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Anziani lontani dalle urne? È la patria delle barzellette

La geniale trovata di Grillo? Una provocazione, certo, della quale la mente pensante dei pentastellati avrebbe potuto fare a meno. Anche perché, stando ai suoi parametri, avrebbe già dovuto smetterla da tempo di sparare stupidaggini


21/10/2019

di Sandro Vacchi


Non so voi, ma io a sedici anni ero un fessacchiotto ignorante e presuntuosetto, in Romagna definito “pataca”, con tre soli interessi: calcio, donn e mutor (non occorre traduzione). 
Non che sia molto migliorato, nei numerosi anni trascorsi da allora, però qualcosa ho combinato, qualche esperienza ho accumulato, qualche libro ho letto, qualcuno ho intervistato, e mi sono reso conto di quanto sbagliassi a ritenere dei poveri rincoglioniti tutti coloro che avevano superato la quarantina. 
In piazza San Giovanni a Roma sabato 19 ottobre, alla manifestazione del centro-destra, è stato intervistato un signore tra la folla, poteva essere oltre la sessantina. «Perché sono qui? Perché pago le tasse, ma non mi fanno votare». 
Ecco, quando un sedicenne qualsiasi esprimerà un concetto nella stessa maniera sintetica e allo stesso tempo efficace, distillato di anni di lavoro, di studio, di successi e di cadute, allora potrei anche considerare che i postadolescenti contemporanei possano essere meno superficiali, meno supponenti, più studiosi e intelligenti di quanto fossimo noi, o almeno io. 
Fino a quel momento riterrò proprio l'esatto contrario. A meno che tutti i sedicenni di oggi non vengano considerati, solamente in virtù dell'anagrafe, dei fenomeni, dei geni, degli “influencer”, come si dice, solo perché una ventriloqua svedese sedicenne è stata trasformata, da qualche adulto con l'occhio lungo, in un fenomeno da baraccone da mandare per il mondo a predicare il verbo ecobuonista. 
Paghiamo le tasse, ma non ci fanno votare: né per il presidente della Repubblica, né sull'adesione all'euro e all'Unione europea, nemmeno più per un nuovo governo quando cade quello precedente. Così assistiamo a un caso unico in Occidente, quello del presidente del consiglio di un governo di centro-destra che, nel bel mezzo dell'estate, invece di fare un tuffo in mare si tuffa a corpo morto a guidare il governo più di sinistra che si sia mai visto, sinistro anche nei propositi. Come se Mussolini, dopo vent'anni abbondanti da duce del fascismo, nel 1943 non si fosse installato a Salò, ma nel Triangolo rosso a guidare i partigiani. 
La domanda è: i sedicenni pagano le tasse? Non sono nemmeno maggiorenni, se i genitori cambiano città o nazione devono seguirli, c'è una cosetta che si chiama patria potestà, non possono nemmeno sposarsi senza una dispensa. Esperienza? Zero. Senso di responsabilità? Quasi zero. Sanno cos'è il Parlamento, l'Europa, la guerra, il femminismo, il Sessantotto, il terrorismo, Mani Pulite, il divorzio, l'aborto, la Borsa, lo spread... Col tubo! Eppure c'è chi vorrebbe dar loro il diritto di voto (i grillini), togliendolo nel contempo agli anziani (Beppe Grillo). Età dell'anzianità da definire, comunque il comico ha 71 anni e probabilmente è da considerare anziano, quindi da escludere dalle urne. 
Grillo è la mente pensante di uno dei due maggiori partiti di governo, ma la sua proposta di eliminazione elettorale degli anziani non ha trovato la netta opposizione degli alleati piddini i quali, anzi, hanno detto che ci si può ragionare. Ragionare? Beh, un partito che si vanta di aver eliminato la povertà, come i Cinque Stelle, può sostenere di tutto: fra di loro alberga chi ritiene che la Terra sia piatta, che l'uomo non abbia mai messo piede sulla Luna, che il Cile e l'Argentina siano la stessa cosa e che esistano trafori alpini dove non c'è nemmeno un buchetto nella roccia. Hanno pensato perfino di risolvere i problemi del Sud con il reddito di cittadinanza, ed è tutto dire. 
