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Brexit: Johnson ostaggio del Nord Irlanda

Gli accordi trovati dal premier inglese dovranno essere approvati dal partito unionista che già in passato aveva bocciato tre proposte


21/10/2019

di Damiano Pignalosa


Mentre buona parte dell’ecosistema Ue assicura che un patto per la Brexit sia stato finalmente raggiunto, la realtà ci fa capire quanto tutto questo non sia ancora reale e attuabile. L'accordo trovato tra l'esecutivo britannico, guidato da Boris Johnson, e la Ue sulla Brexit deve ancora essere approvato dai rispettivi Parlamenti e dal Consiglio europeo. I rischi maggiori di una non approvazione da parte dei deputati britannici sono legati alla contrarietà del partito nordirlandese unionista Dup. Basti ricordare che il precedente premier inglese, Theresa May, aveva fallito per ben tre volte - l'ultima il 29 marzo 2019 - nel tentativo di far approvare ai deputati britannici l'accordo che lei aveva trovato con l'Unione europea, riscontrando maggiori dissidi proprio per quanto riguarda il confine irlandese e il cosiddetto backstop. Con questo termine si indica il Protocollo su Irlanda e Irlanda del Nord che crea una “rete di protezione” per impedire il ritorno di un confine fisico tra Eire e Ulster, eliminato nel 1999 grazie agli “Accordi del Venerdì santo” firmati l’anno prima.
Il Regno Unito esce del tutto dall'unione doganale, e quindi - conseguenza fondamentale - potrà concludere liberamente accordi commerciali con Paesi terzi. Se fosse rimasto nell'unione doganale, la sua libertà di siglare simili accordi sarebbe stata parzialmente limitata. Per un periodo di almeno cinque anni, ci sarà una frontiera "legale" tra le due Irlande, ma in concreto la frontiera sarà nel Mare d'Irlanda, tra Gran Bretagna e Irlanda. Questo perché, se i beni entreranno in Irlanda, e quindi nel territorio Ue, verranno tassati, altrimenti no (sono esclusi i beni personali).
Su quest’argomento si è espresso il capo negoziatore tra Ue e Gran Bretagna Michel Barnier che ha così commentato: “Il nostro impegno è sempre stato quello di preservare la pace nell’isola di Irlanda, l’economia irlandese e l’integrità del Mercato unico. L’Irlanda del Nord rimane nell’area doganale del Regno Unito ma poiché resta un punto di entrata nel Mercato unico europeo, ha spiegato il caponegoziatore, la soluzione prevede che Londra applicherà le tariffe Ue sulle merci provenienti da Stati terzi. Quindi l’Irlanda del Nord resta nel territorio doganale britannico, beneficerà della politica commerciale britannica, tuttavia di fatto rispetterà le norme doganali europee. Sciolto anche il nodo del «consent», il meccanismo sul «consenso», che darà ai membri dell’Assemblea dell’Irlanda del Nord la facoltà di esprimersi sull’applicazione a lungo termine della normativa dell’Ue nell’Irlanda del Nord: quattro anni dopo la Brexit (dopo il termine del periodo di transizione, previsto per fine 2020 ma in base ad accordo congiunto potrebbe prolungarsi fino a due anni), l’Assemblea nordirlandese potrà decidere a maggioranza semplice se applicare le regole Ue nel suo territorio oppure no. Il nostro obiettivo, ha detto Barnier, è «garantire il sostegno democratico all’interno dell’Irlanda».

I tempi stringono e l’impressione è che alla fine un accordo con l’avvallo del Dup si troverà per iniziare, dopo anni di battaglie, l’uscita dalla Ue. Un atto che senza dubbio farà giurisprudenza diventando il primo caso studio anche per gli altri membri dell’Unione Europea. La differenza sostanziale tra questo caso ed altri è proprio la moneta. Mentre la Gran Bretagna ha giustamente mantenuto la sterlina, la stragrande maggioranza dei partner europei, compresi noi, hanno adottato l’euro perdendo completamente la possibilità di gestire ogni qualsivoglia politica monetaria interna al Paese. Un ostacolo non da poco che complicherebbe di molto le possibili volontà di uscita di chiunque. Nel frattempo non resta che goderci i titoli di coda di questo braccio di ferro tra Gran Bretagna e Ue che segnerà un’altra pagina di storia politica europea…

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