Share |

ArcelorMittal senza pace, in arrivo altri 3.300 esuberi

L’emergenza Coronavirus fa saltare gli accordi presi aumentando i licenziamenti e ritardando gli investimenti


08/06/2020

di Damiano Pignalosa


Una storia lunga e controversa quella dello stabilimento produttivo di Taranto, ex fiore all’occhiello italiano della produzione di acciaio. È di questi giorni la notizia che riguarda ArcelorMittal Italia, la quale ha presentato ai ministeri dell'Economia, dello Sviluppo economico e del Lavoro il nuovo piano industriale, che prevede 3.300 esuberi già nel 2020 e il rinvio del rifacimento dell’Altoforno 5.
Nasce nel 1947 come Sidercomit guidata dallo Stato con una forza lavoro che si attestava circa sulle 60.000 unità, grazie all’acquisizione e gestione da parte della famiglia Riva nel 1993 parte l’era Ilva che si conclude poi nel 2018 con il subentro proprio di ArcelorMittal che tra poche luci e molte ombre continua la sua campagna di riduzione del personale e della produzione.
«Come sempre siamo gli ultimi a conoscere i contenuti dei piani industriali ma i primi a pagarne il conto - afferma il segretario della Fim-Cisl, Marco Bentivogli -. Stando alle indiscrezioni, il piano presentato non sarebbe lontano dall’accordo raggiunto a marzo scorso al Tribunale di Milano, quando si chiuse il contenzioso tra Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal. Un accordo, questo, mai concordato con il sindacato a marzo e che prevede di risalire nel 2025 alla produzione di 8 milioni di tonnellate da farsi anche attraverso forno elettrico, e non solo altoforno. Non sono accettabili gli esuberi dichiarati intorno alle 3.300 unità e una produzione che si assesterebbe intorno ai 6 milioni di tonnellate annue». Secondo Bentivogli, «ArcelorMittal avrebbe fatto presente che lo scenario, rispetto all’accordo di marzo, è profondamente cambiato a causa del lockdown. Ottimo alibi per ritardare ancora la ripartenza dell'’Altoforno 5 e continuare a smantellare lo stabilimento e a non proseguire le opere ambientali».
Dopo aver subito una vera e propria devastazione ambientale (il tasso di tumori nel tarantino è tra i più alti d’Italia, ndr), la città deve lottare ancora una volta con l’emergenza lavoro e a farne le spese sono tutte quelle famiglie che già da tempo sono in attesa di risposte concrete e sostegno economico. In questi anni tutti hanno provato - a colpi di decreto - a bilanciare diritto alla salute e salvaguardia del lavoro in una fabbrica che secondo quanto accertato dai periti dei tribunali ha prodotto "malattia e morte" con le emissioni nocive e con impianti vecchi e non sicuri per gli operai. Gli esecutivi hanno provato di tutto: un garante, un amministratore straordinario, tre commissari, ma l’acciaieria più grande e velenosa d’Europa è ancora la cartina al tornasole di promesse non mantenute.
Quando si parla di uno stabilimento industriale generalmente si pensa a vari capannoni distribuiti in una zona ben precisa. Per capire l’importanza e l’impatto che l’ex Ilva ha sul territorio bisogna pensare che l’intero stabilimento è addirittura più grande della stessa Taranto, infatti all’interno ritroviamo strade, semafori, ferrovie, porti d’attracco ecc… ecc... Una riconversione e ammodernamento delle strutture con il rientro nei parametri ambientali e la bonifica delle aree circostanti è l’unica strada percorribile per procedere con la produzione ma con uno sguardo alla sostenibilità. Se da una parte i 10.700 lavoratori sono preoccupati del loro futuro, dall’altra c’è una città intera che non vuole più prestare il fianco al cancro che si è impossessato di tutta la zona. Le promesse e le chiacchiere stanno a zero, ci vogliono forti investimenti e una risposta sicura e sincera sul futuro dell’ex perla dell’acciaio europeo altrimenti si potrà dire la parola fine a questa diatriba inconsistente che sembra infinita. 

(riproduzione riservata)