Share |

Battisti, terrorista furbo e fuggiasco imborghesito


16/10/2017

di Sandro Vacchi


PAC. Per i più ingenui è la sigla della Politica Agricola Comunitaria, quella che stabilisce le quote-latte e quanti pomodori mandare al macero nei Paesi dell'Unione Europea. Un'altra PAC mandava però al macero delle vite e stabiliva chi dovesse morire, fra i “nemici del popolo” borghesi. Erano i Proletari Armati per il Comunismo, una banda di assassini spietati nascosti romanticamente dietro una mascheratura ideologica di Robin Hood, mentre in realtà erano tagliagole spietati al pari di quelli dell'Isis. D'altronde, uno dei loro idoli era Che Guevara, altro criminale idolatrato dall'alta borghesia radical-chic dei salotti buoni, che dispongono di portafogli gonfio e rigorosamente a destra, ma il cuore l'hanno invariabilmente all'estrema sinistra.
Era così Giangiacomo Feltrinelli, che almeno ci lasciò le penne su un pilone della corrente elettrica, mentre altri sono diventati giornalisti, politici, docenti, “intellettuali”, oltre che firmatari di appelli criminali come quello di cento furfanti contro il commissario Luigi Calabresi.
Quando sono invecchiati, hanno tentato di far dimenticare chi erano stati. I capelli bianchi gli sono cresciuti sulle idee avariate che ospitano da sempre nella capoccia, la cravatta di Marinella ha preso il posto della P38, e la pennichella ha sostituito le notti in sacco a pelo nei rifugi dei compagni. I primi guai alla prostata, poi, rendono difficili gli agguati contro i “fasci”, che sono poi tutti quelli che non la pensano al loro stesso modo.
Questi eroi da operetta si sono ritrovati borghesi come i loro nemici: un contrappasso che nemmeno l'Alighieri avrebbe potuto ideare. Vanno a comprare il vino e la giacca di pelle, fanno una battuta di caccia e sognano di costruirsi la casetta: roba da impiegati comunali, altroché banditi o Primule Rosse. Sono questi i novelli Che Guevara, due volte farabutti: prima e dopo, quando uccidevano e quando tentano di farlo dimenticare.
Presidente onorario di questo Rotary in cui si è trasformata la delinquenza politica italiana è Cesare Battisti, uno che già all'anagrafe ci prende per i fondelli da una vita, portando lo stesso nome di uno dei più grandi eroi della prima guerra mondiale. Pendono sulla sua testa due condanne definitive all'ergastolo, che incantarono prima la gauche francese e poi il presidente brasiliano Lula e chi gli è succeduto, Dilma Rousseff, cacciati entrambi per malversazioni e reati economici: come dei riccastri qualsiasi.
Costoro lo hanno protetto e salvato dalla spietata giustizia italiana, che la fa pagare implacabilmente a tutti e alla quale nessuno sfugge: proprio vero, eh, una giustizia che, semplicemente, vorrebbe avere nelle proprie carceri chi ha condannato a restarci. Non è quello che, pochi anni fa, volevano fare gli indiani con i due nostri marò? E noi così fessi da rimandarglieli due volte: grazie Mario Monti!
Dopo quell'inqualificabile vigliaccata non è positivo che ci facciamo sentire e rispettare? Diamone atto a Paolo Gentiloni e mettiamo da parte i motivi del richiamo di Battisti in Italia, che sono elettorali. Li teniamo da parte in quanto, se il killer non dovesse esserci restituito, i partiti di governo pagherebbero lo scotto alle prossime elezioni politiche, quindi quella di Palazzo Chigi è una roulette russa, se la si mette su questo piano.
C'è da attendere serenamente la sentenza del supremo tribunale federale di Brasilia su Battisti, dopo che i presidenti innamorati della “revolucion” sono stati sostituiti da Michel Temer, un moderato che di certa gentaglia non sa cosa farsene. Soprattutto, non gli va che del Brasile ci si faccia l'idea di una sorta di nuova Argentina, che negli anni Cinquanta e Sessanta era diventata il paradiso dei criminali nazisti.
Il comportamento ridicolo di Battisti dovrebbe, inoltre, far ragionare chi non ha gli occhi foderati di prosciutto ideologico. L'”eroico” guerrigliero rifugiato a Cananéia in una casa tappezzata con immagini del Che, il frigorifero pieno di birra, un professore che lo adora e lo protegge, ha detto che ha una paura folle di essere ucciso: «Se mi mandano in Italia mi consegnano alla morte». E certo, nelle nostre patrie galere è più difficile entrare che fuggire, lui lo fece da quella di Frosinone.
Ed eccolo lì a brindare, liberato alla frontiera con la Bolivia dopo qualche ora in gattabuia. Dice che andava di là per fare il pieno di vino e di abiti di pelle: ne valeva la pena, il viaggio è di “appena” 1500 chilometri. Non vogliamo credergli? La realtà è che il presidente boliviano Evo Morales aveva organizzato una grande kermesse per il mezzo secolo dalla morte di Ernesto Guevara, suo mito come del piccolo borghese Battisti e di milioni di menti bacate che nemmeno sospettano di quali crudeltà fu responsabile il “barbudo” più rappresentato sulle T-shirt.
Per inciso, Morales è quel tale che donò a papa Francesco tre libri sui benefici della droga e un crocifisso a forma di falce e martello. Arrestate anche lui, per favore, e facciamola finita con questi farabutti deficienti (o furbi).

(riproduzione riservata)