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Brexit bocciata mentre in Italia il Pd sogna in grande

Attenzione, però: i vaneggiamenti di Eugenio Scalfari finiscono sempre per affossarsi. Evidentemente la storia non insegna nulla ai "compagni"


21/01/2019

di Sandro Vacchi


Niente più Brexit! Gli inglesi hanno cambiato idea. Col referendum del 2016 che aveva votato per l'Exit hanno scherzato. Rimarranno sotto il tallone di Bruxelles e di Berlino, come noi tutti, del resto: italiani, spagnoli, greci, portoghesi, molto meno francesi, olandesi e belgi. L'Europa è unita, coesa, come bofonchia Romano Prodi, padre dell'euro e già presidente della Commissione. E' un successo epocale, alla faccia dei sovranisti. Salvini, Orban e Le Pen tremano in vista delle elezioni europee del 26 maggio. 
Le cronache dei giornali euromaniaci del pensiero unico, i commenti piddini e repubblicani (nel senso de “La Repubblica”, organo molto ufficiale della destrorsa sinistra italiana), di Tele Kabul-TG 3, dei talk show di approfondimento per spettatori intelligenti e raffinati, le esternazioni dei meglio intellettuali italiani, collezionisti di ospitate televisive e premi di interscambio qua e là per la Penisola, sono a senso unico: lasciano intendere che nella Perfida Albione abbiano ribaltato l'esito del referendum che aveva mandato nel panico gli eurofanatici. 
Col cavolo! 
La Teresona May, sgraziata come una cavallona ma impassibile come una tartaruga, è stata sconfitta in maniera imprevedibile dal parlamento di Westminster dove, però, i deputati non discutevano se mantenere il regno nell'Europa Unita, cosa già decisa col referendum, ma come uscirne. E' stata bocciata, invece, un'uscita morbida come quella proposta dall'inquilina di Downing Street. Chiaro? 
Gli inglesi non vogliono chinare la testa per abbandonare il carrozzone europeo, dopo essersi appecorati per anni al volere degli ottimati, salvandosi soltanto grazie alla genialata di tenersi alla larga dall'euro per coccolarsi la sterlina. L'uscita morbida proposta dalla May non piace alla maggioranza dei parlamentari, che vorrebbe anzi un atteggiamento più alla Churchill nei confronti dei tedeschi della Merkel. Quindi, proprio il contrario di quanto hanno tentato di spacciarci gli intelligentoni di casa nostra. 
Jeremy Corbin, capo dei laburisti, già si vedeva primo ministro e si preparava a menare colpi di clava contro Bruxelles, ma la sua mozione contro la politica della conservatrice May è stata respinta per sedici voti. Il suo obiettivo era sfiduciare il governo e tornare alle urne, ma adesso gli inglesi sono in un pantano. La May ha la fiducia, ma non per pilotare l'uscita dall'Europa. Un bel pasticcio all'italiana, se vogliamo. 
E' evidente che si è di fronte a una crisi di governo. I casi sono due: o entro il 29 marzo si sbatte la porta di Bruxelles senza un accordo (No deal), oppure si torna a votare, come vorrebbe un bel gruppo di deputati laburisti. Ma se la Gran Bretagna non si dimetterà dall'Europa entro fine marzo, potrebbe perfino votare alle elezioni europee del 26 maggio. Saremmo al ridicolo, ma nessuna meraviglia: sarebbe dimostrato una volta ancora quanto sono raffazzonate, macchinose e assurde, le regole del carrozzone europeo. 
E' che uno spettro si aggira per l'Europa, ma non quello del comunismo, come scriveva Karl Marx nel suo Manifesto del 1848: è il fantasma del sovranismo, dell'antieuropeismo, del populismo; in Italia del salvinismo, in Francia del lepenismo, in Ungheria dell'orbanismo... Tutti “morbi” che nei palazzi ovattati e costosissimi di Bruxelles e Strasburgo sono temuti come la peste nera che sette secoli orsono falciò metà della popolazione europea. 
Il terrore è tale che l'icona stessa dell'Europa comunitaria, il presidente Jean-Claude Juncker, uno dei maggiori responsabili del fallimento continentale, in occasione del ventesimo compleanno dell'euro si è rassegnato ad ammettere che questa Europa ha esagerato con l'austerity e col massacro dei popoli. Un'autocritica, la sua, quasi da rivoluzione culturale di Mao, che dimostra come anche gli alcolisti hanno un cuore, e soprattutto un conto in banca da continuare ad alimentare doviziosamente. 
