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Ascesa, caduta, contraddizioni e ideologia del partito comunista

La sua parabola - secondo A. James McAdams - può essere letta attraverso il ruolo dei leader che lo usarono per conquistare le masse e trasformare la società, ma anche per giustificare crimini e azioni disumane


20/01/2020

di Giambattista Pepi


Il partito comunista, ideologicamente e storicamente, è un partito politico che si propone l’obiettivo di superare l’attuale società capitalista sostituendola con una società socialista. Non attraverso gli strumenti della democrazia, bensì mediante un atto di forza (una rivoluzione, un colpo di Stato) per sostituire il dominio della borghesia con una dittatura socialista del proletariato, cui avrebbe fatto seguito la realizzazione di una società comunista priva di classi portando all’estinzione dello Stato. 
Questo in teoria, ma nei fatti le cose sono andate diversamente: nei Paesi infatti in cui il partito comunista ha conquistato il potere, non si costituì affatto una dittatura della maggioranza oppressa, che anzi non ebbe alcun ruolo, ma fu il partito (il leader, i dirigenti, i funzionari) ad imporre una dittatura sulla società nel suo complesso. 
Esiste una vastissima letteratura realizzata da scienziati e storici politici sui partiti comunisti che si sono ispirati al pensiero filosofico ottocentesco: sia di matrice marxista (riferibile cioè al filosofo tedesco Karl Marx che teorizzò il socialismo scientifico in contrapposizione con quello utopistico di matrice francese e inglese), sia di matrice libertaria (elaborato dall’anarchico Michail Bakunin), e alle successive correnti novecentesche, soprattutto trotzkisti, leninisti, e maoisti, ma manca uno studio esaustivo sul partito comunista nel suo insieme, pur essendo stato nel XX secolo una delle istituzioni più influenti nel mondo. 
Questa lacuna nella letteratura storica viene ora colmata dal libro L’avanguardia della rivoluzione. L’idea globale del Partito Comunista (Le Monnier, pagg. 555, euro 38,00) di A. James McAdams, tradotto dall’inglese da Michele Cento e Jacopo Buonasera. 
Ci fu un’epoca - il XX secolo - in cui i partiti comunisti erano ovunque. Quando Michail Gorbaciov salì al potere nell’Unione Sovietica nel 1985, i membri del Pcus (il Partito comunista dell’Unione Sovietica) potevano legittimamente ritenersi parte di un’istituzione globale. Dei 162 Stati che il mondo contava quell’anno, 24 errano governati da partiti comunisti. Nello stesso anno, circa il 38% della popolazione mondiale viveva sotto regimi comunisti (1,67 miliardi di persone su un totale di 4,4 miliardi). 
E oggi che cosa ne è stato del partito comunista? Com’è stato possibile che un’istituzione che ha lasciato nel mondo un’impronta così profonda sia stata in realtà assai lontana dall’immagine che ne avevano dato i suoi fondatori e, ciononostante, sia stata in grado di svilupparsi e diffondersi? 
“L’idea da cui il partito comunista aveva preso origine era attraente - spiega l’autore docente di Politica comparata e Teoria politica - perché forniva un senso di comunità e di appartenenza in tempi in cui le relazioni umane erano recise dalle turbolenze sociali. In cambio del privilegio di far parte di esso, i membri del partito erano disposti erano disposti a sacrificare la loro individualità - la loro libertà, i loro bisogni - all’impresa collettiva di tracciare il sentiero per giungere a una società giusta”. 
La loro fede nel carattere inevitabile della rivoluzione, così come la volontà di subordinare i propri interessi privati al bene comune, si basavano sul presupposto che nessuno avrebbe abusato delle proprie posizioni di potere. 
Ma quella che si sentiva investita di un ruolo storico, l’avanguardia rivoluzionaria, abusò del potere di cui godette (dittatura del partito) e si arrogò il diritto di commettere le più gravi turpitudini nei confronti proprio delle masse che avrebbero dovuto rappresentare e far ascendere al potere – secondo il pensiero e la profezia di Marx e le dichiarazioni dei leader che vi si ispirarono come Lenin, Stalin, Mao, Castro, PolPot ed altri – al fine di realizzare una società di uomini liberi ed uguali. 
Negli anni Settanta del Novecento il regime sovietico e gran parte dei suoi alleati dell’Europa orientale adottò una forma più blanda della dittatura del partito nella speranza di poter rinnovare la fiducia dei militanti nelle decisioni dei leader. Ma era ormai troppo tardi. In quasi tutti i paesi del mondo il vento che aveva gonfiato la bandiera del comunismo, cessò di soffiare e il sogno della palingenesi rivoluzionaria svanì di fronte alla realtà di regimi dispotici e illiberali, che avevano oppresso i popoli, non li avevano liberati, né fatti progredire.  
“Con un sospiro - conclude l’autore - invece che con un atto di sfida violento, il partito comunista soccombette alle proprie ormai antiche contraddizioni quando i suoi sostenitori persero sia la volontà di combattere per la sua causa, sia la convinzione che esso, volto ad assicurare il bene comune, fosse uno strumento da difendere sul piano morale”.

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