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C'è un "peccato mortale" nel passato del tormentato commissario De Luca

Torna Carlo Lucarelli per saldare un… conto in sospeso. A seguire il talento svizzero di Andrea Fazioli e quello romano di Luca Poldelmengo


15/10/2018

di Mauro Castelli


Geniale, non c’è che dire, forte di una capacità di intrattenere il lettore come pochi altri. Per non parlare dell’inventiva a maglie larghe che ben si sposa con la capacità di intrufolarsi fra le pieghe dei misteri della vita. Ferma restando un’abilità altrettanto sorprendente nel dare voce a personaggi che catturano e intrigano per la loro umanità, comunque intrisa - per regalare sapore e spessore alle figure proposte - di peccati e peccatucci. Come nel caso del commissario De Luca, il cui profilo si rapporta in parti uguali alla fantasia e alla documentazione storica. 
Insomma, un protagonista - Carlo Lucarelli - capace di regalare peso al nuovo giallo italiano, tanto da catturare il rispetto, proprio per la citata figura, del decano della nostra narrativa di settore, Loriano Macchiavelli, il quale ha avuto modo di tesserne l’elogio con queste parole: “Credo di essere stato il secondo lettore a incontrare il commissario De Luca. Il primo era stato Marcello Fois. In quel periodo avevamo (Lucarelli, Fois e il sottoscritto) appena fatto nascere il Gruppo 13 a Bologna, al quale si deve, e credo che nessuno possa contraddirmi, il rilancio del noir italiano”. 
Sta di fatto che “fra De Luca e il sottoscritto sbocciò una simpatia immediata. Avrei dovuto odiarlo: era l’origine di ogni male, nella sua qualità di agente dell’Ovra, la polizia segreta fascista. Invece provai una sorta di complicità perché, man mano che andavo avanti nella lettura, scoprivo che la sua onestà, le sue paure e le tensioni di quei giorni (il primo romanzo è ambientato nel 1945, poco prima della Liberazione) erano le stesse dei giorni che stavamo vivendo noi. Purtroppo, dopo altri due romanzi, De Luca sparì dalle librerie e me ne lamentavo con Carlo ogni volta che lo incontravo. Il quale Carlo sorrideva e non rispondeva. Sin quando me lo sono ritrovato sul comodino nella sua quarta storia”. 
E, ora, deve esserne ulteriormente soddisfatto l’inventore del sergente Sarti Antonio in quanto è arrivata sugli scaffali una inaspettata quinta puntata della saga. Ovvero Peccato mortale (Einaudi, pagg. 250, euro 17,50), un canovaccio che si nutre di un ulteriore quanto approfondito lavoro di ricerca, anche perché, annota l’autore, “su quello che è successo fra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 e dintorni c’è ancora molto da raccontare. In ogni caso ho cercato di farlo più con il taglio del romanziere che non dello storico. Perché non era soltanto di Storia che volevo raccontare. In fondo avevo un conto in sospeso con il mio commissario”. 
Una specie di debito che “ora credo di avere saldato tornando indietro, all’origine del suo viaggio esistenziale, per capire cosa lo aveva portato a tormentarsi e a essere tormentato nei quattro libri precedenti. E l’ho fatto usando la forma narrativa dell’hard boiled alla Raymond Chandler, tipo Il grande sonno, di cui ho anche citato qualche scena. E ancora di più, come stile, ho cercato di avvicinarmi a quello che considero il mio maestro, Giorgio Scerbanenco. Ma non so se ci sono riuscito. A chiudere appunto i conti, intendo”. Nel senso che “mi sono venute alcune idee per vedere il mio commissario nel periodo più nero e più buio della guerra, e ancora più avanti, di nuovo negli anni Cinquanta: altre domande cui vorrei mi desse una risposta”.  
Già, il commissario De Luca, “nato dalle mie esperienze di ragazzo, quando, dopo aver studiato storia fascista, mi ero messo in testa di dare voce a un poliziotto passato ad altro incarico per aver combinato qualcosa di irregolare”. Magari un peccato mortale. Il suo peccato mortale, la macchia che lo aveva reso ricattabile e lo aveva costretto, da lì in poi, a rincorrere se stesso”. Perché l’aver venduto l’anima al diavolo gli era costato caro. Ma a cosa fa riferimento questa strana macchia? E a quando risale? 
