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Barbagallo: il Governo non ha avuto coraggio e nemmeno ha mantenuto le promesse

Il leader della Uil apprezza il metodo del confronto, ma boccia le misure introdotte con il collegato fiscale e la legge di Bilancio (cuneo, rivalutazione delle pensioni, rinnovo dei contratti del pubblico impiego e contrasto all’evasione) sostenendo che si deve fare di più. E il Sud? Riparte con una regia comune e una riedizione della Cassa per gli interventi straordinari


28/10/2019

di Giambattista Pepi


Carmelo Barbagallo

Della manovra approvata dal Governo piace solo il metodo. Per il resto, della prossima Legge di bilancio 2020 e del relativo collegato, Carmelo Barbagallo, siciliano di Termini Imerese (Palermo) nonché segretario generale della Uil, salva poco o niente. E, nell’intervista che ci ha concesso, le critiche più feroci le rivolge alle misure che Conte si appunta sul petto come medaglie: la detassazione del lavoro, la rivalutazione delle pensioni, le risorse per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego. 
Quanto ai criteri antievasione come le manette agli evasori, il tetto al contante e l’incentivazione dell’uso di mezzi di pagamenti tracciabili, dice che sono “acqua fresca”: ci vuole ben altro per ottenere risultati. E al riguardo cita le norme sul conflitto di interessi vigenti negli Stati Uniti.

Avete espresso un giudizio positivo sul confronto con il Governo. I contenuti della manovra finanziaria, invece, non hanno risposto alle vostre aspettative. Quali misure vi soddisfano e cosa vi lascia perplessi o insoddisfatti? 
Abbiamo apprezzato che il Governo ci abbia convocato per discutere della manovra finanziaria. Ci è stato chiesto di remare nella stessa direzione e noi ci tenteremo, ma bisogna avere una rotta precisa onde evitare di andare alla deriva: occorre condividere il metodo e la strategia ed impegnarsi a comprendere reciprocamente le esigenze di chi governa con chi rappresenta gli interessi legittimi e i diritti dei lavoratori e dei pensionati. Avevamo consegnato al precedente Governo, presieduto sempre da Giuseppe Conte, una piattaforma che non è cambiata, sebbene sia cambiata la maggioranza e la squadra di governo: le esigenze, i problemi, i bisogni dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani sono rimasti gli stessi. La nostra piattaforma resta valida e l’abbiamo sostenuta a dovere in diversi modi. Con le due manifestazioni di Cgil, Cisl e Uil che si sono svolte a Roma, dedicate ai lavoratori e ai pensionati, quella di Reggio Calabria sul Mezzogiorno, e poi con gli scioperi di categoria dei metalmeccanici e dei chimici sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e le iniziative dei lavoratori del pubblico impiego per il rinnovo del contratto di lavoro. Abbiamo fatto, insomma, una serie di iniziative sindacali per mettere sempre al centro dell’attenzione il lavoro, la dignità del lavoro e le soluzioni per uscire definitivamente dalla crisi e rilanciare l’economia del Paese attraverso il ricorso agli investimenti pubblici e privati.

