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Boccaccio: la “fragilità di un genio” raccontata da Marco Santagata

Un piacevole saggio romanzato che si addentra fra le pieghe, spesso inedite, di quello che viene considerato il “più polivalente e sperimentale scrittore” del XIV secolo. Con l’autore a spiegarci il perché e il percome di una figura che è entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo


24/02/2020

di Mauro Castelli


Da quando ha lasciato la docenza di Italiano all’Università di Pisa per raggiunti limiti di età quel geniaccio multiforme di Marco Santagata - uomo dalla penna che furbescamente cattura e intriga - si è scatenato. Tanto da arrivare sugli scaffali, nel giro di una manciata di mesi, con due saggi su Giovanni Boccaccio, peraltro scritti alla sua maniera: ovvero destreggiandosi con il tono del romanziere fra le maglie della storia di uno dei più interessanti “sperimentatori di generi letterari”. 
Così, dopo aver dato alle stampe, per i tipi de Il Mulino, Boccaccio indiscreto. Il mito di Fiammetta, un lavoro concentrato soprattutto sui suoi anni di formazione a Napoli, il nostro autore è tornato sugli scaffali con Boccaccio. Fragilità di un genio (Mondadori, pagg. 448, euro 24,00), un lavorone che si è avvalso del “confronto con 18 esimi colleghi” e a fronte di una ricerca da Guinness dei primati, come risulta dall’indice dei nomi dei luoghi e dei personaggi tirati in ballo. 
E di questo scrittore e intellettuale dei tempi andati la mano calda di Marco Santagata (che “predilige un discorso unitario volto a tenere insieme storia politica e sociale, panorama culturale e biografia”) ha seguito il percorso di vita, “dall’infanzia tra Certaldo e Firenze al trasferimento a Napoli, dagli studi di diritto alla nascita del romanziere, dall’incontro con Petrarca e l’umanesimo sino alla vecchiaia”. 
Già, Boccaccio. Un letterato curioso, sempre alla ricerca del nuovo, che nel corso della sua vita era stato attratto dai più disparati ambiti del sapere. Un uomo di corte, mercante, amministratore del Comune, che si “era adoperato a diffondere la letteratura in volgare ed era stato parte attiva di elitari circoli umanistici. E a tanta apertura e disponibilità si accompagnava una straordinaria capacità di recepire, assorbire, introiettare”. Insomma, un genio multiforme dietro al quale, tuttavia, si celava un’inaspettata fragilità, sia come uomo che come letterato. Lui che “accoglie, ma anche si adegua; che si modella sugli ambienti circostanti; che ridisegna il suo profilo intellettuale sulle aspettative altrui, o almeno, su quelle che ritiene tali”. 
Boccaccio, un numero uno - “fragile e incostante, incapace di sopportare i disagi, pronto a offendersi per ogni più piccola cosa” (accuse di un amico, queste, peraltro respinte al mittente) - che era nato in un giorno imprecisato di un mese imprecisato (giugno o luglio 1313) in un luogo imprecisato (Certaldo o Firenze”), frutto di una relazione extraconiugale del mercante fiorentino Boccaccino di Chellino con una donna di umilissima famiglia. Eppure, strada facendo, quel ragazzo aveva saputo conquistare le luci della ribalta frequentando, da vincente, “un gran numero di generi letterari”. 
E su queste angolature si è concentrata appunto l’attenzione di Marco Santagata: un autore caratterialmente forte (“A volte vengo percepito come un po’ prepotente, anche se in realtà non me ne accorgo”), che dopo aver vivisezionato da par suo Dante e Petrarca, ha deciso di aprire inediti spiragli anche su quella che viene considerata una delle figure più significative del panorama letterario europeo del XIV secolo. Tanto che alcuni studiosi, fra i quali Vittore Branca e Giuseppe Billanovich, lo hanno etichettato come il maggior narratore europeo del suo tempo, capace di amalgamare “tendenze e generi letterari diversi, facendoli confluire in opere originali, grazie a un’attività creativa esercitata all’insegna dello sperimentalismo”. 
Vedete, è bastato poco per entrare nella saccente retorica dei critici, quella che alla gente comune dice poco o nulla; quella che ti fa guardare il personaggio seduto su uno scranno, distante anni luce da noi. Marco Santagata, invece, ha un merito che è patrimonio di pochi: quello di saper parlare, con un linguaggio comprensibile a tutti, alla signora della porta accanto, alla collaboratrice domestica, al compagno d’ufficio. Ma non per questo risultando meno profondo ed efficace.     
