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Amatrice, quello che le pietre raccontano ancora…

La giornalista Elena Polidori fa rivivere, sul filo del ricordo, la cittadina simbolo del terremoto che nel 2016 colpì il Centro Italia


30/07/2018

di Tancredi Re


Alle 3.36 del 24 agosto 2016 una scossa di terremoto di magnitudo 6 con epicentro situato lungo la Valle del Tronto, tra i comuni di Accumoli (Rieti) e Arquata del Tronto (Ascoli Piceno), mise a soqquadro una vasta area compresa nelle regioni di Lazio, Marche e Abruzzo. Due giorni dopo, il 26 agosto alle 6.28, una nuova scossa di magnitudo 4.8 colpì al cuore Amatrice.  Il 30 ottobre 2016 una scossa ancora più forte, di magnitudo 6.5, inflisse ad Amatrice il colpo di grazia. “Quello fatale, che finì per distruggere il poco che era rimasto in piedi, ma non fece vittime”. 
Il piccolo centro di poco più di 2.500 abitanti in provincia di Rieti, parte integrante della comunità montana del Velino, non esisteva più. Esattamente come era avvenuto 377 anni prima, l’8 ottobre 1639, quando alle 7.30 un terremoto di simile intensità (magnitudo 6.2) la rase al suolo facendo centinaia di morti. Ma anche in questo secondo caso in pochi secondi si sarebbe consumata una tragedia. Alla fine si conteranno infatti 299 vittime (249 solo ad Amatrice ed Accumoli).  
“Era un posto bellissimo, Amatrice, e continuerà a esserlo se la natura, gli dei e soprattutto gli uomini se ne faranno carico. Sono pensieri che si fanno dopo. Sul momento, alle tre e quel che era, stretti durante la scossa in un abbraccio che poteva essere ultimo, la paura si confuse con l’amore, e la storia e la geografia… Ma poi questo tempo arriva». Così Elena Polidori, giornalista de la Repubblica, nel suo libro Amatrice non c’è più, ma c’è ancora (Neri Pozza, pagg. 121, euro 13,50) ricorda l’attacco del “pezzo” scritto a quattro mani con suo marito Filippo, “l’unico della quarantennale carriera giornalistica di coppia, scritto appena rientrati in casa, a Roma, dopo una nottata tra le più turbolente della vita”. 
Il ritorno da Amatrice fu carico di mestizia. “Lungo i centotrenta chilometri del tragitto - scrive l’autrice -  di cui si conosceva ogni singolo centimetro, tutti litigavano con tutti per un nonnulla. Ipersensibilità diffusa, nervi a fior di pelle. Bastava niente e giù a piangere come vitelli, un alternarsi di urla e silenzi”. E poi ricordi, ricordi e ancora ricordi struggenti di un tempo andato che non tornerà mai più. 
Come quel sonetto di Giuseppe Belli, il poeta romano, scritto in dialetto, perduto non si sa come poi ritrovato. “...E quella vorta che qui a la Matricia... (e quella volta che qui ad Amatrice). Ecco, così doveva iniziare il libro, quante volte immaginato, anzi già scritto nella fantasia, carezzato in sogno nelle notti di Roma e in quelle di “qui”, sì, proprio qui, a la Matricia”. La notizia che non ti aspetti stava nascosta tra le righe. “Diceva che Giuseppe Gioachino Belli (poeta italiano che compose 2.279 sonetti in dialetto romano e diede voce al popolo di Roma del XIX secolo - ndr). Prima di dar corso alla sua più nota e straordinaria produzione, il grandioso “monumento della plebe di Roma”, aveva scritto delle composizioni “in dialetto amatriciano”. E, come un fulmine, era nata l’idea. Come, in dialetto amatriciano? E dove stavano? 
“Il tesoro fu rinvenuto all’interno del Fondo Belli della Biblioteca Nazionale di Roma, a Castro Pretorio” spiega Polidori. “Fu piuttosto emozionante prendere in mano l’originale. La filastrocca era composta da venti quartine per un totale di ottanta versi endecasillabi rimasti sepolti per quasi due secoli. Da quel poco che riuscimmo a capire da alcuni riferimenti bibliografici, Belli l’avrebbe dovuta scrivere quando aveva circa trent’anni, tra il 1818 e il 1822. E mentre torni indietro al tempo andato, il presente piomba addosso all’improvviso. “E quando giunge l’alba, una nuvola di ceneri si alza e tutt’intorno è solo un cumulo di detriti che seppelliscono memorie e ricordi. La terra trema ancora e tremerà per mesi. Chi se la scorda più quella sensazione. E come dimenticare quel rumore così metallico e sinistro, come quello di tanti martelli pneumatici insieme?” si domanda la scrittrice
