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Bruxelles, due donne ai vertici: saranno capaci di rilanciare il progetto dell'Unione europea?

Christine Lagarde e Ursula Von der Leyen - secondo gli economisti Didier Borowski e Isabelle Vic-Philippe - potrebbero favorire il rafforzamento delle istituzioni, in quanto la dimensione politica ha sostituito quella tecnocratica. Un bilancio resta comunque improbabile, ma c’è ampio consenso sull’unione dei mercati dei capitali


22/07/2019

di Giambattista Pepi


La nomina di Christine Lagarde alla guida della Bce e l’elezione di Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea sono senza dubbio tra i migliori compromessi che potessero essere raggiunti tra i 28 Stati membri nel recente Consiglio europeo. Intanto perché sono due donne di grande esperienza, entrambe favorevoli al rafforzamento dell’Ue. È evidente che la dimensione politica ha sostituito quella tecnocratica. Questo è uno sviluppo significativo per le istituzioni comunitarie, ma è ancora troppo presto per trarre conclusioni. 
Didier Borowski, capo ricerca macro-economica, e Isabelle Vic-Philippe, responsabile portafogli e inflazione di Amundi (società francese di asset management controllata da Crédit Agricole con 3.800 dipendenti e un fatturato di quasi tre miliardi di euro), ci hanno offerto il loro punto di vista sul cambio della guardia (e di genere) alla testa di due delle cinque più importanti istituzioni dell’Ue e dell’area dell’euro. 
D noi intervistati, entrambi gli analisti si sono detti convinti che il ruolo della Commissione, con l’elezione della tedesca Leyen, diventerà inevitabilmente più politico. Citando, ad esempio, le trattative commerciali con il resto del mondo che, secondo loro, avranno un ruolo centrale. Per quanto riguarda invece la Bce, la Lagarde dovrebbe operare in continuità con l’uscente Mario Draghi. Il quale ha portato a termine la propria missione di “condottiero” dell’Istituto centrale di Francoforte con onore, equilibrio e lungimiranza. Doti unanimemente riconosciute non solo in Europa, ma in tutto il mondo: sventando la crisi dei debiti sovrani prima, poi difendendo la moneta unica dagli attacchi speculativi, infine favorendo la ripresa dell’economia continentale, squassata dalla Grande Crisi, mediante il rifinanziamento delle banche con tassi a zero: la qual cosa ha assicurato credito a buon mercato a famiglie e imprese.

Come cambieranno gli equilibri di potere in Europa tra i Paesi e le forze politiche dopo le due nuove nomine? 
Le nomine di Christine Lagarde alla presidenza della Bce e l’elezione di Ursula Von der Leyen alla guida della Commissione europea sono i risultati di un compromesso tra Francia e Germania che tiene conto del veto di alcuni Paesi su altri candidati. È senza dubbio uno dei migliori compromessi possibili perché sono donne di grande esperienza, entrambe favorevoli al rafforzamento dell’Unione.  In Germania, Von der Leyen è l’unico ministro al Governo da quando Angela Merkel è diventata cancelliere nel 2005. La sua continua presenza testimonia la sua abilità politica (in particolare, la capacità di raggiungere un compromesso). Le sue qualità saranno fondamentali alla luce delle divisioni in Europa sulle questioni-chiave. In precedenza, Von der Leyen ha espresso il suo sostegno per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa (sulla base del modello di Svizzera, Germania o Stati Uniti) con maggiore coordinamento sulle politiche economiche, nonché sulla creazione di una difesa europea, nonostante abbia riconosciuto che sia un obiettivo che probabilmente richiederà molto più di una generazione per essere raggiunto. Detto questo, la sua esperienza come ministro della Difesa è stata ampiamente contestata dalla sua stessa parte politica. 
Per quanto riguarda Lagarde, le critiche sono meno dure. Il suo successo al Fondo Monetario Internazionale dal 2011 è stato largamente elogiato: Lagarde ha dovuto affrontare la crisi del debito sovrano e la crisi greca. Anche la sua leadership, il suo pragmatismo e l’apertura mentale sono stati riconosciuti. Tuttavia, la sua conoscenza di politica monetaria è basilare, il che significa che i suoi più stretti collaboratori avranno un ruolo decisivo. D’altra parte, le sue capacità di comunicazione sono state riconosciute all’unanimità e oggi è una dote fondamentale per un banchiere centrale. 
È chiaro che la dimensione politica ha sostituito quella tecnocratica. Parliamo di uno sviluppo significativo per le istituzioni europee, ma è ancora troppo presto per trarre conclusioni. Le questioni di bilancio dovrebbero tornare alla ribalta nei prossimi mesi. Il Consiglio europeo del dicembre 2018 ha fissato l’obiettivo di adottare il quadro finanziario pluriennale per il 2021-2027 nell’autunno 2019; il Consiglio europeo del 21 giugno 2019 ha rinviato il suo orizzonte a “prima della fine del 2019”.

Cosa ne pensate della futura direzione della Commissione europea sulle questioni rilevanti per l’Unione? Quali saranno le principali differenze rispetto alla precedente Commissione e quali le sfide principali? 
In un contesto internazionale particolarmente incerto e con divergenze nelle dinamiche economiche tra gli Stati membri ancora molto pronunciate, il ruolo della Commissione diventerà inevitabilmente più politico. Per esempio, i negoziati commerciali con il resto del mondo saranno al centro dell’attenzione. Le sfide sono ben identificate. Ma gli europei si devono muovere in fretta. È infatti probabile che l’Eurozona (o l’Ue) affronterà una recessione nei prossimi anni, il che richiederà un consolidamento dell’architettura economica e finanziaria per aumentare la sua capacità di resilienza agli shock. Infatti, più di dieci anni dopo la grande crisi finanziaria, l’Unione monetaria è ancora divisa tra Paesi in surplus e Paesi in deficit. 
Questa polarizzazione indebolisce gli investimenti pubblici e riduce la crescita potenziale. L’Eurozona deve trasformare il suo modello di crescita e riformare la sua architettura finanziaria. Questo è l’unico modo per affrontare le sfide economiche e ambientali nel medio-lungo periodo. Esiste una finestra unica di opportunità con il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 attualmente in fase di negoziazione, poiché stabilirà un percorso per lo sviluppo dell’Eurozona per il prossimo decennio su questioni chiave (politiche agricole e di coesione, economia digitale, migrazione, obiettivi climatici ecc.).

