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Brividi da triplo omicidio nel pericoloso mondo dei diamanti

Con Il taglio di Dio quel geniaccio di Jeffery Deaver rimette in pista un Lincoln Rhyme in gran forma. In evidenza anche Eduardo Mendoza e l’esordiente Mirco Giulietti


08/10/2018

di Mauro Castelli


Un nome, una certezza. Quella rappresentata da Jeffery Deaver, l’indiscusso re del brivido che, per i tipi della Rizzoli - il suo editore italiano di riferimento - è tornato sugli scaffali con Il taglio di Dio (pagg. 524, euro 20,00, traduzione di Rosa Prencipe), un thriller che vede il ritorno sulla scena del crimine di Lincoln Rhyme e della sua compagna di indagini Amelia Sachs. Anche in questo caso - dopo vent’anni di onorata carriera - alle prese con quello che non ti aspetti: un triplice brutale quanto misterioso omicidio. Quello di un maestro tagliatore di diamanti e di una giovane coppia di fidanzati. 
E proprio per presentare questo lavoro Deaver è arrivato in Italia (un Paese che gli sta particolarmente a cuore), dove nei giorni scorsi si è affidato a un tour in sette tappe partito da Pordenone e che lo ha visto incontrare i lettori anche a Trani, Roma, Milano, Parma, Mestre. Sino a presenziare a Florinas, un piccolo centro nel nord della Sardegna, alla giornata di chiusura del Florinas in Giallo, una collaudata manifestazione tesa a dare voce e spessore valla narrativa di settore. 
Ma, tornando al dunque, cosa succede in questa storia dai toni neri come la pece, dove i nostri due protagonisti sono messi alle strette da un serial killer che semina il panico nel Diamond District di New York? Succede che un sabato mattina come tanti sia sconvolto da un brutale fatto di sangue.  Il cadavere torturato di Jatin Patel, maestro tagliatore di diamanti, giace infatti sul pavimento del suo laboratorio sulla Quarantasettesima strada, accanto a una coppia di fidanzati, legati e con la gola recisa. 
All’apparenza sembrerebbe trattarsi di una rapina finita male, ma Amelia Sachs, forte degli insegnamenti del criminologo Lincoln Rhyme, ha imparato a diffidare dalle soluzioni troppo ovvie. E non manca di porsi delle domande: come mai il killer non ha toccato l’ingente quantitativo di gemme nella cassaforte aperta? Il suo movente risulta legato alla vendetta oppure alla smania di mettere le mani su qualcosa di ancora più prezioso? Ed è davvero lui l’autore del delirante messaggio inviato alla stampa e firmato “il Promittente”? 
Purtroppo al primo delitto ne seguono altri, dove sotto i colpi del misterioso assassino cadono di nuovo coppie di giovani innamorati. Lincoln e Amelia si trovano davanti all’operato di un folle? Può essere. Di certo il Promittente mostra una lucidità fuori dal comune nello scegliere il momento migliore per attaccare le sue vittime. L’attimo in cui i futuri sposi acquistano un anello per suggellare la loro unione, prendono accordi con una weeding planner o provano un abito in vista di un giorno indimenticabile che non arriverà mai: è allora che il Promittente emerge dall’ombra e trasforma un istante di gioia in un baratro di orrore. 
Travolto dal suo delirio di onnipotenza, però, il Promittente ha commesso un passo falso che lo potrebbe incastrare: si è lasciato alle spalle un testimone, l’unico in grado di aiutare Lincoln e Amelia a mettersi sulle sue tracce. I due si lanciano dunque in una doppia serrata caccia all’uomo. Ma devono agire in fretta, prima che il serial killer torni per rimediare al proprio errore a costo di far sprofondare nel caos l’intera città. 