Sì, perché se le elezioni di maggio andranno come i più prevedono, addirittura con la Lega data come partito più votato di tutti nel continente, per gli euroburocrati saranno guai serissimi. I tedeschi si sono spinti a blandire gli odiati inglesi con una lettera sul “Times”, organo per eccellenza dell'establishment. L'hanno firmata i più in vista degli esponenti politici, dei sindacalisti, degli industriali, degli intellettuali (quelli non mancano mai) tedeschi. 
Chiedono al Regno Unito di ripensarci, di lasciar perdere il piano B della May e di rimangiarsi la decisione di uscire, cioè la Brexit, vale a dire quanto hanno deciso gli elettori britannici. A dimostrazione di quanto Lor Signori rispettino la volontà popolare, specialmente quando non è quella che gradirebbero, e di quanto l'Unione Europea abbia il vizio di entrare a gamba tesa sulle decisioni dei Paesi aderenti al Club. 
Un posticino che per noi italiani assomiglia parecchio alla galleria degli orrori dei luna park di una volta. Il giorno di san Silvestro “Libero” ha pubblicato una serie di articoli su come la moneta unica ha messo in ginocchio l'Italia, basati su una fitta serie di dati raccolti e organizzati dallo studioso Giovanni Piero Rotundo. Ne esce una tragedia. 
L'euro l'abbiamo in tasca dall'inizio del 2002, ma fu introdotto nei mercati finanziari tre anni prima. Fra il 1985 e il 2001 il nostro Prodotto interno lordo salì del 44 per cento, da lì all'anno appena passato è invece cresciuto come un nano molto piccolo: di appena il 2 per cento. 
Nel 1974, con la lira, eravamo la quinta economia al mondo dopo USA, Giappone, Germania e Francia. Nei venti anni successivi, sempre con la lira, l'economia crebbe più di quelle francese, inglese e soprattutto tedesca. Fra il 1996 e il '98, con i decreti-Prodi a favore dell'euro, retrocedemmo dal quinto al sesto posto fra le economie mondiali. Nel '99 il declino continuò e l'Italia scese al settimo posto, dietro anche la Cina. Fra il 2000 e il 2010 è retrocessa all'ottavo posto, superata perfino dal Brasile; fra il 2011 e il '14 un altro gradino in giù, alle spalle dell'India, e un PIL negativo del 3,8 per cento. 
Dal 1974 al '95 l'Italia era la quinta economia al mondo, con l'euro prodiano è precipitata al nono posto e la nostra economia è aumentata di un misero 2 per cento, contro i mostruosi 347 per cento della Cina e 235 per cento dell'India, ma anche lontanissima dalla Germania (+24 per cento), dall'Inghilterra (+33 per cento) e dalla Francia (+21 per cento). 
Ma l'euro non avrebbe dovuto renderci tutti più ricchi e consentirci di lavorare un giorno in meno al mese guadagnando di più? Lo assicurava l'economista Romano Prodi. Un premio Nobel per l'economia come Paul Krugman ha scritto invece che, con l'euro, l'Italia si è ridotta come uno Stato del Terzo Mondo che deve prendere a prestito una moneta straniera. Un altro Nobel, Joseph Stiglitz, è molto laconico: «Questo disastro è artificiale e in sostanza ha quattro lettere: euro». Un altro studioso ha previsto: «La situazione non è sostenibile ancora per molto. E' necessario abolire l'euro per ricreare la fiducia che i Paesi una volta avevano». Si chiama Cristopher Pissarides e non è uno scappato di casa, ma anche lui – che noia! – premio Nobel, nel 1976. 
Avevano torto costoro oppure gli eurofanatici che hanno fatto di tutto per costringerci a entrare nella moneta unica anche a costo di un tasso di cambio insostenibile? I dati sono impietosi. Il reddito pro capite degli italiani, in termini reali, è allo stesso livello di vent'anni fa. Il Pil pro capite, che nel 2001 era quasi il 19 per cento più alto della media europea, nel 2016 era più basso del 3,7 per cento. Se il reddito avesse continuato a crescere come fra il 1970 e il '98, ogni italiano avrebbe in tasca quasi novemila euro in più ogni anno. Nel 2001 i connazionali poveri erano undici milioni, nel 2017 erano diventati 3 milioni e mezzo in più. Nel 2001 il potere d'acquisto superava del 19 per cento la media europea, oggi è sotto del 4 per cento. 
