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Anche i reali d'Inghilterra tra i clienti dei paradisi fiscali

I nomi eccellenti dello scandalo Panama Papers


13/11/2017

di Artemisia


Si allarga lo scandalo dei Panama Papers, il giro di soldi portato nei paradisi fiscali, e emerge che anche la corona britannica è coinvolta. Nei 13,4 milioni di file, svelati dall'International Consortium of Investigative Journalists, compare la Regina Elisabetta e il Principe Carlo oltre a vip quali Madonna, Bono e la Apple. I reali d’Inghilterra avrebbero investito milioni di sterline in fondi Earle Isole Cayman e in compagnie off shore tra le quali anche una società registrata alle Bermuda e gestita da uno dei migliori amici del primogenito della regnante. 
Investimenti sono stati effettuati alle Bermuda dal Ducato di Lancaster, insieme al Ducato di Cornovaglia dell'erede al trono, una delle maggiori proprietà immobiliari e terriere d'Inghilterra. Il Ducato di Lancaster gestisce in totale 500 milioni di sterline. 
Fondi off shore anche per l’ex stratega del Presidente americano, Donald Trump, Steve Bannon. 
Secondo il Guardian i soldi sono serviti per pagare la scrittura del libro “Clinton crash” di Peter Schweizer, utilizzato per dare una spallata alla rivale Hillary Clinton. 
Nel libro l’ex segretario di Stato è accusata di aver dato via libera per la vendita ai russi di una società che si occupa di commercio dell’uranio: questa accusa, diventata quasi un mantra sulla stampa ultraconservatrice, è al centro di un’inchiesta parlamentare del Congresso. 
Nella rete anche la Apple che avrebbe creato una struttura segreta per evadere miliardi in tasse cercando un nuovo paradiso fiscale", dopo che l'Unione europea aveva contestato le agevolazioni ottenute in Irlanda. Un trasferimento graduale, iniziato nell'ottobre 2013, con la base a Jersey, la piccola isola del Canale della Manica, dove l'imposta sui profitti delle società è zero. 
Eppure il manager Tim Cook aveva ribadito che il gruppo di Cupertino “paga tutte le tasse, non accumula denaro in qualche isola dei Caraibi e non dipende da marchingegni fiscali". 
Ora che la Apple compare nei file delle aziende che evadono, ha ammesso l'esistenza della struttura a Jersey ma spiegando di averlo fatto "esclusivamente per assicurare che gli obblighi e i pagamenti fiscali negli Stati Uniti non venissero ridotti". Una linea, per inciso, che in futuro potrebbe beneficiare della volontà manifestata da Casa Bianca e repubblicani di tagliare le imposte federali sulle società, in contrasto alla web tax imposta dall'Unione Europea. E comunque sottolinea di versare la maggior parte dei tributi negli USA dove è gran parte della produzione. 
Ma c’è un altro fronte dell’evasione che finora è stato poco indagato. Si tratta delle criptomonete. La loro diffusione, guarda caso, coincide con la fine del segreto bancario. Le criptovalute non essendo legate ad alcun Stato e non sottoposte ad una autorità monetaria, sono il luogo ideale per chi vuole nascondere denaro. Garantiscono infatti l’anonimato delle transazioni. Chi vuole sfuggire ai controlli non deve creare un fondo in un’isola caraibica ma gli basta un’app sul cellulare e il gioco è fatto. Dall’inizio dell’anno il valore di mercato del Bitcoin si è moltiplicato passando da 13 miliardi a 119 miliardi. La domanda internazionale è altissima. Larry Fink, leader del colosso degli investimenti BlackRock ha detto che “il volume del Bitcoin e delle criptomonete mostra quanto riciclaggio di denaro sporco c’è al mondo”.

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