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Andar per streghe tra Liguria e Piemonte, tanto per esorcizzare il nostro pandemico vivere quotidiano


26/10/2020

di Valentina Zirpoli


In questo difficile momento storico caratterizzato dall’emergenza sanitaria da Covid-19 leggiamo e sentiamo spesso dire che è in atto una vera e propria caccia alle streghe, ovvero una estenuante ricerca delle persone infette. A ragione o a torto, la colpa del Coronavirus viene sempre attribuita a qualcuno. Ma da dove deriva questa espressione? 
La caccia alle streghe è la ricerca di persone (quasi sempre donne, definite streghe) o di prove di stregoneria, spesso legate a superstizione, avvenuta in Europa e in America dal 1450 al 1750 durante il periodo della Riforma protestante, della Controriforma e della Guerra dei trent'anni. Causò tra le 35 mila e le 100 mila vittime. Metaforicamente con “caccia alle streghe” si intende un'indagine pubblica condotta per scoprire supposte attività sovversive. 
In Liguria e in Piemonte esistono due località divenute famose proprio per questa usanza. Stiamo parlando del borgo di Triora, in provincia di Imperia, e del borgo di Rifreddo, in provincia di Cuneo, dove storia e leggenda si intrecciano indissolubilmente.

Triora, "Salem" d'Italia: il processo e i luoghi delle streghe


Arroccato in cima alla Valle Argentina, a 780 metri sul livello del mare e a circa trenta chilometri da Sanremo, in provincia di Imperia, sorge il borgo più antico, caratteristico e mistico della zona: Triora. Il paese, che oggi conta circa 380 abitanti, deve la sua fama al periodo dell'inquisizione e della caccia alle streghe, durante il quale fu protagonista del processo di stregoneria più crudele di tutta la storia d'Italia, un avvenimento che valse a Triora il soprannome di "Salem" d'Italia. 
Qui tutto ebbe inizio tra il 1585 e il 1587, quando una carestia colpì duramente la popolazione triorese che, stremata, iniziò a sospettare che la causa del male che stava flagellando le loro campagne fossero delle streghe locali, dimoranti nel quartiere detto della Cabotina. 
Dopo essere state individuate, le streghe trioresi vennero subito additate alla giustizia. Il Parlamento generale affidò al podestà del paese, Stefano Carrega, l'incarico di fare in modo che le streghe venissero sottoposte ad un regolare processo. Carrega chiamò allora il sacerdote Girolamo Del Pozzo, in qualità di vicario del vescovo di Albenga, dalla cui curia dipendeva Triora, e un vicario dell'Inquisitore di Genova. I due vicari, giunti a Triora ai primi di ottobre 1587, iniziarono quindi il processo dopo che Del Pozzo, con una infuocata predica nella chiesa della Collegiata, aveva denunciato le diaboliche "malefatte" operate dalle streghe a Triora, eccitando in tal modo la collera del popolo triorese verso di loro. I due vicari fecero allora arrestare una ventina di streghe, che vennero rinchiuse in alcune case private adattate a carcere e dichiarate subito colpevoli. Le streghe, forse per estorcere loro la confessione delle "malefatte", vennero quindi sottoposte ad atroci torture, tanto che una di loro, Isotta Stella, morì in seguito alle violenze subite, mentre una seconda donna perse la vita per le ferite riportate nel gettarsi da una finestra per sfuggire ai suoi aguzzini. Il 13 gennaio 1588, con una lunga lettera inviata al governo genovese, gli Anziani di Triora espressero le loro lamentele in merito alla condotta dei due vicari, giudicata eccessivamente severa nel valutare la colpevolezza delle streghe, che erano state arrestate solo in forza di indizi molto dubbi o perché denunciate da altre donne sottoposte ad indicibili tormenti. Gli Anziani rimproverarono inoltre ai due vicari il fatto di tenere ancora in prigione donne che, per quanto tormentate, non avevano confessato niente. Il Governo genovese si mise quindi in moto e nei primi giorni di maggio del 1588 arrivò a Triora l'Inquisitore Capo, il quale visitò le carceri, ma dispose la scarcerazione di una sola ragazzina di tredici anni. Un mese dopo, in giugno, Genova mandò nel paese un commissario di nome Giulio Scribani che inasprì il clima di terrore, trasferendo le donne incarcerate a Genova e facendo di tutto per trovare altre nuove streghe. Le accuse rivolte alle sospettate furono: reato contro Dio, commercio con il demonio, omicidio di donne e bambini, cannibalismo. Cominciarono nuovi interrogatori e supplizi, cui erano sottoposti quasi sempre degli innocenti. Questa persecuzione si estese anche ai paesi vicini, come Castelvittorio e Sanremo, ove ebbero inizio altre caccie alle streghe. Scribani chiese il supplizio del rogo per quattro di loro, ma anch'esse furono poi trasferite nel carcere di Genova. Nel 1589 il Doge inoltrò al Santo Offizio due richieste di mettere fine al processo, che terminò il 23 aprile di quello stesso anno. Nulla si sa esattamente della sorte delle donne incarcerate a Genova ma, secondo alcune fonti, è probabile che furono lasciate libere.


