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Attenzione, arriva Sara, la poliziotta invisibile dal misterioso passato

A proporla, protagonista di una nuova serie, è la mano calda di Maurizio de Giovanni. Nel mirino anche gli incubi di S.L. Grey e il “passato” di Santiago Posteguillo


11/06/2018

di Mauro Castelli


La sbrigliata e irriverente fantasia di Maurizio de Giovanni fatica a trovare barriere. Così, dopo aver dato voce alla serie legata a I bastardi di Pizzofalcone; dopo aver intrigato con Luigi Alfredo Ricciardi (il malinconico commissario messo in scena a più riprese nella Napoli degli anni Trenta); dopo aver dato la stura, con I guardiani, a quella che sarà una trilogia già proiettata verso il piccolo schermo e incentrata su un viaggio che partendo dal “paranormale approderà alla fantascienza in una sorta di X-Files”; dopo essersi allargato al mondo teatrale; dopo aver percorso in lungo e in largo il mondo del calcio e della tifoseria (quella che vede al centro dei suoi pensieri tinti di azzurro il Napoli) eccolo farsi portatore di una nuova intrigante proposta: ovvero una nuova serie di noir imbastita su una anomala quanto intrigante figura. 
Quella di Sara, scherzosamente la Mora per l’amica che lei chiamava a sua volta la Bionda, due ragazze diverse come il giorno e la notte sia nel fisico che nel carattere; una poliziotta in pensione dal burrascoso quanto misterioso passato trascorso nei servizi segreti, che impariamo a conoscere nel suo ultimo romanzo, appunto Sara al tramonto (Rizzoli, pagg. 360, euro 19,00). Un personaggio attinto dalla fugace visione di “una misteriosa signora dai capelli grigi, e dal volto bellissimo anche senza trucco, in sosta sotto la pioggia nella via dove abito”. Con tanto di ringraziamenti al seguito a questa signora, “pur non sapendo nulla di lei”. Né lei di lui, c’è da ritenere. 
Il tutto a fronte di un lavoro dove l’autore (“Scrivo per alleggerirmi del fango che inzuppa il nostro quotidiano”, ha avuto modo di precisare recentemente) approfondisce i temi dell’amore, dell’amicizia e, ci mancherebbe, del dolore. All’insegna di quel coraggio, di quella forza e di quella dolce determinazione che sono necessarie per affrontare la vita, qualità che lui “non possiede, ma che sono di proprietà della meravigliosa Paola”. Ovvero la sua preziosa compagna di vita e di lavoro. 
Ma c’è un’altra tematica trattata in punta di penna: quella dell’adolescenza, “l’età in cui si entra nella dimensione del tempo, anche se i bambini fanno presto a dimenticare. Benché qualche rimasuglio di ricordi da qualche parte del nostro cervello continui a tenere banco, magari segnando o influenzando certi comportamenti”. 
Insomma, ancora una volta de Giovanni - collezionista di premi come il Viareggio e il Scerbanenco, oltre che penna tradotta in una ventina di Paesi - non manca di centrare il bersaglio. E lo fa attraverso un personaggio che lascerà il segno: quello di Sara, la donna invisibile (Niente che mi riguardi è ufficiale. Io non sono con lei in questo momento, non ci siamo mai visti. In realtà non esisto), che dal suo archivio nascosto “in una Napoli periferica e lunare” ci trascina nel luogo in cui tutti vorremmo essere: in fondo al nostro cuore, anche quando è nero. 
Sì, perché Sara non vuole esistere. Il suo dono è l’invisibilità (prerogativa legata al fatto di aver perso tutto, persino l’interesse per la vita: per questo non si trucca, non porta vestiti alla moda, indossa scarpe basse e non si tinge i capelli), mentre il suo talento è quello di saper leggere le labbra, per cui può a distanza ricostruire dialoghi tra sconosciuti e rubare segreti alle persone. Perché, nel tempo, ha sviluppato la capacità dell’ascolto, che ai più “sembra un superpotere, ma che in realtà - annota de Giovanni - è soltanto un guardare alla sostanza delle cose”. 
Lei che si crogiola nei suoi capelli grigi e nell’anonimato in cui si è chiusa; lei che per amore ha lasciato tutto, marito e figlio, seguendo l’unico uomo capace di farla sentire viva. Ma non si è mai pentita di nulla e rivendica ogni sua scelta. Lei poliziotta in pensione, che ha lavorato in un’unità legata ai Servizi, impegnata in intercettazioni non autorizzate. 
Nemmeno a ricordarlo, “il tempo le è scivolato fra le dita mentre ascoltava le storie degli altri. E adesso che Viola, la compagna del figlio morto, la sta per rendere nonna, il destino le presenta un nuovo caso. Anche se è fuori dal giro, una vecchia collega che ben conosce la sue qualità, la spinge a indagare su un omicidio già risolto. Così Sara, che non si fida mai delle verità più ovvie, torna in azione, in compagnia di Davide Pardo, uno sbirro stropicciato che si ritrova accanto per caso; un ispettore grossolano quanto sfortunato in amore che vive con un cane enorme e che si è già occupato del caso. All’inizio Sara lo snobba, ma si capisce subito che la loro collaborazione è destinata a durare. Avvalendosi anche del contributo inatteso di Viola, la fotografa che ogni sera incontra su una panchina. Con la quale finisce per condividere dettagli di vita e di lavoro. Risultato? Grazie agli sforzi congiunti di questo strano terzetto un innocente ritroverà la libertà. 
Il giudizio? Certamente positivo, soprattutto per quanto riguarda la capacità di de Giovanni di trascinare il lettore fra le pieghe del processo investigativo, dando spazio e voce adeguata ai personaggi. Fermo restando, per contro, il suggerimento a una più accurata elaborazione della storia, in alcuni casi (forse ci sbagliamo) segnata da una eccessiva fretta narrativa. Ma l’idea è buona e Sara si propone come una protagonista vincente, che merita di essere riproposta. 
Detto questo, repetita iuvant, ricordiamo che Maurizio de Giovanni è nato a Napoli il 31 marzo 1958, città dove vive e lavora. Lui che sin da ragazzo amava “la letteratura popolare, con un debole dichiarato per la fanta-archeologia di Peter Kolosimo, Philip Dick e Isaac Asimov”; lui con il mito ancora in testa del primo libro letto, Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, un romanzo impregnato di vendetta e sofferenza che ancora oggi ogni tanto rilegge per “scoprirne nuove angolature”. 
Lui che aveva iniziato la carriera di scrittore partecipando a un concorso, peraltro vinto, indetto da Porsche Italia e riservato a giallisti emergenti, con un racconto ambientato nella Napoli degli anni Trenta e intitolato I vivi e i morti. Un racconto che nel 2006 sarebbe stato alla base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, riproposto l’anno dopo sotto il titolo Il senso del dolore. Il protagonista? L’azzeccato commissario Ricciardi, che sinora ha tenuto banco in undici romanzi e con il dodicesimo sulla rampa di lancio. Un passaggio, quello appena ricordato, che avrebbe rappresentato l’inizio di una formidabile carriera.