Non ci crederete, ma non sono scemi del tutto. Il loro elettorato è prevalentemente giovane, nullafacente, nullastudiante, di nulla esperto. I vecchi, invece? Quelli di sinistra votano PD, partito alleato ma chi se ne frega; quelli di destra stanno invece con il sempiterno Berlusconi, con la Meloni che ha ancora la Fiamma nel simbolo, soprattutto con Salvini che per un momento è sembrato sul punto di ribaltare l'Italia. 
Si dà anche il caso che ogni cento giovani ci siano 173 anziani. Bene, che cosa fa un Paese che invecchia? Non fa più votare chi è vecchio. Geniale, non trovate? Gli anziani non avrebbero più diritto di parola sulle proprie pensioni, sull'assistenza, sui servizi, sui trasporti, nell'ipotesi che tutto sia invece dovuto ai giovani. Il nonno? Che crepi pure. Un esperimento di eutanasia sociale che gli antropologi di tutto il mondo accorrerebbero a studiare da noi, a imitazione di Claude Levi Strauss con gli indios dell'Amazzonia. 
Tempo addietro c'era chi sosteneva che i voti si pesano, non si contano. Uno era Enrico Cuccia, ma parlava di voti nelle assemblee societarie, cose di Borsa e di finanza; un altro fu Giorgio Napolitano, in occasione di una tornata elettorale sfavorevole alla sinistra. Più di recente, sempre da quelle parti, ci fu chi, scandalizzato dalla caterva di voti incassati dalla Lega, sottolineò - sbagliando – l'esiguità dei titoli di studio di quei votanti, che in seguito si acclarò che sono più elevati di quelli dei censori, e qualche sincero democratico saltò su a proporre di far votare solamente chi avesse un titolo di studio semi elevato. 
Un ritorno indietro di cento e passa anni, quando poteva votare solamente chi era in grado di scrivere, o disponeva di un certo reddito, o non era donna. Poi il PD dà dei reazionari agli altri. D'altronde, cosa c'è da aspettarsi se la signorina Boschi, figura di punta di quel partito fino a metà estate, oggi dice che è il partito delle tasse? Perché, quando c'era lei? E non ho voglia né spazio di tornare sui milioni di insulti che si sono scambiati per anni con i Cinque Stelle prima di diventarne amiconi e alleati di governo. 
Adesso litigano: in fondo dal matrimonio è passato molto tempo, un mese! Gigi Di Maio contesta misure penalizzanti per i commercianti, come le commissioni bancarie sulle carte di credito. Dall'altra parte, il micro partito di Matteo Renzi (micro ma molto rognoso) vede come il fumi negli occhi quota 100 sulle pensioni, misura salviniana quindi per definizione da massacrare. In mezzo c'è Giuseppe Conte, il più grande acrobata di tutti i tempi, il quale comincia forse a sentire puzza di bruciato: le prime crepe già si vedono, qualcuno lavora attorno alla sua poltrona. 
Non solamente Di Maio e Renzi, ma soprattutto la corazzata Salvini. A Roma per la ricongiunzione del centro-destra ha parlato addirittura di atto fondativo per la riconquista del potere. «Questa è la piazza dei bimbi, dei papà e dei nonni, che sono più svegli di Beppe Grillo», ha esclamato. Il vecchio Berlusca sembrava ringiovanito come al tempo del bunga bunga, e ha dato “l'avviso di sfratto al governo delle manette, delle tasse e delle finte sinistre”. Giorgia Meloni li mette in riga, vista l'assurda e imprevedibile alleanza di un anno e mezzo fa tra Salvini e Di Maio e ha chiesto un impegno una volta per tutte a non mettersi mai con il PD e nemmeno con i Cinque Stelle. 
Salvini sorrideva: Renzi non è più del PD e finge di stare nello stesso governo con i grillini. Visto lo scontro quasi fraterno fra i due Mattei da Bruno Vespa, volete vedere che gli acerrimi nemici faranno prima o poi come Rocky e Apollo Cread? Fossi nel Ruspa mi fiderei più di una peripatetica rumena, ma il Rottamatore ha appena un settimo dei suoi voti, secondo i sondaggi. Comunque Salvini dovrebbe aver imparato a non dare eccessivo credito ai sondaggi, dopo lo scherzo che si è fatto da solo in agosto. 
