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Altro che pari opportunità: nella classifica del Gender Gap l'Italia occupa gli ultimi posti

Il rapporto del World Economic Forum traccia un quadro disarmante delle possibilità di lavoro (e non solo) offerte oggi alle donne. Peggio di noi, in Europa, solo Cipro e Malta. Se queste differenze venissero azzerate il Pil del mondo crescerebbe di 5,3 miliardi di dollari.


06/11/2017

di Paolo Mastromo


Le donne in Italia lavorano più degli uomini (512 minuti al giorno contro 453) e ricevono un trattamento economico assai peggiore (il 61,5% delle donne non vengono pagate “adeguatamente” oppure non vengono pagate affatto, contro il 22,9% degli uomini); ciò nonostante, faticano a trovare un’occupazione: oggi risultano disoccupate, in Italia, il 12,8% delle donne contro il 10,9% degli uomini. E, data la situazione, non è un caso che fra le persone “scoraggiate” nella ricerca del lavoro troviamo il 40,3% di donne contro il 16,2% di uomini. 
Lo afferma l’ultimo Global Gender Gap Report presentato a Roma in questi giorni dal World Economic Forum; dal quale l’Italia, dal confronto con il resto del mondo sulla “parità di genere”, ne esce con le ossa rotte. 
Diciamo subito che in nessun Paese al mondo il “Gender Gap” (il divario globale fra maschi e femmine considerando il lavoro, l’istruzione, l’accesso ai servizi e alla politica) è pari al 100% (= pari opportunità). In maniera forse inaspettata, la “classifica” vede al primo posto l’Islanda, dove le donne sono all’88% delle opportunità rispetto ai maschi; seguono (e questo lo sapevamo) i Paesi scandinavi ma - questo non ce lo aspettavamo - subito dopo troviamo il Nicaragua e la Slovenia. 
Su 144 Paesi presi in esame gli Usa si collocano al 49° posto mentre i Paesi asiatici (Cina, India e Giappone) sono molto indietro in classifica: rispettivamente 100°, 108° e 114° posto. L’Italia, dal canto suo, in un anno (i dati si riferiscono al 2016, e il confronto è con il 2015) è passata dal 41° all’82° posto, perdendo in dodici mesi ben 41 posizioni. Dietro di noi ci sono solo Cipro (92° posto) e Malta (93° posto). Solo i Paesi dell’Europa Orientale, nel Medio Oriente e nel Nordafrica procedono con un rapporto di opportunità delle donne, davvero basso, pari a circa il 40% di quello dei maschi. 
Ancora peggio va se prendiamo in esame esclusivamente il salario: siamo al 126° posto su 144 Paesi, come dire che pochissimi Paesi al mondo trattano le donne, sul lavoro, peggio che in Italia. Dato questo contesto, in Europa arriviamo buoni ultimi, soprattutto per quanto riguarda l’accesso alle istituzioni. Per quello che riguarda il potere politico, infatti, il Rapporto segnala che nel Parlamento italiano siedono il 31% di donne (meno di un terzo del totale), percentuale che scende mano a mano che “si sale”: le donne al Governo sono il 27,8%. Cosa che ci fa passare, sempre in un anno e sempre su 144 Paesi, dal 77° al 123° posto al mondo. Appena un po’ meglio va alle donne italiane rispetto alle pari opportunità in fatto di partecipazione economica, dove in un decennio (dal 2006 al 2016) siamo passati dall’87° al 118° posto. 
Non va molto meglio in altri settori, per esempio l’istruzione, un ambito nel quale, sempre in dieci anni, siamo passati dal 27° al 60° posto (questo dato comprende sia il rapporto fra i ragazzi e le ragazze che vanno a scuola sia l’accesso a internet), perdendo quindi ben 33 posizioni sul resto del mondo. 
Il trend è francamente allarmante, sia perché dimostra ancora una volta che nei periodi di crisi le donne pagano un prezzo più elevato degli uomini in termini economici e sociali, perdendo soldi e “potere” (ma questo, per quanto spiacevole, è un elemento storicamente acclarato, non è una novità), sia soprattutto perché dimostra che la percezione del “gap gender” che abbiamo in Italia non corrisponde a quanto accade nel mondo, dove questo trend, che pure esiste, è meno brutale (è in questo modo che si spiega il nostro “scivolamento” in classifica). Così che restiamo sempre appesi all’ultimo vagone fra il mondo “sviluppato” e quello oscurantista quando si tratta di considerare la nostra appartenenza all’Europa “culla della civiltà” oppure a culture e comportamenti di tipo levantino. 
Interessante, infine, il sistema previsionale messo in piedi dal World Economic Forum, secondo il quale, per colmare il divario di genere esistente al mondo, occorrerebbero oggi 100 anni; in peggioramento rispetto all’anno scorso, quando la previsione (per quello che possono valere le previsioni in questo campo) era di “soli” 83 anni. Ma questo vale in via complessiva, considerando quindi tutti gli aspetti delle relazioni economiche, sociali e politiche fra i sessi; considerando solo l’aspetto economico e sanitario, per colmare il divario occorrerebbero ben 217 anni, un valore mai così basso da quando il WEF effettua i propri report. Come dire che, nonostante le apparenze, il ruolo della donna nell’intera società mondiale tende a decrescere. 
Ed è un peccato soprattutto dal punto di vista economico, sostiene il World Economic Forum. In questo campo la mancata parità, infatti, si traduce in perdita di occasioni: le donne che non lavorano non solo non producono ricchezza per sé e per le proprie famiglie ma anche non accedono alle istituzioni pubbliche e non accedono adeguatamente ai servizi. Il che vuol dire che non producono adeguatamente ricchezza, idee e progetti per il mondo, il che è uno spreco. Se questo accadesse, cioè se donne e uomini fossero realmente alla pari (parliamo sempre in campo economico, fatta salva ogni implicazione di altra natura, per esempio sociale) il Pil del mondo aumenterebbe di 5,3 miliardi di dollari. 
Per un Paese, come l’Italia, che ha appena varato leggi sulle “quote rosa” e che le ribadisce pubblicamente a ogni piè sospinto, il trend rilevato dal World Economic Forum suona quasi come una beffa. Non si può non riandare con il pensiero al famoso “gattopardo” di Tomasi di Lampedusa: “Cambiare tutto affinché niente cambi”.

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