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C'è un "metodo Catalanotti" anche nella morte?

Andrea Camilleri torna sugli scaffali con un pregevole lavoro che si nutre di un doppio delitto, di un commissario Montalbano in gran forma e di un Mimì Augello sempre più fimminaro


09/07/2018

di Valentina Zirpoli


Torna in scena - ne Il metodo Catalanotti (Sellerio, pagg. 292, euro 14,00) - l’allegra brigata di stanza a Vigàta: il commissario Montalbano in primis, ma anche il suo corollario di comprimari, ormai entrati nel nostro immaginario collettivo. Personaggi che ovviamente si nutrono di situazioni, ragionamenti e ambientazioni frutto della brillante fantasia narrativa di Andrea Camilleri. “Non sono invece di mia invenzione - ha tenuto a precisare l’autore in una nota, tanto per togliersi qualche sassolino dalle scarpe - certi fatti politici che oggi sono realtà, ma che ai tempi della stesura del commissario apparivano solo come un incubo”.
E così, grazie “all’impareggiabile contributo” della sua assistente Valentina, ha dato la stura a una nuova storia
, dove a tenere banco è Carmelo Catalanotti, figura complessa di artista-usuraio. Che si rapporta con l’attività di regista in campo amatoriale, “sperimentatore di un metodo di recitazione traumatico - annota Salvatore Silvano Nigro esagerando con i paroloni - fondato non sulla mimèsi delle azioni sceniche, ma sull’identificazione delle passioni più oscure degli attori con il similvero della recita”.
Di fatto Catalanotti si muive nella scia della “sua cultura teatrale aggiornata alle avanguardie del Novecento, convinto dell’importanza primaria dei testi e della necessità di lavorare sull’attore, indotto a confrontarsi con le sue verità più profonde ed estreme”. Il romanzo si propone quindi alla stregua di un gioco di specchi - con Montalbano sballottato fra una vicenda e all’altra - che si “infrange sulla trama di un improbabile giallo, almeno in apparenza”, dove si muovono assassini, vittime e innocenti.
Tanto per farci capire entriamo nel vivo della storia: questa volta lo sciupafemnine Mimì Augello, fedele vice del commissario Montalbano, rischia di brutto. Nella casa dove si stava intrattenendo con l’amata di turno rientra infatti, inaspettatamente, il marito. E per non farsi suonare come una zampogna, oltre a perdere la faccia, il nostro fedele fimminaro se la dà a gambe caladosi dalla finestra nell’appartamento sottostante. Dove “nel buio intravede un corpo steso sul letto, completamente vestito e anche irrigidito”, tanto è vero che, avendo toccato con mano, ne aveva sentito il friddo della morti. Parallelamente la polizia riceve una chiamata in cui si denuncia la presenza di un cadavere, a sua volta disteso sul letto e vestito con l’abito buono. Solo che non si tratta di quel morto, perché è in tutt’altra casa. Come può essere accaduto? E che ne è stato dell’altro cadavere?
Parte da questo ingarbugliato preambolo la nuova indagine di Salvo Montalbano, e sarà proprio il teatro il protagonista del romanzo. La vittima è infatti il citato Carmelo Catalanotti, colui che  “dedicava tutto il suo tempo alla regia di drammi borghesi”. Lui che si era anche inventato un metodo personalissimo per mettere gli attori in condizione di recitare: affrancarli cioè dai loro complessi e aiutarli a liberarsi delle emozioni. Il tutto a fronte di “una vera e propria operazione di scavo nelle coscienze”.
Inoltre - tanto per completare il quadro - Catalanotti conservava scrupolosamente annotazioni e commenti su tutti i potenziali attori con i quali veniva in contatto, oltre che appunti di regia e strani quaderni pieni di cifre, di date e di nomi…”. Nemmeno a dirlo Montalbano spulcerà tutti questi dossier, in abbinata ai testi teatrali ai quali il regista lavorava, alle note sui personaggi e soprattutto al dramma che stava per mettere in scena, dall’emblematico titolo Svolta pericolosa. Sta di fatto che il nostro commissario si lascerà coinvolgere dall’indagine, ma anche dalla nuova responsabile della scientifica, Antonia, che su di lui ha l’effetto di una calamita.
Il punto forte di questo lavoro? Ancora una volta la capacità di Camilleri di addentrarsi con maliziosa indifferenza fra le pieghe della storia, orchestrando i personaggi del romanzo come un regista geniale e meticoloso, in grado di fondere la commedia con il dramma. Ovviamente regalando nuova linfa Montalbano e “riaffermando - sempre secondo Nigro - “le sue qualità rabdomantiche che lo fanno archeologo di trame sepolte e di esistenze nascoste”.
E il punto debole, una specie di peccato veniale? L’eccesso di commistioni dialettali siciliane. Perché se è vero che queste simpatiche camurriate hanno sempre rappresentato il piatto forte delle storie di Camilleri, è altrettanto vero che gli eccessi, per i nativi del continente, possono creare qualche problema di interpretazione.

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