Share |

Allarme dell'Ocse sullo stato della finanza internazionale: troppi rischi senza interventi

L’economista Emilio Barucci spiega ai lettori di Economia Italiana.it la necessità di interventi mirati volti, fra l’altro, ad accrescere la responsabilità e l’eticità dei comportamenti individuali. Coinvolgendo, come sostenuto nel suo ultimo libro dal titolo Ma chi salverà la finanza?, anche la Chiesa


10/09/2018

di Giambattista Pepi


Sul sistema finanziario internazionale si stanno addensando nubi foriere di tempesta, che potrebbero portarlo ad un collasso. È l’allarmante conclusione del rapporto Business and Finance Outlook dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (Ocse), reso pubblico in questi giorni, che ha analizzato le ricadute della normalizzazione delle politiche monetarie delle banche centrali sull’andamento dei mercati e i persistenti fattori di vulnerabilità del settore finanziario, dove le riforme post-crisi non sono state dell’ampiezza necessaria così come gli alti livello di debito e leva, in particolare in Cina, dopo l’espansione del credito nell’ultimo decennio. 
Tutti questi rischi, che gli analisti dell’Ocse stanno attentamente monitorando, potrebbero mettersi di traverso e incidere sulla crescita dell’economia globale fino a farla precipitare in recessione. Ma quali sono gli indizi che inducono ad alzare il livello di guardia? Il rapporto punta il dito sui crediti deteriorati (gli Npl) delle banche europee che, pur se ridotti, restano comunque troppo alti, ma anche sul fatto che i mercati si sono abituati al “denaro facile”, cioè ad accedere al credito a tassi di interesse storicamente mai così bassi. Il che ha portato le obbligazioni, e soprattutto le azioni, a essere sopravvalutate e i mercati (e non solo quelli statunitensi) a stabilire record sempre più strabilianti. 
L’allarme sui mercati finanziari - che potrebbero essere minati da choc esterni ed interni - giunge peraltro a pochi giorni dalla ricorrenza dell’anniversario del 15 settembre 2008 quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers dichiarava fallimento. Il collasso di questa grande banca d’investimento fu l’evento - simbolo della Grandi Crisi finanziaria, seconda per intensità, durata e drammaticità, a quella storica di Wall Street del 1929. Che cosa ci ha insegnato questa crisi? Economia Italiana.it lo ha chiesto a Emilio Barucci, professore di Matematica finanziaria al Politecnico di Milano e direttore del Quantitative Finance Lab., che proprio in questi giorni ha pubblicato per Egea il suo ultimo libro dal titolo emblematico Chi salverà la finanza?. 
“Il principale insegnamento è che non possiamo, nei confronti della finanza, fare riferimento in modo generico a comportamenti non corretti e all’eticità delle persone, che pure sono importanti. C’è bisogno di una finanza ben costruita, cioè di una buona regolazione. Questo è il principale messaggio che viene dalla crisi e, quindi, c’è bisogno di un ripensamento di com’è costruita la finanza per limitarne gli eccessi”.


Ma se gli organismi di controllo e di vigilanza hanno eluso i controlli, per colpa o per dolo, chi sarà questo “cavaliere bianco” che potrà tornare ad alimentare la fiducia nel sistema finanziario? 
I regolatori sicuramente debbono fare la loro parte e la stanno facendo, poi si potrà discutere se si sta andando nella direzione giusta. In precedenza le regole adottate erano troppo prevedibili rispetto ai comportamenti del mercato. Quindi gli intermediari hanno avuto buon gioco nell’ eluderle ponendo in essere comportamenti che sono stati deleteri e hanno causato la crisi finanziaria. Gli altri soggetti che possono salvare la finanza sono i nostri politici che debbono smettere di avere un atteggiamento schizofrenico nei confronti dei banchieri e della finanza: oscillano tra un atteggiamento di sottomissione e grande riverenza, ad un altro di ripulsa e di condanna indiscriminata e generica. Ci sono anche i tecnici, gli esperti che debbono rendersi conto che la teoria della finanza e la teoria economica non sono così solide come si pensava ed infine nel libro cito coloro che possono dare degli insegnamenti morali: il Papa e la Chiesa.

Dopo la crisi si è assistito in tutto il mondo a una corsa delle autorità di vigilanza a regolamentare in modo sempre più severo l’attività degli intermediari finanziari. Oggi, però, c’è una overdose regolamentare che danneggerebbe le imprese. Si passa da un eccesso all’altro, dal lassismo alla rigidità. 
Prima della crisi c’erano già delle regole molto dettagliate che non erano stringenti. Quindi il capitale che le banche dovevano detenere a garanzia della loro attività non era molto elevato. Con le nuove regole il livello di dettaglio e del capitale di garanzia sono aumentati. Ritengo che regole molto stringenti possono far soffrire il settore ma gli operatori nelle pieghe della regolazione possono trovare gli opportuni adeguamenti. Forse sarebbe stato il caso di distinguere tra le attività poste in essere dalle banche commerciali e quelle delle banche di investimento. Ma è una linea di intervento che le autorità di regolazione e l’industria finanziaria non hanno voluto perseguire.