Da Napoli alla Ville Lumière, narrativamente parlando, il passo è breve. Così eccoci a parlare di un inquietante romanzo, Una casa a Parigi (pagg. 302, euro 17,00, traduzione di Davide Musso), proposto da DeA Planeta e scritto da S.L. Grey, nom de plume dietro al quale si nascondini due affiatati autori che, da diversi anni, lavorano a quattro mani: ovvero la romanziera e sceneggiatrice Sarah Lotz di stanza a Città del Capo (una penna appassionata di storie di zombi, che fa vivere in una serie di libri per ragazzi scritti con la figlia Savannah Lotz sotto lo pseudonimo di Lily Herne) e l’editor, con un passato da libraio e una specializzazione in letteratura vampiresca, Louis Greenberg, che  invece vive a Johannesburg. E il cui sodalizio, nato dopo un casuale incontro a un seminario di letteratura noir, ha fruttato diversi lavori, peraltro tradotti in tredici Paesi, che hanno richiamato l’attenzione del piccolo e grande schermo, con adattamenti in corso sia per l’uno che per l’altro. 
A reggere la trama è una vacanza che potrebbe trasformarsi in incubo nella meravigliosa Parigi, frutto di una specie di compromesso fra un matrimonio in crisi e un trauma da dimenticare. Un contesto difficile che spinge una coppia sudafricana alla deriva a cercare l’evasione sotto la Tour Eiffel, nel difficile tentativo di rimettere in sesto le cose. 
È così che “Mark e Stephanie, affidata la figlioletta ai nonni, partono da Cape Town alla volta della capitale francese, decisi a concedersi una settimana romanticamente perfetta tra pittoreschi bistrot e passeggiate mano nella mano. Ma il delizioso nido d’amore promesso dal sito di scambi d’appartamento si rivela molto diverso dalle aspettative; e mentre nulla tra Mark e Steph sembra andare per il verso giusto, a Cape Town non c’è traccia della misteriosa famiglia che avrebbe dovuto installarsi nella villetta dei due. A questo punto la vacanza perfetta prende i colori dell’incubo, e il sospetto che qualcosa di oscuro possa nascondersi dietro l’intera vicenda si fa strada nella mente di Steph e del lettore. Ma la chiave di tutto, forse, va cercata nel passato di Mark. Perché non c’è oscurità più terribile di quella che ci portiamo dentro”. 
In buona sostanza gli autori ci propongono la storia straniante di una coppia “tormentata dal peso di colpe inconfessabili”, dando voce a un graffiante thriller psicologico giocato sul filo della paranoia, dei colpi di scena e della paura. Una storia che corre a cento all’ora, di quelle che piacciono tanto a Steven Spielberg: il quale l’ha opzionato - una specie di ciliegina sulla torta - con l’intenzione di trasformarla in film.

