Share |

Alzheimer: e se fosse colpa della dopamina "bloccata"?

La ricerca del giovane scienziato Marcello D'Amelio, il quale ha spostato il mirino dall'ippocampo all'area tegmentale-ventrale che produce...


16/04/2018

di Sandro Vacchi


Sarà per il nome che pare l'ordine rauco di un kapò: Alzheimer. Mette paura soltanto a sentirlo. Insieme al diabete è la malattia dell'ultimo secolo, milioni di persone colpite nel mondo, seicentomila solo in Italia, e altrettante, se non di più, predestinate nei prossimi decenni, con costi emotivi, sociali ed economici incalcolabili. 
Una cura per il diabete però, a nemmeno cento anni dalla scoperta dell'insulina di sintesi, è ancora al di là dal venire. Per il terrificante morbo che ruba il cervello, la memoria, il passato, il presente e il futuro dei malati e dei loro cari, la ricerca vive invece un momento di fervida attività: niente di definitivo, per il momento nulla di concreto negli ospedali e tantomeno nelle farmacie, però mai come oggi la medicina è prossima a una risposta, e gli scienziati italiani sono in “pole position” in questa corsa. 
Poche settimane fa è stata resa nota la scoperta di Annalena Venneri e Matteo De Marco, dell'università di Sheffield, sull'area tegmentale-ventrale del cervello. Più ridotta risulta questa zona, minori sono le dimensioni dell'ippocampo e la capacità di apprendere e ricordare. 
La scoperta è arrivata a un anno dai risultati degli esperimenti condotti all'Ircss Santa Lucia e al Campus Biomedico di Roma. 
Coordinatore di queste ricerche è un giovane scienziato originario della Lucania, il professor Marcello D'Amelio, il quale ha spostato il mirino dall'ippocampo all'area tegmentale-ventrale, che produce la dopamina per l'ippocampo. 
«La dopamina è una molecola importantissima per la comunicazione fra i neuroni. Ha due funzioni, una motoria e una non motoria», la “presenta” il professor D'Amelio. «Quella motoria presiede alla coordinazione dei movimenti ed è prodotta dalla sostanza nera. Molto vicino a questa c'è l'area tegmentale-ventrale, che produce la dopamina non motoria, da cui dipendono, per esempio, la memoria e le motivazioni». 
La memoria, appunto: uno dei primi sintomi del morbo di Alzheimer è la perdita non sporadica della memoria, a cominciare da quella a breve. 
L'ippocampo presiede alla formazione della memoria e alla trasformazione di quella a breve termine in memoria a lungo termine. 
Ad esempio, se oggi vi accadesse una cosa importante, o anche semplicemente se mangiaste il miglior fritto di paranza della vostra vita, probabilmente il ricordo vi accompagnerebbe per anni e anni. 
«La ricerca – prosegue D'Amelio – si era rivolta all'ippocampo, almeno fino a oggi. La nostra scoperta ha invece dimostrato che se c'è una degenerazione nell'area tegmentale-ventrale del cervello arriva una minore quantità di dopamina nelle aree non motorie. In altre parole, pensiamo che responsabile dell'Alzheimer non sia una degenerazione dell'ippocampo, ma il combustibile che non lo raggiunge». 
A dirla così sembrerebbe l'uovo di Colombo, ma la faccenda è estremamente complessa e soltanto l'eccellente capacità di spiegarsi di D'Amelio rende la cosa apparentemente semplice. «Si apre un'altra prospettiva da cui vedere la malattia», sunteggia il ricercatore, spiegando come d'ora in avanti non più solamente l'ippocampo sarà monitorato come un'area di degenerazione cerebrale. «Anche dal punto di vista terapeutico la prospettiva non sarà più quella di impedire la morte dei neuroni nell'ippocampo, ma quella di evitare la morte del neurone dopaminergico. Prevenire la caduta della dopamina apre prospettive del tutto nuove nella ricerca sull'Alzheimer». 
Aprire un'altra strada non potrebbe rallentare l'arrivo al traguardo tanto agognato? D'Amelio sorride: «Tutt'altro. Si aprono, anzi, opportunità terapeutiche maggiori. Migliori conoscenze significano migliori opportunità». 
La dopamina è conosciuta come “ormone dell'euforia”, in quanto legata alla sfera del piacere: ciò che ci procura appagamento fa aumentare i livelli di dopamina, che è responsabile anche della motivazione personale. Un basso livello di dopamina significa un calo delle motivazioni e una caduta in depressione, e non a caso la perdita di motivazioni e la depressione accompagnano spessissimo fin dall'inizio il malato di Alzheimer. 
Sono in corso diverse sperimentazioni su farmaci che blocchino la neuro-degenerazione, ma la scoperta di D'Amelio, con la sua “appendice” italiana in Gran Bretagna, apre porte finora sbarrate. Giacomo Koch, direttore del Laboratorio di neuro-psicofisiologia sperimentale dell'Irccs di Roma, sta somministrando farmaci agonisti-dopaminergici a malati di Alzheimer per valutare se stimolano la plasticità cerebrale, quindi la conservazione delle facoltà cognitive, e sembra che entro pochi mesi usciranno i risultati della sperimentazione. 
«Viviamo un momento di particolare fervore, con grandi novità diagnostiche e terapeutiche», ribadisce D'Amelio. Professore, a quando l'arrivo a risultati concreti, al farmaco, o ai farmaci, che liberino dalla maledizione dell'Alzheimer? «Il completamento degli studi clinici e la realizzazione di farmaci efficaci potrebbero richiedere fra i sette e i dieci anni», risponde D'Amelio, che non è un clinico, ma un ricercatore, e si sbilancia meno di altri cattedratici. 
In attesa dell'anelato traguardo, regala due consigli preziosi. Da un lato l'ormai accertata importanza della prevenzione in una malattia che ha un'evoluzione singolarmente simile a quella del diabete, fattore di rischio importante nelle malattie cerebrali. E, come il diabete, è capace di mantenersi “al buio” per anni e anni prima di manifestarsi. Non è un caso che le raccomandazioni per i pazienti siano grosso modo le stesse: evitare l'obesità e l'ipertensione, che favoriscono le demenze; fare attività fisica aerobica (corsa, nuoto, bicicletta) in modo serio e continuativo, per ossigenare il cervello; tenere sotto controllo il livello di colesterolo. 
La seconda pillola di saggezza del giovane cattedratico è di fare appello alle risorse proprie del cervello, quelle che definisce “truppe di riserva”, per evitare danni irreparabili dovuti invece alla chiusura in sé stessi e nel proprio dolore. Avere, quindi, una vita sociale, non rimanere soli, leggere, studiare, fare passeggiate all'aria aperta, stare al sole. L'Alzheimer colpisce gli anziani, pensionati con molto tempo libero: non impiegarlo per sé e per conservare in buona efficienza l'organo più importante e misterioso del corpo, e abbattersi come dei condannati a morte, vuol dire uscirne certamente sconfitti. 
Poche settimane fa la Columbia University e l'Istituto psichiatrico di New York hanno pubblicato uno studio coordinato da un'altra ricercatrice italiana, Maura Boldrini. Risulta che anche il cervello dell'anziano ha una capacità residuale di rigenerarsi producendo migliaia di nuove cellule, come quello di un giovane. 
E' facile dirlo, ma bisogna guardare con ottimismo al futuro: costa lo stesso che guardarlo con la morte nel cuore, ma qualcosa in più si può di certo ottenere.

(riproduzione riservata)