I banchieri, però, lamentano il fatto che le modificazioni del network regolamentare comporta sempre più ingenti accantonamenti di capitale per diluire il rischio degli affidamenti, nonché rigidità anche nel concedere credito. 
Questo è vero. Ci dobbiamo domandare se era troppo poco prima, e troppo adesso. In ogni caso bisognerà misurare la capacità delle banche di fare profitto. I risultati ad oggi confermano – eccetto quelle italiane che vengono da un periodo molto complicato – che il settore non è in crisi, ma continua a generare una buona dose di profitti. E’ chiaro che le banche devono reinventare la loro funzione, il modo di fare business, che va al di là della crisi finanziaria e che ci farà compagnia per i prossimi anni.     

La crisi finanziaria ha mostrato in modo chiaro che c’è una ‘‘finanza buona’’ e una ‘‘cattiva’’ in quanto la prima è ben costruita, mentre la seconda non lo è. Ma come si fa a distinguere l’una dall’altra? 
Uso questa espressione per definire il giudizio sulla qualità del modello con cui viene fatta la finanza. Ci sono molti aspetti che devono essere presi in considerazione. L’essere non ben costruita si riferisce, ad esempio, alle banche italiane che nel corso degli anni hanno potuto vendere strumenti finanziari ai propri risparmiatori, soddisfacendo pienamente la regolamentazione, che però non poneva vincoli nei conflitti di interesse. Quindi tutta la regolamentazione che oramai i nostri risparmiatori conoscono bene, cioè la Mifid (la disciplina europea entrata in vigore in Italia il 3 gennaio 2018 che disciplina i servizi di investimento – ndr) fa sì che la banca debba valutare l’adeguatezza e l’appropriatezza del prodotto in rapporto al profilo dell’investitore. Questa procedura che sembra in teoria ben costruita, nei fatti si è dimostrata incapace di tutelare un investitore che può avere un basso livello di alfabetizzazione finanziaria e non essere in grado di cogliere la rischiosità degli strumenti finanziaria proposti.   

Si enfatizza molto la “rivoluzione” del Fintech, che presenta alcune caratteristiche che hanno alimentato la fantasia di coloro che hanno mostrato insofferenza nei confronti del sistema finanziario. Secondo lei sarà il Fintech la soluzione di tutti problemi? 
Il Fintech - cioè la possibilità di utilizzare le nuove tecnologie per fare attività di business in modo diverso, e attraverso i social network - porta nei fatti ad accorciare le distanze tra le persone. Ad esempio il Sardex in Sardegna permette di fare pagamenti tra le persone in una moneta che non è l’euro e di conoscere i possibili clienti e fornitori tramite questo network. La logica del social network porta a ridefinire il senso di comunità e di fiducia tra gli individui che possono non rendere più necessaria la banca come intermediario. Non credo che questo sarà la soluzione di tutti i problemi, ma sicuramente ci sarà una parte dell’intermediazione finanziaria che passerà attraverso questo canale.

Dopo l’entrata in vigore, il 13 gennaio 2018, della Direttiva Ue n. 2366 del 2015 (nota anche come Psd2) lo scenario e il mercato europeo dei pagamenti ha subìto una drastica accelerazione in direzione della finanza digitale e già si preannuncia una battaglia tra titani: i grandi player del web, Facebook, Amazon, per citarne alcuni, da una parte, e i giganti del credito, dall’altra. L’avvento di questi nuovi soggetti che non sono finanziari comporta altri rischi? 
Questa è una sfida che le banche devono fronteggiare. Questi soggetti entreranno in alcuni ambiti dove l’oggetto della transazione è facilmente individuabile: le banche possono avere ancora un ruolo nell’ambito in cui il loro ruolo di selezione degli investitori o definizione del prodotto per tutto quello che riguarda la privacy. Qui si apre il problema di estendere a loro le forme di garanzia che abbiamo nel mondo bancario: i problemi ci sono e sono significativi. Le piattaforme operano mediante meccanismi automatici basati su algoritmi che possono non essere robusti rispetto agli errori. La risposta è sì, ci sono rischi: sul web ci sono spesso degli ambiti non oscuri, ma dei fornitori di pagine web in cui si promettono investimenti mirabolanti che sono non dico delle truffe ma sono a basso livello di protezione degli investitori.

C’è anche un problema di privacy sui dati sensibili dei clienti posseduti della banche che potrebbero essere condivisi da soggetti terzi. 
Nel mondo del Fintech buona parte della loro sfida si giocherà sulla credibilità e la sicurezza dell’ambiente. Sia della transazione, sia della sfera privata. Questo mondo dei social network per natura pone poche barriere alla protezione della privacy dei soggetti e quindi a mio avviso sarà un naturale vincolo per la sua espansione. Non vedo un mondo che sarà tutto sulla rete, che condividerà tutto. Gli individui avranno dei meccanismi di garanzia che li porteranno ad essere più tutelati. Ma certamente il vincolo della garanzia sarà una remora significativa all’espansione del Fintech. Chi ha notevoli patrimoni finanziari dubito vorrà affidarsi al robot advisory perché permetterebbe ad altre persone sconosciute di condividere informazioni sensibili.

(riproduzione riservata)