Credete ci sarà un nuovo impulso per l’accelerazione di integrazione e riforme nell’Unione Europea? In quali aree vedete più probabilità di sviluppi? 
Quantomeno c’è una volontà comune di fare progressi in molti settori. Tuttavia, dato il livello di frammentazione politica, potrebbe essere necessario del tempo. Un bilancio comune con funzione di stabilizzazione è improbabile. Un bilancio comune, in caso di grave shock che colpisca uno o più Stati membri, potrebbe contribuire a stabilizzare le loro economie. Un simile bilancio, alimentato da contributi nazionali, consentirebbe di sostenere l’attività di un Paese che sta affrontando una crisi, da solo o con il resto della zona euro, limitando l’uso di riforme dolorose. 
Tuttavia, è chiaro che non sia probabile che un bilancio con funzione di stabilizzazione venga messo in atto nell’Eurozona poiché non esiste una visione comune: Germania e Francia non la pensano allo stesso modo. Vi è invece ampio consenso sull’Unione dei mercati dei capitali (Cmu). Gli europei devono promuovere la condivisione dei rischi. 
Ciò consentirebbe di gestire meglio i risparmi abbondanti della zona euro (ammontano a 340 miliardi di euro nel 2018 i risparmi in eccesso sugli investimenti) verso esigenze di investimento concrete quali la transizione energetica, l’innovazione digitale e lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Faciliterà anche l’aggiustamento macroeconomico nell’Eurozona. 
In effetti, i mercati dei capitali integrati potrebbero attenuare gli shock asimmetrici in un’Unione monetaria più di quanto possano fare i trasferimenti fiscali. Ad esempio, quando la partecipazione azionaria di una società è geograficamente molto diversificata, i profitti e le perdite sono distribuiti in modo più ampio. 
Negli Stati Uniti, grazie ai mercati dei capitali integrati, quasi la metà dell’impatto di uno shock economico si diffonde tra i diversi stati, più che con i trasferimenti di bilancio. Il mercato unico dei capitali nell’Eurozona rafforzerebbe la resilienza dell’economia. Inoltre, è necessario il proseguimento delle riforme strutturali (mirate alla flessibilità dei prezzi, agli aggiustamenti del mercato del lavoro, all’adozione di regimi flessibili di insolvenza delle imprese) poiché possono anche contribuire alla resilienza dell’economia.

Sulla Bce, il consenso è che Lagarde lavori in continuità con l’approccio di Draghi. Concordate? 
Il Fondo Monetario Internazionale, in generale, e Christine Lagarde, in particolare, hanno sempre sostenuto la politica della Bce, sia che si tratti di programmi di Quantitative Easing (allentamento monetario - ndr), TLTRO (operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine - ndr) o tassi d’interesse negativi. 
Inoltre, Lagarde ha spesso affermato, come Mario Draghi, che la politica monetaria non era “il solo gioco in città”, e che i tassi bassi dovrebbero essere usati per attivare la politica fiscale, dove c’è spazio fiscale. Ci si aspetta quindi che Lagarde agisca in continuità, il che dovrebbe consentire a Draghi di attuare misure espansionistiche prima dell’arrivo di Lagarde alla Bce senza aspettarsi che vengano messe in dubbio in seguito. I ruoli e le responsabilità delle banche centrali e dei governi sono, in teoria, abbastanza distinti. 
Ma con i programmi di allentamento quantitativo, il confine tra politica monetaria e politica fiscale è stato offuscato. Di conseguenza, durante le prossime crisi finanziarie, la Bce e i governi dovranno lavorare in stretta collaborazione. Lagarde è molto abituata a parlare con i Capi di Stato - una competenza che ha sviluppato al Fmi - e questo è qualcosa che le sarà utile in una zona monetaria fatta di economie ancora molto diverse. Possiamo già vedere che gode della fiducia degli investitori.

Cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi in termini di direzione della politica monetaria e strumenti della Bce, in un contesto di dati economici deboli nell’Eurozona? 
Le economie dell’Eurozona si sono chiaramente indebolite nel secondo trimestre e l’inflazione core è rimasta eccessivamente bassa in questo ciclo, molto al di sotto dell’obiettivo della Bce (prossima ma inferiore al 2% - ndr). In questo contesto, a giugno, i termini per mantenere i tassi di interesse “ai livelli attuali” sono stati estesi “fino alla prima metà del 2020”. Draghi ha anche aperto la porta a ulteriori tagli. Riteniamo che la Bce non esiterà a tagliare i suoi tassi chiave se la Fed taglierà significativamente i tassi e/o se l’euro si apprezzerà sul dollaro. Di conseguenza, ci aspettiamo che la guidance della Bce (cioè le indicazioni che la banca centrale fornisce sulle prossime mosse di politica monetaria - ndr) cambi menzionando esplicitamente il fatto che i tassi potrebbero essere abbassati. Infine, ci aspettiamo che la Bce annunci a settembre un nuovo programma di Quantitative Easing destinato alle obbligazioni societarie. La Bce intende fare “tutto il necessario” per evitare una crisi nell’Eurozona.

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