Che dire: un thriller che inquieta, che corre a cento all’ora senza segni di stanchezza narrativa; un’intrigante storia che si nutre di “un ineguagliabile senso del ritmo, di una dettagliata ricostruzione del contesto, di un talento magistrale nello spiazzare il lettore a suon di colpi di scena”. In altre parole un canovaccio mozzafiato che vede il protagonista, Lincoln Rhyme appunto, più in forma che mai. Affiancato da una collega, Amelia Sachs, che a sua volta incanta il lettore. 
Per la cronaca Jeffery Deaver è nato a Glen Ellyn, nei pressi di Chicago, il 6 maggio 1950 (suo padre era un modesto copywriter di annunci pubblicitari). Lui che si propone come uno degli autori più quotati al mondo (è stato tradotto in 150 Paesi e ha venduto, andando a spanne, una cinquantina di milioni di copie); lui che aveva mosso i primi passi nel mondo del giornalismo, collaborando con alcune testate minori, prima di iscriversi alla prestigiosa Fordham University di New York per guadagnarsi i galloni di corrispondente per grandi quotidiani, come il New York Times e il Wall Street Journal
Salvo poi decidere, all’età di quarant’anni e ferma restando una passione per i polizieschi di vecchia data, di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, dopo aver debuttato nel 1988 con Nero a Manhattan. E a quel punto sarebbe stato un susseguirsi di successi, culminati nel 1997 con il colpo vincente legato a Il collezionista di ossa, il capolavoro che ha visto il debutto del criminologo tetraplegico Lincoln Rhyme e della sua bella collega Amelia Sachs, una coppia entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo grazie alla versione cinematografica interpretata da Denzel Washington e Angelina Jolie e che ha sinora tenuto banco in quindici storie. 
Ma la prolifica penna di questo autore ha spaziato in lungo e in largo anche altrove: così si va dalla trilogia della giovane regista Rune al ciclo dedicato al cacciatore di location John Pellam e a quello di Kathryn Dance, per non parlare degli altri undici lavori incentrati su variegati personaggi, cui vanno aggiunti sei racconti brevi e due antologie. Non bastasse, Deaver ha anche raccolto il testimone di Sebastian Faulks entrando a far parte, con Carta Bianca, della schiera degli autori capaci di dare voce alle avventure di James Bond, l’agente 007 creato da Ian Fleming. 
Insomma, una penna che sa raccontare, intrigare e inquietare al tempo stesso quella di Deaver. All’insegna di una specie di obbligo morale: quello di creare protagonisti sull’orlo del baratro e a rischio sopravvivenza, tratteggiati all’insegna di “colpi di scena a ripetizione”. E non gli deve essere riuscito difficile - repetita iuvant - visto che per sua stessa ammissione adora i cattivi delle sue storie e che, per renderli credibili, si siede al buio in una stanza per dare voce a quanto di peggio si possa immaginare (“Mi auguro che la lettura dei miei libri faccia sudare le mani e accelerare il battito cardiaco alla stregua di una corsa mozzafiato sull’ottovolante”). 
Un’ultima annotazione: in trent’anni di attività Deaver ha fatto incetta di riconoscimenti. Aggiudicandosi, ad esempio, un Nero Wolf, tre Ellery Queen Readers, il British Thumping Good Read, il Crime Writers Association’s Ian Fleming Steel Dagger e il Premio Raymond Chandler alla carriera. E non è da tutti.