Proseguiamo e concludiamo. Raccontare la Storia non è mai semplice, e per diversi motivi. Intanto perché bisogna conoscerla a fondo, e questo richiede grande impegno nella ricerca, nella consultazione di testi, nella conoscenza approfondita degli argomenti che si vogliono trattare. In Italia sulla cattedra di settore troviamo da anni Valerio Massimo Manfredi il quale, grazie a quel suo proporsi smaliziato e furbetto sul piccolo schermo, si è creato il personaggio e tutto quello che tocca sembra diventare oro. In Spagna, per contro, a tenere banco è un altro numero uno, Santiago Posteguillo, una mano calda capace di dare voce a personaggi indimenticabili, proiettandoli nel bel mezzo di coinvolgenti battaglie, di congiure e retroscena politici, facendo peraltro leva su corruzione, false accuse e, ci mancherebbe, anche problemi di cuore. Insomma, veri e propri romanzi da leggere come storie di guerra e di avventura. 
Già, Posteguillo, nato a Valencia nel 1967, sposato e con una figlia, filologo e linguista, nonché docente di Letteratura inglese presso l’università Jaume I di Castellón de la Plana, centro all’avanguardia nelle tecnologie dell’informazione. Lui che ha studiato scrittura creativa presso l’ateneo di Denison, a Granville nell’Ohio, nonché linguistica e traduzione in Gran Bretagna. Lui che durante l’adolescenza aveva coltivato un certo interesse per la narrativa thriller, salvo poi rimanere folgorato dalle vicende dell’antica Roma dopo aver visitato, quand’era ancora piccoletto, la capitale italiana. Lui che è stato tradotto in diversi Paesi e che, soltanto in Spagna, ha venduto un milione e passa di copie. 
Lui che, sempre per i tipi della Piemme, torna sui nostri scaffali con Il tradimento di Roma (pagg. 524, euro 22,00, traduzione di Adele Ricciotti), terza e penultima parte - dopo L’Africano (il generale romano che sconfisse Annibale nella battaglia di Zama) e Invicta Legio (dove il lettore si confronta con l’arrivo di Annibale mentre la capitale dell’Impero è in ginocchio) - della fortunata saga dedicata a Publio Cornelio Scipione. Che si completerà con La fine di Scipione, seconda parte del volume La traición de Roma che dovrebbe arrivare nelle nostre librerie - parola di editore - entro la fine dell’anno. 
Saga che si rifà ovviamente al vissuto, articolato sulle sue varie sfaccettature, di questo incredibile personaggio. In parte frutto dell’immaginazione dell’autore, il quale si è comunque sempre attenuto a una scrupolosa indagine sulla figura pubblica e privata di Pubblio Cornelio Scipione. Risultato? Posteguillo ha saputo dare vita e voce, come si conviene, all’entourage di questo grande romano (due volte console, censore e princeps senatus di Roma), pronto a raccontarsi e a raccontare di un periodo in cui la città si era proposta capitale di un immenso impero, del quale lui stesso ancora non intravedeva i confini. 
“E tutto questo - ama ricordare il nostro protagonista, l’uomo più potente del mondo, ma anche quello più tradito - non sarebbe stato possibile senza di me. A fronte di un lavoro epico, uno sforzo improbo e un prezzo da pagare decisamente pesante: ad esempio ho perduto mio padre e mio zio, le due persone che mi formarono, per colpa di una lunghissima guerra alla quale io posi fine. Non bastasse ho conosciuto l’orrore delle battaglie attraverso la mia stessa famiglia. Dopo di che, ho finito col contrastare proprio coloro che mi amavano, e a tutti loro ho recato danno. E questo, inevitabilmente, è ciò che più mi ferisce”. 
Per farla breve, anzi, brevissima: “Siamo nell’anno 201 a.C. Nel lungo ritorno a casa, Scipione è acclamato in ogni porto per le sue vittorie contro Annibale. Ma dietro tanta adulazione, si celano i sospetti e il tradimento. Roma, poi, non sembra volergli tributare tutti gli onori che merita, mentre il Senato, addirittura, si trincera dietro una freddezza che sa di congiura…”. 
E questo è quanto, anzi no. Perché la penna brillante di Posteguillo, a partire dal 2011, ha partorito anche un’altra serie di successo nella quale racconta le gesta di Traiano e della quale Piemme ha già pubblicato L’Ispanico, Circo Massimo e L’ira di Traiano. Un filone che a sua volta si nutre degli inquietanti spaccati di una Capitale segnata dal vizio, dalla gelosia e dal desiderio di vendetta, sullo sfondo della storica conquista romana della Dacia nonché della costruzione del ponte più lungo del mondo antico. Sempre a fronte di una intrigante quanto piacevole lettura.

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