Perché lui - forte di una passione di vecchia data per autori come Lev Tolstoj e Marcel Proust, “anche se oggi - tiene ecumenicamente a precisare - non li rileggerei” - ha il grande dono del saper scrivere intrigando nonostante la zavorra della sua professione (“Mi piace puntare sulla scorrevolezza del testo, al quale lavoro con certosina pazienza, giocando sulla semplicità delle parole. Anche perché scrivere difficile è facile, mentre scrivere facile è maledettamente più difficile”). 
Lui capace di catturare l’attenzione delle persone con i lacci, all’apparenza distratti, della sua robusta cultura (mai peraltro sbandierata, semmai mascherata da una bonaria ironia). Lui che - ne abbiamo già parlato - non manca di proporsi malizioso compagno di bisboccia mentre ti seziona, con finta indifferenza, dietro quei suoi occhietti birichini; lui che sino a due mesi fa si nascondeva dietro il fumo delle sue mille sigarette (“Ma negli ultimi tempi sono stato costretto, sia pure a fatica, a mollare…”); lui che, nonostante una vita trascorsa a Pisa (dove vive con la seconda moglie Maria Cristina Cabani, a sua volta docente di Letteratura italiana, e i suoi quattro figli, ovvero Andrea, Alessandro, Elena e Paolo) ha mantenuto una accattivante cadenza emiliana. 
Quella di Zocca, il paesino dell’Appennino modenese che lo aveva visto nascere il 28 aprile 1947, figlio di Ciro, insegnante e preside di scuola media, al quale aveva dedicato il suo primo lavoro: Papà non era comunista, vincitore nel 1996 del Premio Bellonci per l’inedito. 
Lui che aveva compiuto gli studi universitari a Pisa, come allievo ordinario prima e poi come perfezionando della Scuola Normale Superiore, laureandosi nel 1970 in Letteratura italiana. Lui che aveva iniziato la carriera di docente nel 1976 proponendosi come incaricato di Filologia dantesca alla Facoltà di Lettere di Venezia; quindi dal 1977 al 1980, ancora per incarico, avrebbe insegnato Filologia umanistica alla Facoltà di Lettere di Pisa. 
Ordinario di Letteratura italiana nel 1980, dopo un triennio alla Facoltà di Magistero di Cagliari, dal 1984 si sarebbe accasato all’ateneo di Pisa dove, dal 1984 al 1988, avrebbe diretto l’Istituto di letteratura italiana e, dal 1996 al 2000, avrebbe ricoperto la carica di direttore del Dipartimento di Studi italianistici e quella di membro del Consiglio di presidenza del Collegio dei direttori di dipartimento. 
Insomma, un numero uno Marco Santagata che, come narratore, si è aggiudicato il Premio Super Campiello con Il maestro dei santi pallidi nel 2003 e, tre anni dopo, ha incassato il Premio Stresa con L’amore in sé. Suoi anche Il salto degli Orlandi, Voglio una vita come la mia, Come donna innamorata (lavoro grazie al quale era entrato nella cinquina dei finalisti del Premio Strega) e Il movente è sconosciuto. Inoltre ha firmato con Alberto Casadei il Manuale di letteratura italiana medievale e moderna e il Manuale di letteratura italiana contemporanea, senza trascurare il saggio a tema scientifico Un meraviglioso accidente, del quale è stato coautore insieme a Vincenzo Manca. 
Che altro? La sua attività di studioso è risultata rivolta alla poesia dei primi secoli, con una particolare attenzione per Dante Alighieri e Francesco Petrarca. In particolare di Dante ha curato per i Meridiani Mondadori l’edizione commentata delle Opere, ha scritto il libro L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, la biografia Dante. Il romanzo della sua vita e Il racconto della Commedia. Ma non è finita, in quanto sta già lavorando - “Scrivo solo al pomeriggio. Mai di mattina e mai dopo cena” - a un libro dedicato alle donne del Sommo Poeta (moglie, sorella, Beatrice…) che, “corredato da molte immagini”, dovrebbe arrivare sugli scaffali, pubblicato da Il Mulino, prima di Natale. 
Fra i lavori petrarcheschi segnaliamo invece, oltre alla curatela del Canzoniere sempre per i Meridiani, I frammenti dell’anima. Fermo restando che, strada facendo, si è occupato anche di Leopardi e della poesia fra l’Otto e il Novecento. 
Infine, per non farsi mancare nulla, ha pubblicato chissà quante ricerche scientifiche, ha fatto parte delle giurie di importanti premi letterari, ha collezionato curatele, ha moderato una miriade di convegni in giro per il mondo, si è proposto come visiting professor in diversi prestigiosi atenei, come la Sorbona, l’Università di Ginevra, la Unma di Città del Messico e Harvard. E, statene certi, non è ancora finita...

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