Proseguiamo con un’altra penna di robusto spessore: quella del non più giovanissimo spagnolo Eduardo Mendoza (è infatti nato a Barcellona l’11 gennaio 1943, figlio di un procuratore e di una casalinga), che strada facendo ha collezionato i più importanti riconoscimenti del suo Paese, come il Liber, il Premio de la Cultura de Cataluña, il Franz Kafka e il Cervantes. Sino ad aggiudicarsi il prestigioso Premio Planeta con Città sospesa (pagg. 474, euro 17,00, traduzione di Francesca Pe’), romanzo che segna la “prima volta” sui nostri scaffali di questo autore per i tipi della DeA Planeta (sebbene in passato si sia già fatto conoscere dai lettori italiani con due romanzi pubblicati dalla Giunti, sei dalla Feltrinelli e un saggio, Che cosa succede in Catalogna, edito recentemente dalla Utet e del quale ha parlato su queste colonne Giambattista Pepi). 
Ricordiamo inoltre che Eduardo Mendoza è stato ospite lo scorso settembre - presentato da Giancarlo De Cataldo - del Festival della letteratura di Mantova. Una presenza meritata in quanto, per molti critici, questo autore si propone come uno dei più intriganti portavoce della letteratura iberica, a fronte di uno stile narrativo, semplice e diretto, che si rifà all’uso del linguaggio popolare supportato da ricercatezze lessicali. Dando voce a figure che lasciano il segno. Nel senso che, pur rimanendo ai margini della società, la osservano con occhio critico mentre lottano per cercare di sopravvivere. 
Un autore peraltro capace di esplorare variegati contesti narrativi, come la saggistica, il teatro e i racconti brevi, passando da tematiche seriose alla satira e al genere umoristico. “Collocando il mondo fittizio dei suoi romanzi all’interno di un contesto socio-culturale reale. Mescolando fatti inventati ad altri realmente accaduti, in abbinata a personaggi immaginari e storici. Personaggi che fanno riferimento a tutte le classi sociali, dall’alta borghesia capitalistica alla classe media, sino ad arrivare al proletariato urbano. 
Per la cronaca Mendoza, che aveva debuttato nel 1975 con la pubblicazione de La verdad sobre el caso Savolta (un testo di grande successo entrato nella lista delle letture scolastiche obbligatorie del suo Paese), bene e spesso ha tenuto ad ambientare le sue trame a Barcellona, sia in epoca anteriore alla Guerra Civile che nell’ambito degli ultimi anni. Lui che nel 2010 aveva brindato al successo con Riña de gatos. Madrid 1936, il romanzo che stiamo proponendo ai lettori, che è stato tradotto in diversi Paesi e che è anche approdato sul grande schermo. 
E ancora: lui che aveva studiato per un anno in una scuola delle monache di Nuestra Señora de Loreto, un altro presso le Mercedarias e, a partire dal 1950, nel collegio degli Hermanos Maristas. Lui che, dopo essersi laureato in Diritto nel 1965 presso l’Università Autonoma di Barcellona, aveva iniziato a viaggiare per l’Europa, beneficiando anche di una borsa di studio in Sociologia a Londra. Tornato in patria, si era attivato come avvocato nello studio di consulenza giuridica del Banco Condal, per poi trasferirsi a New York proponendosi come interprete presso le Nazioni Unite. Professione proseguita, presso altri organismi internazionali, in quel di Ginevra, Vienna e altre città. 
E per quanto riguarda la narrativa? Nel 1979 aveva pubblicato El misterio de la cripta embrujada e tre anni dopo El laberinto de las aceitunas, due intriganti polizieschi caratterizzati dalla presenza di un detective senza nome rinchiuso in manicomio. Saga che sarebbe proseguita con l’uscita de La aventura del tocador de señoras e di El enredo de la bolsa y la vida. Due lavori nei quali il protagonista non viene proposto sempre uguale a se stesso, in quanto la sua vita e le sue idee cambiano nel corso delle diverse storie. 
Città sospesa, si diceva. Una storia infarcita di amore e arte, spionaggio e avventura, ambientata in una Madrid d’antan: quella esplosiva e violenta del 1936, quando in città e nel Paese stava prendendo piede, politicamente parlando, il fascismo. E qui incontriamo il critico d’arte inglese Anthony Whitelands in arrivo, via treno, nella convulsa Madrid sull’orlo della Guerra civile. Scopo del suo viaggio quello di verificare l’autenticità di un presunto Velázquez appartenente a un amico di José Antonio Primo de Rivera, figlio del generale già dittatore di Spagna. 
Un’opera il cui immenso valore potrebbe influenzare gli scenari politici in un momento tanto drammatico e cruciale della storia del Paese. Ma, distratto - fra l’altro - da problemi personali e dai turbolenti incontri amorosi con donne di diversa estrazione sociale, Whitelands non fa troppo caso ai “nemici” (poliziotti, politici, diplomatici, spie) che, tra baruffe, disordini e cospirazioni incrociate, sempre più numerosi gli stanno alle calcagna…
Insomma, “le tragedie della Storia e l’insostenibile leggerezza della commedia umana si mescolano in questo romanzo pessimista e ironico, ambizioso e godibilissimo”. Certamente da non perdere.