Il periodo è quello appunto tra il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, “un periodo strano, allucinato. L’Italia si sveglia una mattina senza più il fascismo e praticamente la mattina dopo con i tedeschi in casa. Proprio in mezzo al caos di quei giorni De Luca, in forza alla squadra Mobile di Parma, deve indagare su un corpo senza testa. Semplice, perché in fondo si tratta di un omicidio. Anzi due, visto che quando la testa viene ritrovata non corrisponde a quel corpo”. Insomma, il pane giusto per i denti di quei cani da caccia della squadra Mobile. Ma anche un caso dannatamente complicato, “perché la vicenda assume presto risvolti politici che, date le circostanze, diventano molto pericolosi”. Comunque sia, il fattaccio - è nella natura di De Luca - va risolto. Anche a costo di un piccolo compromesso... 
Detto di questo Peccato mortale, di piacevole quanto intrigante lettura, spazio alle note sul suo autore. Per la cronaca Carlo Lucarelli, che è nato a Parma il 26 ottobre 1960 (figlio di un ematologo), da tempo abita nel Bolognese con la moglie e le due figlie gemelle, Angelica e Giuliana. Lui che strada facendo ha dato vita ad altre due serie, quelle legate all’ispettore Coliandro (un agente in servizio alla questura di Bologna che si ritrova sempre invischiato, suo malgrado, in vicende più grandi di lui) e all’ispettore Grazia Negro (alle prese con vicende dove ogni certezza risulta regolarmente capovolta); lui che ha scritto diversi racconti sparsi in chissà quante antologie oltre a diciassette saggi. Per non parlare delle numerose regie, delle altrettante numerose sceneggiature nonché dei suoi contributi a diversi programmi andati in onda sul piccolo schermo. 
Lui che strada facendo aveva trovato il tempo di insegnare scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino e, tanto di cappello, nel carcere Due Palazzi di Padova, oltre a fondare la Bottega Finzioni, una realtà a sua volta attiva nell’ambito dell’insegnamento creativo; lui che assicura di avere un legame stretto con gli amici della sua generazione come Eraldo Baldini e Simone Vinci, anche se non manca di apprezzare numeri uno dei tempi andati del calibro di Georges Simenon e James Ellroy. 
E per quanto riguarda la giovinezza di questo autore? La frequenza del liceo classico e poi gli studi alla facoltà di Lettere moderne, salvo fermarsi a un passo dalla laurea “investito dal pallino della scrittura”. Un chiodo fisso che lo avrebbe portato in libreria con Carta bianca, il romanzo che nel 1990 aveva visto, appunto, il debutto come protagonista del commissario De Luca. 
Lui che - repetita iuvant, trattandosi di una curiosità a conoscenza di pochi - vanta un bisavolo per parte di nonna dal nome famoso: Antonio Meucci, l’inventore del telefono. “In famiglia ne avevo sentito parlare sin da piccolo, tanto che strada facendo avrei ricostruito la sua storia per radio Deejay, scoprendo un suo ricco vissuto, che l’aveva portato a inventarsi anche macchine teatrali, bevande frizzanti, vernici, condimenti per pasta e una tecnica per ottenere una pasta cellulosica di buona qualità. Così come aveva gestito una fabbrica di candele in quel di Chicago dove, prima che l’azienda andasse in fiamme, aveva lavorato per un certo periodo anche Giuseppe Garibaldi”. 
Lui che si propone come un uomo tranquillo, pragmatico e tollerante (“Cerco di arrabbiarmi il meno possibile”) e i cui hobby risultano spalmati fra lettura, cinema e una grande passione per la narrativa; lui che ha fatto parte della nazionale scrittori di calcio, l’Osvaldo Soriano Football Club, “senza averne i numeri”; lui collezionista di riconoscimenti (come il Scerbanenco, il Franco Fedeli, il Giuseppe Fava e il premio Associazione Ilaria Alpi) che è stato tradotto in una quarantina di Paesi; lui che viaggia con il taccuino in tasca, sempre pronto ad annotare sensazioni e stimoli, fatti e misfatti del nostro quotidiano, per poi travasarli sulla carta, a beneficio del lettore, al momento opportuno. Perché è così che il mondo reale, sia pure i infiocchettato a dovere con la fantasia, finisce per approdare in libreria.  