Sembra da molti anni una costante di fondo quella dei governi: tassa e spendi, spendi e tassa. Si promette un taglio alle tasse, ma quasi sempre a un’esenzione segue una nuova imposizione tributaria: insomma la riduzione delle tasse si risolve in una partita di giro. Ad esempio, questo Governo evita l’aumenta dell’Iva dal 2020, ma in cambio vengono istituite le cosiddette micro tasse che porteranno a un maggior aggravio di costi per le famiglie di quasi 5 miliardi di euro. 
Noi non abbiamo ancora formulato un giudizio definitivo sulla manovra. Perché la manovra è stata approvata dal Consiglio dei Ministri con la clausola “salvo intese”, il che significa che si può cambiare tutto e, in effetti, le diverse componenti della maggioranza hanno punti di vista differenti sulle diverse misure previste. Bisogna stare molto attenti che, volendo perseguire legittimamente lo scopo di migliorarla, non si finisca invece per peggiorarla la manovra. Noi per la prima volta abbiamo chiesto di ridurre la tassazione sul lavoro, tagliando il cosiddetto cuneo fiscale e di ridurre inoltre le tasse ai pensionati. Ma bisogna vedere cosa farà effettivamente il Parlamento quando sarà chiamato ad esaminare il Ddl del Bilancio 2020 ed il Dl collegato. 
La manovra vale 30 miliardi, di cui 23,5 servono per non far aumentare dal prossimo 1° gennaio l’Iva. In proposito tengo a ricordare che nel 2018 abbiamo avuto Iva evasa per 46 miliardi: basterebbe recuperarne il 50% ed avremmo evitato che gran parte delle risorse finanziarie previste in bilancio andassero a quello scopo. Siccome la maggior parte delle imprese lavorano per il mercato domestico, occorrerebbe ridurre loro le tasse e, nello stesso tempo, aumentare il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati, tagliando il cuneo fiscale e detassando gli aumenti salariali legati ai rinnovi contrattuali, ai primi, e rivalutando le pensioni, ai secondi.

E che ha fatto il Governo? 
A Palazzo Chigi ci è stato detto che nel bilancio 2020 sarebbero stati stanziati 5 miliardi, mentre poi ne hanno stanziato poco più di 3, che saliranno a 6 nel 2021.

In fatto di promesse non mantenute poi gli Esecutivi e, non da ora, si somigliano tutti. Cos’altro vi era stato promesso da Conte? 
Ci era stato promesso che sarebbe stato abolito il super ticket a settembre di quest’anno e invece se ne parlerà l’anno prossimo. Inoltre ci era stato promesso che per rinnovare i contratti del pubblico impiego avrebbero messo in bilancio 5,4 miliardi e invece ce ne saranno 3 e 175 milioni. Sono insufficienti. Le risorse si devono prendere da dove ci sono.

E dove sono? 
Anzitutto dall’evasione. Abbiamo sollecitato una riforma del fisco. Oggi, secondo le stime ufficiali, ci sarebbero oltre 110 miliardi di euro di tasse evase nel nostro Paese. Ci sono, inoltre, 60 miliardi di euro di corruzione e 27 miliardi di usura e pizzo. Questi dati non sono dei sindacati, ma delle Corte dei conti e delle associazioni datoriali di commercianti, artigiani e industriali.

A proposito di evasione, come valutate le due misure manette agli evasori e maggior uso di metodi di pagamento elettronici al posto del contante? 
Vorrei ricordare in proposito che negli Stati Uniti il gran gangster Al Capone venne arrestato per evasione fiscale e non per altri reati contro la persona o il patrimonio, illeciti insomma legati all’attività criminale. Non sono favorevole all’inasprimento delle pene, preferirei piuttosto prendere a modello proprio gli Stati Uniti, dove vige da molto tempo il cosiddetto conflitto di interessi, una norma che, non si sa perché, il nostro Paese non riesce ad imporre.

Di cosa si tratta? 
Se chi acquista un bene o un servizio sapesse che lo Stato ti consente di poter usufruire di una detrazione sulle tasse, avrebbe l’interesse a richiedere il rilascio della fattura, della ricevuta o, più semplicemente, dello scontrino fiscale, per ogni transazione effettuata. Non dovrebbe, pertanto, soggiacere, come invece avviene da noi, al “ricatto” di chi vuole operare in nero, facendolo diventare suo complice nell’evasione del fisco e sostenendo, per giunta, che, richiedendo il documento fiscale, pagherebbe di più ciò che compra. Senza questo provvedimento sul conflitto di interessi tra chi compra e chi vende un bene o un servizio, le altre misure, come quelle che mirano alla riduzione del denaro contante, o l’eventuale arresto per i grandi evasori, saranno acqua fresca.