In chiusura di rubrica un esordiente da tenere d’occhio: il marchigiano Mirco Giulietti - nato in provincia di Pesaro e Urbino, dove vive con la famiglia - il quale, per i tipi di Intrecci Edizioni, è arrivato sugli scaffali con un romanzo il cui titolo è già un invito alla lettura. Ovvero Si moriva dal caldo (pagg. 290, euro 15,00), titolo che peraltro si rifà alle prime righe dell’incipit: Quando mio padre, a cena, disse che si moriva dal caldo, non avevo certo pensato che l’intendesse alla lettera, ci mancherebbe. Eppure fu un sollievo, per me, sapere quel che era successo alla Marella Masi, nello stabile di fronte a casa nostra, per via di un proiettile… Insomma, dissero che aveva fatto “una brutta fine”. E non si capiva dove finisse la compassione e dove cominciasse l’accertamento di una facile profezia. 
Che dire: un lavoro che si nutre di una scrittura - come già si sarà potuto notare in queste poche frasi - capace di centrare il bersaglio all’insegna di una garbata ironia; una scrittura sorretta da una discreta leggibilità che, pur senza particolari acuti, riesce a catturare il lettore; una scrittura che scava, senza darlo a vedere, nelle magagne del nostro quotidiano, evidenziandone le bassezze con una specie di sorriso sulle labbra. Il tutto “imparentato” con il punto di vista di un impertinente ragazzino di dieci anni affetto da una leggera balbuzie. 
Ma cosa ci viene raccontato in questo romanzo da una figura che, viene il sospetto, sembra richiamare la giovinezza dell’autore? Cosa aveva di speciale quell’estate del 1974 in cui si svolsero i fatti oggetto della trama? Tutto e niente. Gli studenti sono in vacanza, i mondiali di calcio stanno per cominciare in Germania (con l’Italia ben presto eliminata, mentre si fa largo il calcio totale dell’Olanda) ed Eddy Merck - il cannibale - a fare strage di vittorie nel ciclismo, lasciando agli altri soltanto le briciole. Questo mentre il nostro ragazzino, frustrato dall’attesa dell’album di figurine che la signorina Marella aveva promesso di regalargli (come si sarà capito il calcio in questo canovaccio gioca vincente), vive in bilico fra la sua voglia di protagonismo e quella di cercare la verità senza dare troppo nell’occhio. 
Così eccolo confrontarsi, suo malgrado, con quel brutto e imbarazzante fatto di sangue: l’omicidio, appunto, della sua misteriosa vicina di casa, l’ex cantante beat che aveva fra l’altro ereditato una gran bella villa. Sta di fatto che il nostro detective in erba, un po’ per gioco e un po’ per curiosità, si metterà a indagare. Prima in compagnia dei suoi amichetti, poi per conto suo. “Immedesimandosi nel ruolo di paladino della giustizia del suo eroe dei fumetti Tex Willer, sino ad arrivare a un inaspettato epilogo”.  
Per la cronaca la penna di Giulietti, che attualmente lavora nell’ambito dell’azienda sanitaria regionale delle Marche, risente della mano calda di chi è stato giornalista e webmaster (la persona che amministra e gestisce un sito web in tutte le sue diverse espressioni). Professioni che questo autore ha portato avanti all’insegna della parola e della capacità di districarsi attraverso la legge, forte di una laurea in Giurisprudenza. 
Detto questo un’annotazione fuori dal coro: grazie, caro Giulietti, per averci risparmiato, in chiusura del suo libro, il solito noioso, e non sempre sincero, elenco dei ringraziamenti. Per molti scrittori diventato, strada facendo, una specie di invito allargato al primo acquisto. Anche se, c’è da supporre, qualche prezioso suggerimento le sarà pur arrivato da amici, parenti, colleghi e via dicendo… 
E per quanto riguarda la casa editrice Intrecci? È una giovane realtà, nata nel 2015 con l’intento di sfruttare, attraverso l’esperienza di professionisti del settore, le peculiarità della nuova editoria elettronica e digitale in quanto declinabile in diverse forme. Con lo scopo dichiarato di “dare la possibilità a ogni singolo libro di farsi largo nell’arena libraria, grazie a un approccio innovativo dalla creazione sino alla promozione del prodotto”. Il tutto all’insegna di una semplice quanto significativa considerazione: è necessario ascoltare ciò che l’autore ha da dire, perché soltanto ascoltandolo - senza mai dare nulla per scontato - si riesce a cogliere la forza del suo libro.

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