“Di solito nella piazzetta dietro alla Torre civica, quella con la fontana al centro, dove l’acqua fresca sgorgava dalle teste in pietra di certi montoni con le corna avviluppate. I ricordi tornano a far capolino nella mente. “D’estate si mettevano lì, in piedi, a recitare e a cantare in versi, tutti a braccio. E la gente si sistemava ad ascoltarli seduta su certe curiose panchine in ferro a mezzaluna, messe a circoscrivere questa fonte. In un angolo, durante il mese d’agosto, c’era sempre pure un vezzoso carretto dei gelati, che era più che altro un richiamo turistico, anche se non stonava” scrive l’autrice. E ora? È tabula rasa: solo pietre e polvere. Niente altro. 
Il terremoto ad Amatrice vìola anche la casa di Poggio Vitellino, quella che da secoli custodiva le memorie di un pezzo di famiglia, non c’è più. Venne giù il 30 ottobre e il rotolare delle sue antiche pietre si sentiva perfino al telefono, durante una conversazione con la signora che accudiva casa e giardino. Lei urlava di terrore. Neanche il suo pianto dirotto riusciva a coprire i tonfi sinistri dei massi ruzzolanti. E poi nuovamente i ricordi riaffiorano tra le macerie. 
“Proprio per via di quella realtà così paesana, l’aria che si respirava a Poggio Vitellino era rimasta ancorata all’antico, ferma eppure in evoluzione. Era questo il suo bello. Ed era per questo che tutti l’amavano (e ancora l’amano). Come pure semplicemente capitava – ed era una festa – di ficcare le mani nell’enorme tocco di pasta che serviva a fare il pane, rigorosamente con le patate dentro, per renderlo più morbido nei giorni a venire: ci scappava sempre anche una focaccia calda. Frequenti le visite all’orto, per sbirciare tra le verdure. Più rare le spedizioni nelle stalle delle mucche, con gli stivali, ai piedi, a prendere il latte che, bollito e ribollito più di una volta perché solo così si debellavano eventuali microbi, si trasformava in una specie di burro”. 
Quel che è avvenuto dopo è degno di un Paese di Pulcinella. Racconta l’autrice con un malcelato senso di imbarazzo. “E dopo? Dopo solo macerie e spettacoli: tanti, tantissimi, forse troppi. Nel giro di un anno, Amatrice è diventata anche un set da premio Oscar. È stato consolante e al tempo stesso amaro riconoscere, fra gli esiti del dopo sisma, un luogo e una comunità che resistevano a mille inconvenienti – il freddo, la neve, le tende, l’assenza di acqua e luce, le strade intasate da un milione e duecentomila metri cubi di detriti e un dolore interiore che non potrà mai finire – trasformandosi loro malgrado in un palcoscenico, un set, un auditorium, uno stadio, uno studio televisivo diffuso, un cielo aperto alle scorribande dei droni, un mega ristorante frammentato”. Una scena già vista altrove: in Friuli, in Irpinia, a L’Aquila, e ora ad Amatrice. Come, giusto per non dimenticarli, in tutti gli altri comuni devastati dal sisma terribile di quei giorni dell’agosto e dell’ottobre 2016. 
La ricostruzione è stata fatta a chiacchiere, perché la realtà è un’altra cosa: famiglie ancora prive di una sistemazione decente, altre che hanno ottenuti quelli che si chiamano moduli abitativi (le cosiddette casette), detriti ancora non rimossi a due anni dal terremoto, comunità smembrate, ferite e dimenticate. Perché, come si dice, in questi casi, “the show must go on” (lo spettacolo deve andare avanti): oggi le notizie stanno altrove. Amatrice come altri centri, prima o poi, rinasceranno, ma purtroppo non potranno più essere gli stessi che conoscevamo. E d’altra parte anche gli abitanti non saranno più gli stessi. Ma finché resta viva la memoria, ed è questo il significato del libro di Polidori, niente andrà perduto per sempre.

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