Fra “Giuseppi” Conte e i grillini il clima è gelido: il primo non ha un partito, i secondi stanno svaporando dopo aver annunciato, senza vergogna, che hanno fatto la giravolta solo per ragioni di poltrone, e la migrazione di diversi loro parlamentari sta a testimoniare l'“amore” degli adepti per la causa. 
Il PD, seconda gamba del governo in carica, ha a sua volta problemi di tenuta. Dopo aver perduto l'ala sinistra di D'Alema e Bersani, si è ritrovato in casa la più inimmaginabile delle quinte colonne: Renzi, nientemeno che ex segretario del partito, che aveva portato al 40 per cento alle penultime elezioni europee. 
Si era montato la testa, come il suo omonimo milanese due mesi fa, e come lui era finito in panchina. Ritirarsi dalla politica come aveva promesso? Col cavolo! Uno così non te lo togli mai di torno. Ne sapeva qualcosa Enrico Letta, ha imparato a conoscerlo anche il povero Nicola Zingaretti, che i casi non li risolve, al contrario del fratello commissario Montalbano, ma piuttosto li subisce. Renzi prima ha trattato invece di lui per il governo-capriola con i grillini. Il segretario si è sentito scavalcato come una persona normale? Nemmeno per sogno, perché chi governava le redini del partito era Renzi con i fedelissimi residuati della sua segreteria. Ha quindi abbozzato, mentre il Fiorentino faceva il bello e il cattivo tempo, mettendo insieme con lo scotch il governo Conte 2, ma lui rimaneva fuori dall'esecutivo. Chissà perché, si domandavano gli ingenui. La risposta è arrivata un mese più tardi, quando Renzi si è fatto il proprio, di partito. 
Capito? Prima spinge la sua vecchia famiglia fra le braccia dei Cinque Stelle, e viceversa, poi si mette in proprio, sfilando al PD un pacchetto di parlamentari, comprese due ministre, e soprattutto un tesoretto di voti. Così, mentre il secondo e il terzo partito in classifica sono in crisi per una serie di motivi, l'ultimo nato (Italia Viva di Renzi) diventa l'ago della bilancia pur valendo meno di Forza Italia, ma pronto a giocare la partita con il primo della classifica, la Lega di Salvini. Non ci sarebbe partita? Può darsi, ma fossi in Salvini indosserei mutande di amianto. 
In Italia esiste una classe media che, dopo essere stata per trent'anni protagonista del miracolo economico, oggi è in assoluta disgrazia. Scaricata dal PD, divenuto il partito delle élite e dei quartieri alti, ha cercato sponde in Forza Italia per essere difesa dai grillini giustizialisti, manettari e tassatori. Esattamente 39 anni fa a Torino sfilarono i quarantamila colletti bianchi, il ceto medio. 
Oggi le partite Iva, gli impiegati, gli autonomi, i commercianti non sanno più a quale santo votarsi e quale partito votare, quando si vota: il partito delle astensioni lo dimostra, è il primo in assoluto in questo Paese senza prospettive e con un incertissimo futuro. In piazza a Roma un artigiano piangeva, ricordando come, ormai costretto a pagare il 70 per cento di tasse, presto chiuderà bottega. 
Salvini scalpita: «Vinciamo in nove regioni e mandiamo a casa il duo Sciagura», proclama. Ammette però che nel frattempo, prima della conquista di Palazzo Chigi, si dovrà studiare e valutare: i rapporti con l'Europa, la politica economica, le relazioni internazionali, quelle con gli industriali. 
In attesa di fare una vera flat tax, di chiudere di nuovo i porti all'immigrazione clandestina e a quella appoggiata dall'Unione Europea, dell'autonomia delle regioni, dell'elezione diretta del presidente della Repubblica, le prossime elezioni regionali diranno se il centro-destra ristrutturato sarà in grado di far saltare il banco e di farlo da solo. C'è chi punta su una mezza vittoria dei “nemici” e una mezza sconfitta degli “alleati”: si chiama Matteo e sta sempre sereno. 

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