Oltre al quartiere della Cabotina, che si trova fuori dalle mura ed era la zona più povera di Triora, frequentata principalmente da donne sole, prostitute, contadine, le quali furono tra le prime a essere coinvolte nel processo, i luoghi che secondo le dicerie venivano frequentati dalle streghe erano: Lagodégnu, fuori delle mura, memorabile ritrovo di streghe dove si trova un piccolo lago formato dalla cascata del rio Grugnarolo che s'immette nel torrente Argentina, crocevia di potenti energie sviluppate dalla presenza dei corsi d'acqua; Ciàn der préve, zona erbosa prospiciente il ponte medievale di Mauta; il pubblico lavatoio della Noce e la fontana di Campomavùe.


Ora le streghe a Triora non esistono più; rimane il ricordo di racconti fantastici popolati di incubi, ma restano soprattutto le lettere, i verbali di interrogatori e torture e le sentenze di condanna a morte di oltre quattrocento anni fa. Quelle pagine ingiallite dal tempo parlano di donne accusate delle colpe più orrende: l'infanticidio, l'accoppiamento carnale con il diavolo, l'inaridimento delle mammelle delle mucche e l'inacidimento del latte materno. Una bàgiua aveva provocato una tempesta talmente dannosa da compromettere definitivamente il raccolto delle vigne per almeno tre anni, un'altra ancora aveva confezionato un veleno, composto da cervello di gatto e sangue umano, facendolo ingerire mortalmente ad un cappellaio genovese. Talvolta, per guastare chi avesse loro arrecato qualche sgarbo, si trasformavano in gatti, intrufolandosi nelle abitazioni; non disdegnavano neppure di assumere le sembianze di un caprone, magari per volare all'isola della Gallinara. Per ricordare tutto questo, a Triora è stato istituito il Museo Etnografico e della Stregoneria, ideato dallo storico locale Padre Francesco Ferraironi e fortemente voluto da un gruppo di trioresi appassionati.



La magia e le streghe di Rifreddo


Rifreddo è un comune di poco più di mille abitanti della provincia di Cuneo, in Piemonte. Si trova in bassa Valle Po ai piedi del Monviso e del Monte Bracco. 
È stato teatro nel 1495 di un processo alle streghe di cui il comune custodisce ancora i verbali. 
Atti processuali di grandissimo valore dato che in Italia si contano sulle dita di una mano le testimonianze scritte delle vicende giudiziarie legate alla stregoneria. 
I cacciatori di presenze paranormali giurano che qui ancora aleggiano le anime delle donne torturate e condannate. 
In quell’anno alcune donne di Rifreddo e dell’adiacente paese di Gambasca finirono sotto accusa della Chiesa, rappresentata a Rifreddo dal monastero cistercense femminile locale. 
Fu su richiesta della badessa che venne inviato da Milano un inquisitore, Vito Beggiani, il quale doveva indagare sulla morte di un inserviente del convento. Scattò immediatamente la caccia alla strega, anzi alla masca, come viene chiamata nel luogo.


Caterina Bonivarda, di Gambasca, venne indicata come la presunta masca e pertanto messa a processo. Come spesso accadeva, anche altre donne a lei vicine (o presunte tali) vennero accusate con l’effetto domino tragicamente noto in epoca di Inquisizione. 
Nei documenti si possono leggere le deposizioni dei cittadini, incluse quelle del Tempus Gratiae, ovvero i giorni che l’inquisitore concedeva al popolo per portare la propria testimonianza e indicare eventuali streghe. Ma anche le versioni delle donne accusate, che finivano per ammettere i loro legami demoniaci e ogni genere di nefandezza dopo essere state imprigionate e torturate). 


A Rifreddo questo processo viene rievocato in un evento a tema che coinvolge l’intero paese, “Le notti delle streghe”. Si tiene la penultima domenica di Ottobre, ed è una manifestazione in cui da un lato si ripercorre questa oscura vicenda, dall’altro si omaggiano le donne vittime di tutti i processi inquisitori. 
L’evento prevede letture e ricostruzioni storiche, passeggiate e visite a tema, inclusa quella tra le rovine del monastero da cui tutto partì (e che fu teatro del processo stesso). 
Le notti delle streghe è stata insignita del riconoscimento di “Meraviglia Italiana”.


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