Share |

Aporofobia: la nuova frontiera del politicamente corretto

Il graffiante pensiero di un fiero oppositore del globalismo, delle politiche pauperistiche e dell'accoglienza ad ogni costo


15/01/2018

di Renato Cristin*


In chiusura d’anno, la fondazione del Banco Bilbao Vizcaya, una delle più potenti banche spagnole, la prima per capitalizzazione, ha scelto come parola rappresentativa del 2017 il concetto di aporofobia, con cui si designa l’avversione nei confronti dei poveri. Con questo termine si vorrebbe esprimere una realtà (una presunta diffusione in Europa dell’ostilità verso i poveri) e al tempo stesso un appello a una nuova consapevolezza, che cioè questo supposto odio debba essere trasformato in amore.  Ora, che una banca protegga i più svantaggiati è lodevole e non è nemmeno inedito (si pensi solo a quanto nel XVI secolo i banchieri Fugger fecero ad Augsburg per i poveri), ma se, come in questo caso, lo sforzo è tutto ideologico e teso a mostrare, sofisticamente, come i buoni amino la povertà e i cattivi invece la avversino, allora la questione assume immediatamente tinta e valenza politica. Accade dunque, quando una banca vuole allinearsi servilmente al politicamente corretto, che i principi etici vengano sorpassati dalle convenienze ideologiche. Impressiona, sul piano della dottrina economica, il cinismo con cui, pur di compiacere la vulgata dominante, si rinnegano i fondamenti teorici del capitalismo, sia finanziario sia produttivo, in base ai quali solo la creazione di ricchezza può sollevare dalla condizione di povertà. 
In piena sintonia con una tendenza in ascesa negli ambienti politici e culturali della sinistra più o meno estrema, il concetto di aporofobia marca la linea sulla quale si è attestata la loro avanguardia: la critica della società tradizionale, che si dispiega oggi con l’attacco a chi ne difende l’identità contro la nullificazione, va sostenuta contrapponendo all’opulenza la povertà, creando cioè artificiosamente un conflitto fra ricchi e poveri, trascurando del tutto l’esistenza della classe media. Ma, come tutte le costruzioni ideologiche, anche questo scenario è irrealistico, strumentale e in sé contraddittorio. Infatti, non solo è impossibile definire con precisione gli statuti della ricchezza e della povertà nelle sempre più complesse e caotiche società occidentali e in quelle diversamente caotiche delle altre aree geopolitiche, ma è anche capzioso insinuare, come appunto fanno i teorici dell’aporofobia, che i difensori dell’identità odierebbero i poveri, perché in essi vedono le orde di migranti che invadono i loro territori. 
La tesi propugnata da Adela Cortina, docente all’Università di Valencia e confezionatrice della teoria fondata sul concetto di aporofobia, dice infatti che gli europei combattono l’invasione afro-islamica non perché essa li metta realmente in pericolo, ma perché si sentono minacciati nelle loro ricchezze e nelle loro certezze. Ricchi contro poveri, e viceversa: uno scenario creato per dissimulare la vera posta in gioco di questa epoca, cioè la trasformazione dell’Europa, del suo territorio e della sua identità, in uno spazio neutro e pronto a diventare altro. E’ questo l’obiettivo di ampi ed eterogenei settori della scena politica mondiale, per il cui conseguimento viene utilizzata tutta la potenza di persuasione e di intimidazione di cui quegli attori sono capaci. 
Il termine aporofobia rappresenta dunque la nuova frontiera del politicamente corretto: accanto alla già nutrita e variopinta serie dei capi d’imputazione (tra cui: razzismo, xenofobia e islamofobia come sua variante religioso-culturale), viene catalogata ora anche l’accusa di avversione o, con sfumatura più aggressiva, di «odio» verso la povertà. Ora, è discutibile che aporofobia significhi soltanto insofferenza nei confronti della povertà, perché il termine greco aporos indica anche una condizione di paralisi dovuta all’eccesso di tracotanza, ma senza scomodare Sofocle e il secondo coro dell’Antigone e senza addentrarci quindi in un’esegesi che ci mostrerebbe significati diversi, accettiamo la sfida teorica. 
Intorno alla questione dell’impoverimento, la sinistra, soprattutto quella cattolica, sta giocando una partita ambigua e incendiaria, nella quale la povertà viene usata opportunisticamente per un obiettivo obliquo, che non pensa a debellarla ma, pur di sconfiggere l’avversario politico, vorrebbe ampliarne i confini fattuali e il registro concettuale. La trasformazione della povertà in «luogo teologico» è un esito che risale già agli anni Settanta e agli sviluppi della teologia della liberazione, e che è stato oggi rilanciato nella forma più risoluta dal pontificato di papa Bergoglio, che ha dislocato quella prospettiva sulla scala europea, attribuendole, con una forzatura che i suoi predecessori avevano invece accuratamente evitato, valore centrale per la dottrina sociale della Chiesa. Il pauperismo è un’opzione teologica che, diventata posizione politica e scelta sociale, si salda oggi con gli sparpagliati fili del terzomondismo neocomunista, i quali a loro volta si aggregano intorno a questo nuovo movimento e al loro leader spirituale. In questa prospettiva, la cosiddetta «opzione per i poveri», che oggi è assurta a canone dell’azione pontificale, non è una teoria per sconfiggere la miseria attraverso la produzione di ricchezza, ma una riprovazione, se non addirittura una condanna del benessere in favore di una povertà diffusa. 
Gli ideologi della nuova sinistra mondiale si sono appropriati di questa opzione, ma anziché chiedersi come, concretamente e quindi in una chiave economica realistica, si possa alleviare una piaga, quella della povertà, che chiaramente avvilisce la società per intero, si ingegnano a sfornare slogan e ad aggredire l’avversario in qualsiasi forma purché faccia male. Quel fallace sillogismo diventa quindi sentenza teologico-politica: se chi è di sinistra ama i poveri e quindi è buono, chi non lo è non li amerebbe e quindi sarebbe cattivo. Da qui si arriva a una falsificazione a cui nemmeno un bambino potrebbe credere: solo da sinistra ci si preoccupa dei poveri, mentre da destra ci sarebbe soltanto repulsione. Ne consegue il ricatto psico-morale, tipico della violenza subliminale del politicamente corretto: se volete essere ritenuti buoni, dovete stare dalla parte dei poveri, e per farlo dovete necessariamente stare a sinistra. Secondo questa logica, chi non ci sta, va denunciato come nemico dei poveri e quindi xenofobo, razzista di nuova specie. Doversi occupare di questi sofismi che umiliano sia il pensiero sia la prassi è mortificante, tuttavia è necessario farlo per evitare il rischio che questo bacillo ideologico si propaghi fino a contagiare anche idee e persone che si collocano a centrodestra.

* "La Verità"

(riproduzione riservata)