Altro “autentico narratore del giallo italiano” (a sostenerlo è stato Gianni Biondillo) è Andrea Fazioli, anche se in realtà è nato e vive a Bellinzona, in Svizzera. E più precisamente a Corvesco, un paesino di mezza montagna da quelle parti. Il quale Fazioli, per i tipi della Guanda, la sua casa editrice di riferimento, è tornato su piazza con Gli svizzeri muoiono felici (pagg. 282, euro 18,00), un gradevole lavoro dove a tenere la scena è ancora una volta il collaudato investigatore Elia Contini: un uomo sottilmente ironico, già protagonista di altre sei avventure, che tira a campare occupandosi di quisquiglie. Ma non in questo caso, visto che l’indagine risulterà decisamente più complicata. 
La qual cosa non guasta, in quanto Contini - spesso avaro di buon senso - riesce a dare il meglio quando si fa guidare dal suo gran fiuto. Come peraltro si conviene - lo abbiamo imparato a conoscere nei precedenti romanzi - a uno che lavora a Lugano, fra faccendieri in giacca e cravatta, scambi internazionali e traffici di ogni genere, ma che ogni sera rientra in montagna, dove il contesto lo porta a riflettere con maggiore chiarezza. “D’altra parte - annota l’autore - la Svizzera è fatta così: mezza urbana e mezza selvatica, mezza socievole e mezza solitaria”. 
Di fatto una brava persona, Contini, che non se la passa troppo bene, pieno com’è di fisime, di debiti e di problemi sentimentali. Ma come investigatore dà dei punti a molti in quanto, quando annusa una pista, non la molla più, anche a costo di rischiare di brutto. 
Insomma, un azzeccato personaggio. D’altra parte Fazioli, strada facendo, ha avuto modo di arricchirlo di ulteriori sfaccettature. Evidenziandone, di volta in volta, nuove angolature. Buon’ultima quella legata a Gli svizzeri muoiono felici: “Contini era un uomo lento: ragionava adagio, annotava decine di minuzie nel taccuino. Sapeva aspettare. Aveva il talento di lasciar parlare la gente, finché la gente, forse per esaurimento, gli diceva quello che voleva sapere”. 
Nel nostro caso Contini viene chiamato a occuparsi di una faccenda delicatissima. “Nel 1998 Eugenio Torres, noto medico, amante del trekking nonché fondatore di scuole in Niger, era misteriosamente sparito dalla faccia della terra. Vent’anni dopo, alla morte della moglie - e siamo ai nostri giorni - i figli assumono appunto Contini per tentare di capire (meglio tardi che mai) che cosa sia accaduto al padre. Secondo alcune voci, il medico era fuggito in mezzo ai suoi protetti nel Sahara nigerino. E proprio dalla vastità del deserto, un giorno arriva in Svizzera un giovane migrante, Moussa ag Ibrahim. Il quale appartiene al popolo Tuareg e dichiara di avere prove che Torres è vivo e che, soprattutto, ha bisogno di aiuto. L’investigatore e l’uomo del deserto formeranno così una coppia improbabile che, indagando nel passato, scoprirà come - dietro la scomparsa di Torres - ci sia un segreto pericoloso”. 
In altre parole, come da note editoriali, sullo sfondo del microcosmo svizzero si confronteranno due culture radicalmente opposte. Ma sono poi davvero tanto opposte? O forse invece esiste qualcosa in comune tra le vette innevate delle Alpi e le eterne distese del Sahara? 
Detto questo spazio al privato di Fazioli, un uomo certamente fuori dalle righe, che mente - forse per darsi un tono - sul fatto di non amare la musica e la letteratura, anche se poi finisce per confessare di avere un debole per gli chansonnier (“Fra i cantautori italiani il mio preferito è Paolo Conte e fra quelli francesi Georges Brassens”), per Guerra e pace di Lev Tolstoj (“Unico nel dare un senso grandioso della narrazione, infarcendola di personaggi difficili da dimenticare”) e per la Divina Commedia di Dante. 
In realtà la vita di Fazioli è stata tutta un rincorrersi di letture. Tanto da fargli ammettere di essere stato influenzato da chissà quanti autori. Così si va da Simenon a Chandler, da Rendell a James, da Mankell a Mc Bain, da Rex Stout a Michael Connelly. E poi ancora, allargando le sue preferenze a libri che “gialli non sono o quanto meno non sembrano”, ecco spuntare i nomi di Stendhal, Dostojevskj, Cechov, Manzoni, Guareschi, Goldoni, Asimov, Hemingway, Stevenson, Verne, Balzac, Dumas, Dickens, Collins, De Marchi, Pavese, Salgari, Leopardi e persino Omero. 
Già, Fazioli. Che ama attingere le trame delle sue storie - ne abbiamo già accennato su queste stesse colonne - da una passione di vecchia data, “quella di collezionare ritagli di giornali delle truffe più eclatanti”. 
Lui quarantenne figlio d’arte per parte di padre che, forte di una laurea in Lingua e letteratura italiana e francese conseguita nel 2004 presso l’Università di Zurigo con una tesi su Mario Luzi, è stato presentatore per la radio e per la televisione, nonché assistente di letteratura francese all’università e insegnante di italiano alle scuole medie e al liceo. Ferma restando un’esperienza da cronista presso il quotidiano ticinese Il Giornale del Popolo. Anche se ha forse dato il suo meglio come narratore, tanto da beneficiare dei complimenti di Andrea Camilleri e Marco Vichi. Non a caso alcuni suoi romanzi - come Chi muore si rivede, L’uomo senza casa (vincitore del Premio Stresa e finalista del Comisso), Come rapinare una banca svizzeraLa sparizione e L'arte del fallimento - sono stati tradotti in diverse lingue. E non è da tutti.

