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Alle radici (profonde e indicative) dell’etnoregionalismo europeo

Adriano Cirulli esplora l’arcipelago dei movimenti indipendentistici e autonomistici mettendone in rilievo caratteristiche, tendenze e trasformazioni


18/11/2019

di Giambattista Pepi


Dalla Scozia alla Catalogna, dal Belgio alla Corsica, dalle regioni al confine tra Russia e Ucraina al Nord Italia: nell’Europa del XXI secolo sono attivi molti movimenti regionalisti che rivendicano maggiore autonomia dallo Stato oppure la secessione e la creazione di Stati indipendenti e sovrani. 
Per anni, analisti e osservatori hanno pensato che l’avanzata inarrestabile del processo di globalizzazione dell’economia e del progetto di integrazione europea avrebbero accentuato il declino delle forme di politicizzazione delle identità etniche e nazionali, ma gli eventi - numerosi ed eclatanti - degli ultimi vent’anni, per non portare le lancette della storia ancora più indietro nel tempo, hanno dimostrato che si sbagliavano. 
La crisi dello Stato moderno e della democrazia come forma di governo incapace di rappresentare adeguatamente le aspirazioni e le aspettative della popolazione e fornire soluzioni appropriate ai problemi (dalla crescita economica all’elevata disoccupazione, dal welfare state agli effetti perversi della globalizzazione, dall’impatto dei cambiamenti climatici, al fenomeno dell’immigrazione di massa) piuttosto che scoraggiare, hanno alimentato questi movimenti. 
Per gli Stati europei (ma il fenomeno è presente anche in altri continenti: si pensi, ad esempio, ai curdi, una minoranza presente in Turchia, Siria, Iraq e Iran, ma senza Stato) questi movimenti costituiscono una minaccia alla loro sovranità, integrità e unità e vengono osteggiati, perseguitati, e combattuti. 
Adriano Cirulli, nel libro Etnoregionalismi in Europa. Teoria e problemi (Mondadori, pagg. 59, euro 10,00), indaga questo fenomeno così dirompente e attuale ed esplora l’arcipelago dei movimenti autonomisti e indipendentisti dell’Europa mettendone in rilievo caratteristiche, tendenze e trasformazioni. 
L’autore (docente del corso di General and PoliticalSociology alla Link Campus University), ha svolto attività di ricerca e didattica nelle Università di San Sebastián, Bilbao, Edimburgo, Autonoma di Barcellona e Milano-Bicocca. Nei suoi lavori, segnaliamo L’ascia e il serpente. L’Eta e il nazionalismo basco dopo la fine della lotta armata (Datanews, 2012), passa in rassegna le mobilitazioni indipendentiste più rilevanti sul teatro europeo. Tra le quali - ricorda Cirulli - spicca il Movimento per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. 
Nel settembre 2014 si svolse il referendum sull’autodeterminazione concordato con il Governo di Londra: con buona pace dei separatisti, nelle urne prevalsero i contrari all’indipendenza. Della questione quindi non si sarebbe più dovuto parlare. Ed invece è tornata di prepotenza nell’agenda politica britannica, ma anche in quella europea, in seguito alle vicissitudini e alle remore del negoziato tra Regno Unito e Unione Europea per il divorzio dopo il referendum sulla Brexit celebrato nel 2016e al suo impatto sull’opinione pubblica scozzese, che, come si ricorderà, erano (e sono) favorevoli a restare nell’Ue. 
Èstato, se possibile, ancora più clamoroso il “caso” della Catalogna, regione della Spagna con capitale Barcellona, che gode già di una marcata autonomia accordatale da Madrid e sancita nella Costituzione spagnola. 
I lettori ricorderanno sicuramente le tensioni e gli incidenti provocati dalla celebrazione del referendum. Convocato dalla Generalitat della Catalunya, cioè dal Governo autonomista della regione catalana, ma non riconosciuto dal Governo centrale, si svolse il 1° ottobre 2017, nonostante la dura azione degli agenti della Policia Nacionale della Guardia Civil contro la disobbedienza civile di massa di migliaia di cittadini catalani che volevano difendere urne e seggi. 
Ebbene, i suoi esiti fornirono una rappresentazione drammatica e chiara della crisi di legittimità che si stava radicalizzando. Un conflitto politico - riacutizzatisi recentemente a seguito della condanna ad oltre cento anni di carcere di diversi esponenti dell’ex Governo catalano da parte del Tribunale supremo spagnolo che ha portato a manifestazioni, proteste ed incidenti - che ancora rimane irrisolto e rappresenta una delle principali incognite dell’attuale sistema politico spagnolo. 
Altri movimenti - di cui Cirulli si occupa nel volume - pur non manifestando le loro istanze autonomiste o indipendentiste in maniera clamorosa, non rinunciano a portarle avanti con convinzione ed entusiasmo. E’ il caso, ad esempio, del nazionalismo basco, che - pur avendo superato la fase armata del conflitto, con lo scioglimento dell’organizzazione ETA nel maggio 2018 - mantiene ancora attiva una forte domanda di autogoverno e, in alcuni settori non irrilevanti della popolazione, anche di aperta richiesta di indipendenza, che si inserisce nella più complessa riapertura dei conflitti tra il centro e la periferia nello Stato spagnolo democratico, ma fortemente centralista contrassegnato da venature di autoritarismo come prova il recente successo alle elezioni politiche del partito Vox di estrema destra che porta avanti un programma nazionalista e propugna di usare la mano pesante nei confronti proprio di quei movimenti autonomisti che, con le loro azioni, mettono a repentaglio l’unità dello Stato spagnolo. 
E poi c’è il caso dell’Irlanda del Nord (Ulster) che l’improvvida e confusa gestione della Brexit, di cui abbia o detto sopra, ha riportato alla ribalta mettendo a dura prova la tenuta degli accordi di pace del 1998 che posero fine al conflitto armato pluridecennale tra le organizzazioni para militari di unionisti e separatisti con il tragico bilancio di migliaia di morti e feriti. 
In Paesi insospettabili, come il Belgio, esistono tensioni tra la componente fiamminga e quella vallona, non solo rappresentate da partiti apertamente nazionalisti, ma presenti trasversalmente anche nel resto delle altre formazioni politiche. Queste contrapposizioni rendono precari gli accordi politici per la formazione e la stabilità dei governi federali. Anche in Francia, il Paese considerato centralista per antonomasia, risultano presenti ed importanti diverse mobilitazioni etnoregionaliste, come in Corsica, dove dal dicembre 2017 una coalizione tra indipendentisti e autonomisti governa la regione, o in Bretagna, dove la mobilitazione etnoterritoriale si è combinata negli ultimi anni e mesi a movimenti di protesta più generale come i bonnetrouge o i gilet jaune
In Europa centrale e orientale diversi sono i movimenti e i conflitti di origine territoriale, che in alcuni casi rappresentano veri e propri scenari di guerra, come nelle zone di confine tra Russia e Ucraina. 
In Italia,infine,sono presenti diverse espressioni di mobilitazione regionale, come dimostra il recente dibattito sull’autonomia differenziata - che si inserisce in una fase di ridefinizione della strategia e del posizionamento nell’agone politico della Lega che, da rappresentante di specifici interessi territoriali, si sta imponendo come movimento su scala nazionale sotto la guida di Matteo Salvini- o l’emergere di un importante movimento politico autonomistico e indipendentistico in Sardegna, per quanto politicamente frammentato e non comparabile all’intensità di altri casi simili in Europa.

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