Serve altro per dimostrare il fallimento dell'euro e, di conseguenza, della nostra economia che avrebbe dovuto fare il grande balzo? Sembra di sentire Luigi Di Maio, l'incompetente per antonomasia, convinto che siamo a un passo dal boom, mentre gli studi prevedono una recessione alle porte. 
L'euro è un mix di monete forti e meno forti, la lira fra queste, quindi per alcuni Paesi è troppo pesante, per altri troppo leggero. I primi, senza poter svalutare la propria moneta, ci rimettono su tutti i fronti. E' stato calcolato che il reddito degli italiani potrebbe tornare al livello del 2007 solamente nel 2022: quindici anni buttati al vento, una distruzione di ricchezza superiore al disastro dell'ultima guerra. E dire che l'unione monetaria era stata concepita anche per evitare altri conflitti continentali, peraltro tutti scatenati dai tedeschi. Ma noi fessi tutti proni davanti ai crucchi... 
«C'erano invece più probabilità di portare a un aumento dei conflitti in Europa e fra l'Europa e gli USA», ha detto Martin Feldstein, economista ad Harvard, non studioso della produzione di piastrelle. 
Che qualcosa non torni dev'essere stato fiutato anche a sinistra. E che sinistra! Il decano Eugenio Scalfari ha scritto su “La Repubblica” la solita sbrodolata domenicale, titolata “La partita europea dei nostri populisti”. Esordio morbido con il bacetto sulle guance fra Salvini e la fata turchina dei renziani Maria Elena Boschi per poi sottolineare come il ministro dell'Interno, definito in modo impensabile “un bell'uomo tutto d'un pezzo” ha molti tavoli sui quali giocare: dal Sud Italia, alla Russia dell'amico Putin, all'Europa da ribaltare a maggio. 
«Per quanto riguarda l'Italia, Salvini è finora certamente il più forte... La Lega supera di parecchio il 34 per cento dei voti manifestati nelle urne in varie occasioni locali e anche nazionali... Il populismo dei Cinque Stelle è quello più debole e più variabile... I Cinque Stelle stanno perdendo voti in modo abbastanza rimarchevole... La decadenza potrebbe arrivare addirittura al 20 per cento... Tra la Lega e i Cinque Stelle in Europa c'è un divario di capacità e di forza clamoroso a favore di Salvini. Tutto fa pensare che Di Maio ne esca rottamato con ciò che ne conseguirà in Italia...». Immaginiamo si riferisca al ribaltamento dei voti e al volo di Salvini a Palazzo Chigi. 
Sennonché l'ormai novantacinquenne Barbapapà, a un certo punto fora tre gomme e sbanda, ci permettiamo di rilevare, in nome della maledetta ideologia, che dalle sue parti predomina sui fatti. Secondo lui, i grillini potrebbero perdere in maggio la bellezza di un terzo dei voti, scendendo al 20 per cento. A vantaggio di chi? «Il movimento dei sindaci di tutta Italia; le iniziative che sta prendendo Berlusconi e il suo partito Forza Italia; il rilancio che è in corso del Partito Democratico, che potrebbe dar luogo ad una sua ripresa dall'attuale 16 per cento fino a un eventuale 25». 
I sindaci? Le iniziative di Berlusconi, a parte le battutacce in Sardegna? E soprattutto il “rilancio del PD” fino al 25 per cento dei voti? Facciamo il 51 per cento, esimio maestro, già che ci siamo. Sognare non costa nulla, perfino i tifosi del Bologna sognano un “triplete” ogni anno, ma la storia va da un'altra parte. 
Solamente che dalle parti di Scalfari dalla storia non imparano mai niente, ma proprio mai. Secondo loro il Muro di Berlino è “caduto”, non è stato abbattuto; ci sono ancora i fascisti in agguato, i comunisti invece no; e “quel” partito sarebbe un partito diverso (tanto che ha cambiato quattro nomi, ma dopo la “caduta” del Muro); e non ha abbandonato la classe operaia per l'alta finanza, le banche, i diritti dei gay, lo ius soli... Il PD che passa dal 16 al 25 per cento, con un recupero di 9 punti percentuali, pari quasi al 60 per cento dei voti da adesso? Bene, allora io mi chiamo Maria Elena Boschi e la prossima volta Salvini bacerà me. Credo però che non avrà tempo, con tutto quello che dovrà fare a Palazzo Chigi. 
P.S. Se fossi Martina, Zingaretti o Calenda, toccherei ferro, legno e altro: quelli che Scalfari battezza come vincitori, sistematicamente perdono. Sempre. Questa è storia, ma come ho già detto, la storia non insegna nulla ai compagni di sé medesimi.

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