la città. Essa si articola su 3 livelli, abbellita da monofore e bifore di manifattura gotico chiaramontano. 
All'interno la chiesa conserva preziose testimonianze e pregevoli opere d'arte attribuite agli artisti Domenico Gagini, Giuliano Mancino e Francesco Laurana.


Fonti: 
www.prolocoerice.it 
www.comune.erice.tp.it

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