Share |

Base grillina contro Di Maio

L’Italia, per dimostrare la propria determinazione, avrebbe dovuto chiedere le dimissioni di Oettinger e Moscovici per manipolazione dello spread e aggiotaggio


29/10/2018

di Sandro Vacchi


A memoria d'uomo nessun giornalista aveva mai querelato un commissario europeo; se poi i giornalisti sono due e i commissari altrettanti, la notizia vale quadruplo. I colleghi si chiamano Francesco Palese e Lorenzo Lo Basso e collaborano alla trasmissione Rai “La vita in diretta”; i due super-big di Bruxelles si chiamano invece Guenther Oettinger e Pierre Moscovici. 
Secondo l'esposto hanno manipolato il mercato azionario con le loro dichiarazioni sulla manovra finanziaria del governo italiano. Il “pesante turbamento” deriverebbe dalle parole dei due commissari e dalle loro dichiarazioni alla stampa, non comunicazioni ufficiali a mercati aperti, si badi, che avrebbero modificato l'andamento delle quotazioni, “incidendo in modo significativo sulla fiducia e l'affidamento che il pubblico pone sulla stabilità patrimoniale di banche e gruppi bancari, alterando contestualmente il valore dello spread italiano”. 
Difficile dare torto ai querelanti, visto che i due eurocrati di spicco hanno reso dichiarazioni a giornali e tivù stranieri prima di ricevere la documentazione dal governo italiano col documento programmatico di bilancio. Avrebbero quindi intentato un bel processo alle intenzioni, provocando un'alterazione del prezzo di strumenti finanziari. Lo spread, che incide sui risparmi degli italiani, ha infatti cominciato a salire a causa delle dichiarazioni dei due commissari europei. 
In particolare Moscovici il 28 settembre ha dichiarato alla televisione francese BFM che “fare un rilancio economico quando si è indebitati si ritorce sempre contro chi lo fa ed è sempre il popolo che paga, alla fine”. Subito dopo queste parole lo spread fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi è passato da 236 a 282 punti, per poi chiudere a 267. 
Tre giorni più tardi, in Lussemburgo, ancora Moscovici ha detto che il 2,4 per cento di sforamento del deficit sul PIL è una deviazione molto ampia. Risultato? Lo spread risalito da 267 a 282. 
Per non rimanere indietro, il suo collega Oettinger ha rilasciato un paio di settimane dopo un'intervista allo “Spiegel” preannunciando la bocciatura europea dell'Italia. Era il pomeriggio del 17 ottobre, ma la lettera ufficiale al governo italiano sarebbe stata recapitata solamente in serata. 
In un mondo serio, e se l'Italia fosse un Paese dignitoso, avrebbe preteso le dimissioni di Stanlio e Ollio per manipolazione dello spread e aggiotaggio. Visto, però, che l'Italia grillina stava per mettere in scena la farsa del documento falsificato nota come “La manina di Giggino”, aveva altro da fare. 
Vista la differenza di peso fra querelanti e querelati, la faccenda finirà qui. E' però difficile non trovarsi d'accordo al 99 per cento con i due giornalisti. L'uno per cento che resta è dovuto al fatto che, se i due commissari europei avessero parlato con loro, voglio vedere se non avrebbero dato notizia delle dichiarazioni. 
Ecco perché la stampa che li critica terrorizza i Cinque Stelle, in fondo, i quali invece amano tanto l'incorporeità dei social, del web, dell'etere, della vita al computer, vita politica compresa. Il sottosegretario Vito Crimi, per esempio, vuole inserire nella legge di bilancio un bel taglio dei contributi all'editoria. La Federazione della stampa ribatte che si tratterebbe di una volontà unilaterale, non di una decisione politica, quindi, ma di un atto di ritorsione contro l'informazione e i giornalisti. Anche gli editori, ovviamente, non ci stanno a vedersi tagliare i contributi. Secondo voi, gentili lettori, è quindi così strano se i grillini non godono di buona stampa? Per inciso: la nostra testata non riceve mezzo euro di contributi. 
E siamo al nocciolo della questione, vale a dire i rapporti sfilacciati fra Cinque Stelle e Lega. “L'editoria è una grande risorsa per ogni Paese. Una guerra talebana e irrazionale ai giornali storici è un errore che favorisce gli editori che vedono nella carta stampata non un investimento industriale e culturale, ma una mera opportunità di indirizzare le masse”. Chi scrive questo non è il direttore di “Repubblica” o l'editore del “Giornale”, ma Alessandro Morelli, presidente della Commissione trasporti della Camera, un leghista. 
E' un altro esempio della scissione di fatto fra i due alleati di governo che non fanno altro che litigare e sospettare l'uno dell'altro, in questo loro matrimonio di separati in casa che chiamano contratto di governo. Bel contratto davvero: una parte si rivolge agli imprenditori, soprattutto piccoli, che hanno fatto i soldi e adesso vogliono proteggerli da Inps, erario vorace e assistiti di ogni colore; l'altra parte fa invece il discorso più demagogico e bassamente assistenzialista che si sia mai fatto dai tempi di Achille Lauro, discorso con una base “filosofica” nella cosiddetta decrescita felice: luddismo puro riproposto tre secoli più tardi. 