La rivalutazione delle pensioni lorde tra 1.500 e 2mila euro riguarda circa 2,5 milioni di persone, più l’esenzione dal canone Rai per gli anziani a basso reddito. Siete soddisfatti? 
È offensivo e ridicolo proporre di recuperare la rivalutazione delle pensione di 6 euro all’anno. Vorrei ricordare che lo stesso presidente del Consiglio nel precedente Governo, quando aveva tolto la rivalutazione delle pensioni, aveva detto che i pensionati si lamentano sempre. Noi vogliamo che le pensioni siano rivalutate seriamente. È da 9 anni ormai che non si rivalutano. I pensionati sono più poveri e hanno un minor potere d’acquisto. Non dimentichiamo poi che i pensionati con le loro pensioni hanno agito da ammortizzatore sociale negli anni più duri della crisi economica. Dove c’era una famiglia con un lavoratore licenziato o messo in cassa integrazione sono stati proprio i pensionati a intervenire con una quota del loro assegno per sostenere i familiari in difficoltà. Ora non sono più in condizioni di farlo proprio perché le pensioni non sono state rivalutate.

La vostra insoddisfazione è tanta che state pensando di organizzare una grande manifestazione a sostegno proprio dei pensionati? 
Sì. Il 16 novembre saremo al Circo Massimo a Roma. Quando è stata indetta la manifestazione ci siamo detti: se il Governo ci dà risposte concrete, sarà semplicemente una grande festa dedicata ai pensionati; se, invece, non dovesse fare nulla, cercheremo di fare la festa a chi non li rispetta.

Il Governo ha stanziato le risorse per rinnovare i contratti del pubblico impiego. Quali garanzie avete ottenuto sui tempi e le modalità del loro rinnovo? Quali saranno rinnovati per primi? 
Stiamo chiedendo da tempo di aprire le trattative, anche se sappiamo che le risorse stanziate non basteranno per riconoscere degli aumenti salariali superiori a quelli del precedente contratto. Sono previsti i rinnovamenti delle forze armate e di quelle dell’ordine. Confermo che occorrono 5,4 miliardi, mentre il Governo ne ha messi sul tavolo solo 3,1. Abbiamo chiesto di detassare gli aumenti salariali. Oggi su un aumento di 100 euro, quelli effettivi nella busta paga dei lavoratori sono 48. Non detassandoli invece, i soldi in busta paga sono di più.

Al ministero dello Sviluppo economico sono aperte 160 vertenze: molte riguardano il destino di tante famiglie del Sud. Avete detto che “non basta minacciare di revocare gli incentivi o convocare i tavoli”, e allora cosa proponete che si faccia? Avete incontrato il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo? 
Abbiamo incontrato sia lei sia il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano. E torneremo a incontrarli prossimamente. Bisogna dare un segnale preciso alle multinazionali che lavorano in Italia.

Quale? 
Il Governo deve schierarsi contro la globalizzazione. Nessun Paese del mondo l’ha mai fatto. E questo permette alle multinazionali di muoversi liberamente, di depredare le risorse, di sfruttare i lavoratori, di aprire o chiudere stabilimenti a loro piacimento. Dobbiamo dare l’esempio. La Whirpool vuole andar via dall’Italia? Restituisca le risorse di cui ha potuto usufruire fino a quando è stata presente da noi, non limitarsi a fargli una multa. Se daremo questo segnale, sicuramente altri imprenditori ci penseranno a lungo prima di andarsene insalutati ospiti o delocalizzare senza avvisare i lavoratori e lo Stato. Noi dobbiamo reagire a questo.