Il terzo e ultimo consiglio per gli acquisti risulta legato alla penna di Luca Poldelmengo, che per la collezione Sabot|Age delle Edizioni E|O è tornato sugli scaffali, dopo aver pubblicato Nel posto sbagliato e I pregiudizi di Dio, con Negli occhi di Timea (pagg. 208, euro 16,50), secondo e ultimo capitolo del dittico sulla Red: un’unità speciale di polizia della quale pochissimi conoscono l’esistenza in quanto si muove al di fuori della legalità. A fronte di una squadra segreta fondata dal professor Luca Basile (che strada facendo uscirà da una lunga depressione a seguito della morte violenta della compagna) e capitanata da un detective dal passato difficile (il cinico commissario Vincent Tripaldi). 
Si tratta di una équipe - per maggiore chiarezza - che “usa l’ipnosi per estrarre dalle menti di ignari cittadini informazioni che loro stessi non sanno di possedere”. Ed è appunto Tripaldi, ora un ex commissario ricercato, a proporsi al lettore a fronte di tutti i suoi problemi personali: un uomo diviso fra l’amore per il gemello Nicolas e un forte desiderio di vendetta. 
Cosa è successo è presto detto: dopo un anno trascorso in Albania per evitare un arresto legato al fatto di essere stati risucchiati in un gioco di potere più grande di loro, Vincent e suo fratello rientrano clandestinamente in patria, dove decidono di affrontare, separatamente, il loro destino. Così mentre Nicolas si darà da fare per far evadere Sara Mancini, una ex collega ispettrice (già membro della Red) che fra le mura del carcere è diventata mamma, Vincent cercherà invece vendetta nei confronti del premier Mattia Manera e del professor Basile. Gli uomini che, pur di assecondare i loro giochi di potere, lo hanno strappato per sempre dal suo lavoro e dai suoi affetti, costringendolo persino a uccidere. E per metterli in croce, metaforicamente parlando, Vincent ha in mente un piano che lo costringerà a enormi compromessi rispetto alla sua coscienza, tanto da non parlarne nemmeno al fratello. 
Sta di fatto che la clandestinità dei due gemelli sarà messa a rischio proprio dalla loro ex squadra, la Red appunto, che preleva sistematicamente ignari cittadini e ne setaccia gli inconsci per usarli alla stregua di telecamere di videosorveglianza umana al solo scopo di catturarli. Risultato? Sullo sfondo di un intrigo che coinvolge i massimi livelli istituzionali e criminali, oltre a ruotare attorno a un traffico internazionale di rifiuti, verrà perpetrata una sanguinosa strage alla quale assiste una sola testimone, Timea, una bambina orfana di appena cinque anni. Ma chi è Timea? Da dove viene? Cosa ci faceva lì? E, soprattutto, cos’hanno visto i suoi occhi? 
Che dire: un intricato lavoro dove si muovono strani personaggi, dal mafioso albanese al governante del Supremo, dal politico all’ex premier, dai mercenari alla direttrice di rete. Fermi restando quattro morti di troppo. E una non facile soluzione. Con un interrogativo che ci portiamo al seguito dal precedente romanzo: quante e quali libertà personali siamo disposti a sacrificare in nome di una presunta sicurezza collettiva? Il tutto a fronte, come ha avuto modo di commentare Giancarlo De Cataldo, di “una scrittura affilata e nerissima che disegna una lucida mappa del lato oscuro” del nostro vivere quotidiano. 
Detto questo, brevi note su Luca Poldelmengo, nato a Roma nel 1973, di professione sceneggiatore. Il quale, nella narrativa di settore, aveva debuttato nel 2009 con Odia il prossimo tuo, edito da Kowalski, finalista dell’Azzeccagarbugli nonché vincitore del Premio Crovi opera prima, per poi tornare in libreria tre anni dopo con L’uomo nero (Piemme), a sua volta tradotto in Francia nonché finalista dello Scerbanenco. Così come finalista dello stesso premio sarebbe stato, nel 2014, il citato Nel posto sbagliato.

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