Il caso Tap (Trans Adriatic Pipeline) è esemplare. La base dei penta-stellati è arrabbiata come una biscia contro i suoi dirigenti da Di Maio in giù, i quali avevano assicurato che il gasdotto fino in Salento non sarebbe arrivato, secondo il principio ridicolo (non va dimenticato che Beppe Grillo è un comico) che le opere pubbliche non servono, danno da mangiare soltanto a pochi e tolgono la felice povertà a molti, senza diffonderla fra tutti, sono cioè l'antitesi del neocomunismo alla cinese sognato da Fico e Di Battista. 
Meno da Di Maio, il quale si è accorto che non costruire il gasdotto costerebbe penali per venti miliardi: «Prima non ce l'avevano detto. Noi non potevamo leggere le carte dei ministeri», ha cercato di giustificarsi. In Veneto si dice «Xe pezo el tacon del buso», ma se Giggino non fa una gaffe a settimana non è contento. Intanto i suoi strappano la tessera del movimento e il certificato elettorale. Il compagno Di Battista dagli Usa non vede l'ora di fare le scarpe a Di Maio, ma tutti ricordano quando assicurava che la Tap sarebbe stata bloccata in due settimane. Tre parlamentari giurano che di penali non ce ne sono, e l'ex ministro piddino Carlo Calenda sostiene la stessa cosa. Le aziende coinvolte vorrebbero comunque il pagamento dei danni. 
Insomma, un guaio coi fiocchi per l'uomo in Lebole. Il quale deve avere un certo istinto suicida, tant'è che insiste con la “manina” che per una dimenticanza avrebbe di nuovo taroccato il famoso documento di economia e finanza, ributtandoci dentro un riferimento ai capitali occultati all'estero. Non per infierire, ma dov'era Di Maio la seconda volta? Non da Bruno Vespa, forse al Grande Fratello? E' lì che i grillini e Davide Casaleggio vorrebbero portare l'Italia, al controllo assoluto profetizzato da George Orwell nel romanzo “1984”. 
Credete che i leghisti si preoccupino molto? «Se l'energia costerà meno è un a buona notizia», è stato il commento di Matteo Salvini alla notizia che sta facendo polvere di Cinque Stelle, “traditi” dal giovanotto che un paio di settimane fa brindava trionfante da un balcone romano. 
La retromarcia sulle grandi opere costerà cara ai grillini in termini di voti. Già devono sudare le sette camicie per far digerire alla base la pace fiscale e le case di Ischia. «I condoni sono contrari ai nostri valori», sbraitano. E contro il decreto sicurezza Roberto Fico predica più integrazione, come se fosse la Boldrina che l'ha preceduto. Sarà un caso se il presidente della Camera è il grillino che più piace agli elettori del PD? 
I Cinque Stelle hanno dovuto già ingoiare l'accordo per l'Ilva e se la vedranno brutta anche sulla Tav, l'alta velocità fra Lione e Torino: il commissario governativo Paolo Foietta manderà al ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli uno studio tecnico e forse una denuncia per omissione di atti d'ufficio. Toninelli è quel burlone secondo il quale il traforo del Brennero è già operativo, e non ditegli che il ponte sullo Stretto ancora non c'è. 
Mentre gli “alleati” pelano le loro gatte, Salvini prepara la marcia su Roma e anche su Bruxelles. Il disastro della capitale è il suo migliore alleato, insieme con l'incapacità, non tutta sua, povera figlia, della sindaca grillina Virginia Raggi di tenere in piedi quella cloaca. Il massacro della ragazza Desirée da parte di un gruppo di clandestini, oltre che spacciatori, significa migliaia di voti per la Lega, e altrettanti voti in meno per i mal sopportati alleati. «A Roma ci sono novanta palazzi occupati, ma li sgombreremo tutti, perché siamo stufi di mantenere spacciatori e stupratori che campano alle nostre spalle», ha detto, avviando di fatto la campagna elettorale per le comunali. Ormai un italiano su tre è con lui, è in piena fuga, la Juventus fa ridere in confronto. 
E i grillini litigano, Forza Italia mastica bile e si riduce a percentuali da Partito liberale di un tempo, la povera ex zarina Angela Merkel prende botte anche in Assia, in Brasile vince Bolsonaro che ha promesso di rimandarci quel gentiluomo di Cesare Battisti. Se oggi la Lega si presentasse da sola alle elezioni prenderebbe 230 seggi alla Camera, contro i 203 dei grillini, secondo una proiezione dello Studio Youtrend. Non basterebbero a governare, ma con Berlusconi e la Meloni il centro-destra arriverebbe al 43,6 per cento e avrebbe quasi tutti i collegi del Nord e del Centro Italia. 
Le elezioni europee del 26 maggio diranno se gli italiani preferiscono un taglio netto col boldrinismo, il lassismo e il buonismo oppure il reddito di cittadinanza, la decrescita felice, le pensioni mutilate e le manine dei furbastri.

(riproduzione riservata)