Dopo essere stato marginalizzato dal dibattito pubblico, nell’agenzia politica dell’Esecutivo è tornato il Mezzogiorno. Voi avete fatto nei mesi scorsi una grande manifestazione a Reggio Calabria per rimettere al centro delle priorità nazionali il Sud. Come affrontare il problema del suo rilancio? 
Io c’ero quando si facevano i progetti per la Cassa per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno negli anni Sessanta. Stava funzionando bene, poi a un certo punto, temendo che potesse essere utilizzato per la corruzione, hanno preferito eliminare del tutto uno strumento utile. È stato l’unico intervento che aveva consentito per una ventina d’anni di ridurre il divario socio-economico tra il Mezzogiorno ed il Nord del Paese. Non sono nostalgico del passato. Il problema del Sud è che ha le risorse e non le utilizza, ha le risorse e non ha i progetti, c’è una burocrazia asfissiante. 
Abbiamo chiesto al ministro per il Sud di intestarsi una battaglia per la possibilità di avere una regia con un’agenzia nazionale. Vogliamo parlare di una Cassa per il Mezzogiorno 4.0 che coordini, controlli e aiuti le regioni a spendere i fondi europei. Non spendere l’intero plafond di fondi è da criminali quando c’è stata una crisi feroce e c’è tanta disoccupazione e tanta povertà. Poi non spendiamo 80 miliardi di euro stanziati per le opere pubbliche perché c’è stata nel vecchio Governo la diatriba politica tra chi voleva fare le opere e chi non le voleva fare. 
Ebbene, ci sono i soldi e non si spendono. La burocrazia ci sbarra la strada e non consente al Mezzogiorno di emergere. Occorre realizzare le infrastrutture materiali e immateriali solo così il Sud può risalire la china. Nella Silicon Valley della California, fiore all’occhiello dei distretti tecnologici nel mondo, prima hanno realizzato le infrastrutture e dopo si sono insediate le imprese. Qui avviene il contrario: prima le imprese si insediano nel territorio prescelto e dopo si realizzano le infrastrutture. Da noi bisogna completare l’alta velocità, la digitalizzazione, fare la rete 5G e così via.

Il Paese è in stagnazione e rischia di cadere in recessione. Come si fa a rimettere in corsa il Paese? La Uil ha una “ricetta”? 
Il 68% del territorio è ad alto rischio sismico. Basterebbe mettere in sicurezza il territorio e creeremmo molte opportunità di lavoro. I soldi ci sono e certamente questo sarebbe un intervento da poter inscrivere all’interno della politica della riconversione dell’economia nazionale verso la green economy. Un’altra opportunità per creare sviluppo e lavoro è quello dei termovalorizzatori. Come quello di Copenaghen sopra il quale è stato realizzata una pista da sci. O quello di Bolzano che è uno tra i più avanzati in Europa. Non dobbiamo spostare i nostri rifiuti nel terreno del vicino, ma dobbiamo valorizzare quelli riciclabili e inviare nei termovalorizzatori il resto. Dobbiamo smetterla di fare i furbi e diventare un Paese più civile e avanzato.

Quale Italia ci vuole in Europa? Cosa può fare l’Europa per tornare a essere più popolare di quanto sia stata finora? 
Sono convinto che l’Europa che abbiamo abbia contribuito a formare non è quella che sognavamo. Le ricette che l’Europa ci propina sono sbagliate, perché abbiamo praticato l’austerità durante la crisi per ridurre il debito pubblico e invece il debito è aumentato ed è cresciuto con esso la disoccupazione. Occorrerebbe sedersi a un tavolo e negoziare regole diverse da quelle del Fiscal Compact. Regole nuove, flessibili e adatte agli attuali cicli congiunturali, che permettano agli Stati membri in presenza di una congiuntura economica sfavorevole di poter intervenire con politiche di bilancio a favore della ripresa e dello sviluppo. 
La strada maestra per farsi ascoltare, per ragionare insieme non è quella della contrapposizione, della polemica violenta, ma quella del dialogo, della persuasione, della ragionevolezza. E, una volta fatta una riforma del genere, l’Europa verrebbe percepita in modo diverso e sarebbe considerata veramente più vicina alle popolazioni e ne guadagnerebbe in simpatia e consensi.

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